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Radici & Lieviti, quando la memoria torna a essere responsabilità: docufilm di Luigi Grimaldi

Di Gianluca Prestigiacomo

26 LUGLIO 2026

Radici & Lieviti, quando la memoria torna a essere responsabilità: docufilm di Luigi Grimaldi

Ci sono opere che si rivolgono al passato per ricostruirlo e altre che vi ritornano per chiedergli conto del presente. «Radici & Lieviti - Un viaggio tra storia e nuove coscienze» (https://www.youtube.com/watch?v=AS8q3laorU0) è il docufilm scritto e diretto da Luigi Grimaldi, che appartiene soprattutto alla seconda categoria. La memoria che attraversa il film non è proposta come una sorta di esercizio commemorativo, né come rifugio rassicurante in una stagione ritenuta moralmente più limpida. È una materia viva, chiamata a misurarsi con un tempo segnato dalla guerra, dall’individualismo, dall’aumento delle disuguaglianze e dalla progressiva perdita di significato dell’impegno collettivo. Nato da un’idea di Paolo Palma e prodotto dall’Associazione «Giuseppe Dossetti - Per una nuova etica pubblica», il film intreccia la storia di una generazione cresciuta negli anni dell’impegno politico e sociale con quella dei giovani contemporanei. Al centro del percorso si trovano Giuseppe Dossetti, Giorgio La Pira, Primo Mazzolari e Lorenzo Milani: quattro figure differenti per formazione, temperamento e modalità d’azione, ma accomunate dalla ricerca di una coerenza radicale tra il Vangelo, la Costituzione e la responsabilità pubblica. L’opera, realizzata con il contributo della Fondazione Carical, è stata concepita anche come strumento destinato alle scuole, agli educatori, alle associazioni e alle comunità.

La scelta del titolo contiene già la tesi del film. Le radici custodiscono la memoria, danno stabilità e permettono di riconoscere la provenienza. Ma le radici, da sole, possono anche diventare immobili: oggetti da contemplare, nomi da citare, anniversari da celebrare. Il lievito, invece, trasforma ciò con cui entra in contatto, agisce senza esibirsi, produce cambiamento e modifica la sostanza del presente. E poi, ci sono alcune domande che attraversano l’intero progetto: Dossetti, La Pira, Mazzolari e Milani sono soltanto figure appartenenti alla storia del cattolicesimo italiano, oppure il loro pensiero conserva ancora una capacità generativa? Possiamo limitarci a ricordarli oppure siamo disposti ad accettare la parte più scomoda della loro eredità? Uno dei meriti dell’opera consiste nel sottrarre queste personalità alla rappresentazione puramente religiosa o devozionale. Il cattolicesimo sociale raccontato da Radici & Lieviti non coincide con la difesa di un’identità confessionale. È un pensiero politico nel significato più alto del termine: una concezione della società fondata sulla dignità della persona, sul rifiuto della guerra, sulla centralità dei poveri, sull’istruzione come strumento di emancipazione e sull’idea che le istituzioni debbano essere poste al servizio della comunità. Dossetti non fu soltanto il sacerdote ritiratosi nella vita monastica, ma uno dei protagonisti della stagione costituente, convinto che la democrazia non potesse esaurirsi nella competizione elettorale; La Pira non fu semplicemente il sindaco santo, ma un amministratore che considerava il lavoro, la casa e la pace quali capisaldi della politica; Mazzolari non rappresentò una generica voce della bontà cristiana, ma un’intelligenza inquieta, spesso in tensione con le gerarchie e con il conformismo del proprio tempo; Don Milani, infine, non fu il maestro di una pedagogia consolatoria, bensì l’autore di una delle più dure accuse rivolte a una scuola capace di riprodurre le disuguaglianze fingendo di essere neutrale. La loro radicalità non nasceva dall’estremismo, ma dalla coerenza. Nel senso che prendevano sul serio ciò che la società preferiva lasciare allo stato di principio: l’eguaglianza, la pace, la dignità, la partecipazione e, soprattutto, la responsabilità verso gli ultimi.

Il film costruisce attorno a questa eredità un viaggio attraverso luoghi, documenti e testimonianze. Hanno partecipato studiosi, rappresentanti delle fondazioni dedicate ai quattro protagonisti, persone che ne hanno conosciuto direttamente l’esperienza e ex allievi della scuola di Barbiana. Tra gli altri compaiono Agostino Burberi, Sergio Tanzarella, Patrizia Giunti, Paola Bignardi, Rosy Bindi e membri della Piccola Famiglia dell’Annunziata fondata da Dossetti. Le riprese si muovono tra Calabria, Toscana e l’Emilia, collegando il presente ai luoghi nei quali quelle idee presero forma. La narrazione mette in relazione i ragazzi di ieri, ormai prossimi alla terza età, e quelli di oggi. I primi sono cresciuti in una stagione nella quale il cambiamento collettivo appariva non soltanto necessario, ma possibile; hanno conosciuto la partecipazione, le organizzazioni politiche, l’associazionismo, le lotte per i diritti e l’idea che il futuro potesse essere costruito attraverso un’azione comune. Portano però con sé anche il peso delle sconfitte, delle degenerazioni e delle promesse non mantenute. I giovani contemporanei, invece, vivono un mondo diverso: sono sempre connessi, ma isolati; dispongono di una quantità smisurata di informazioni, ma faticano a riconoscere i luoghi nei quali trasformare la conoscenza in partecipazione. E la politica appare distante o screditata, mentre la precarietà impedisce perfino di immaginare il futuro come progetto condiviso.

Il confronto tra queste due generazioni costituisce il vero terreno politico del film. Non si tratta di stabilire chi abbia ragione; la generazione dell’impegno non può limitarsi a rimproverare ai giovani il disinteresse, perché consegna loro una società segnata da guerre, crisi ambientali, precarietà e istituzioni sempre meno credibili. Allo stesso tempo, la disillusione non può diventare una giustificazione permanente per la rinuncia. Infatti, il regista definisce l’opera un manifesto pacifista, un confronto tra gli adolescenti di ieri, cresciuti nell’etica dell’impegno e i nativi digitali immersi nella cultura dell’individualismo. La finalità dichiarata non è riprodurre nostalgicamente un mondo scomparso, ma ritrovare lo spirito dal quale nacque la Repubblica per affidarlo alle nuove generazioni. Il passaggio più significativo riguarda il rapporto tra Vangelo e Costituzione. L’accostamento non serve a subordinare lo Stato alla religione, né a rivendicare una primazia del cattolicesimo nella vita pubblica. Al contrario, mostra come una fede vissuta radicalmente possa tradursi nella difesa di principi universali e pienamente laici. La Costituzione diventa così il luogo nel quale convinzioni morali differenti possono incontrarsi senza annullarsi. Il credente può riconoscervi la dignità irriducibile della persona; il non credente può riconoscervi il patto civile che impedisce al potere di trasformarsi in dominio. Entrambi sono chiamati a misurarsi con la stessa domanda: quanto resta, nelle scelte concrete della politica, dei principi che continuiamo solennemente a proclamare? La potenza della risposta di Radici & Lieviti restituisce un significato che supera il cattolicesimo stesso. Infatti, il film parla della qualità della democrazia, della distanza tra legalità formale e giustizia sostanziale, della responsabilità delle istituzioni e del dovere di non considerare inevitabile ciò che è soltanto il risultato di decisioni politiche. Sì, perché la povertà non è una fatalità naturale. Così come l’emarginazione non è una colpa individuale; la guerra non è una calamità alla quale assistere passivamente, e l’istruzione non è un privilegio da distribuire secondo la provenienza sociale. Queste erano le convinzioni dei protagonisti storici del film e sono, ancora oggi, questioni costituzionali prima ancora che religiose. Non c’è dubbio che l’impostazione dell’opera rivela apertamente una finalità formativa, ma è una scelta legittima e coerente con la natura del progetto, che comporta anche un rischio: quando il messaggio è molto forte, la narrazione può diventare il mezzo attraverso il quale dimostrare una tesi già definita. Il confronto generazionale, perciò, tende talvolta ad assumere un valore simbolico più che a svilupparsi come conflitto pienamente autonomo.

La presenza di interpreti volontari dell’associazione, molti dei quali rappresentano sé stessi, conferma la natura collettiva e civile dell’operazione. Non si tratta di una produzione che cerca di nascondere la propria origine militante. Anzi. Il film dichiara da quale cultura proviene e quale trasformazione auspica. Questa trasparenza costituisce un elemento di forza, purché il pubblco non venga considerato il destinatario passivo di una lezione, ma un interlocutore libero di interrogare anche le contraddizioni di quella tradizione. Anche il cattolicesimo sociale ha conosciuto sconfitte, ambiguità e rimozioni. Molte delle sue figure più importanti furono ascoltate dopo essere state isolate; celebrate dopo essere state considerate scomode; trasformate in simboli quando non potevano più ostacolare il potere. Il valore di Radici & Lieviti dipende allora dalla capacità del pubblico di non fermarsi all’ammirazione. Ricordare don Milani, celebrare La Pira, citare Dossetti, invocare Mazzolari, senza interrogare una scuola ancora diseguale, senza discutere il diritto alla casa e al lavoro, senza difendere la Costituzione dalle sue deformazioni, senza riconoscere il dovere del dissenso, sarebbe inutile e neutralizzerebbe le loro esperienze.

Il docufilm di Luigi Grimaldi non chiede di aderire a una fede religiosa, ma chiede a ognuno di assumere una responsabilità etica, civile e morale. E in un tempo nel quale la parola valori viene frequentemente utilizzata per delimitare identità, erigere confini e indicare nemici, Radici & Lieviti restituisce ai valori una funzione diversa. Ovverosia, un valore esiste soltanto quando produce conseguenze: quando la pace richiede il rifiuto della logica della guerra, l’eguaglianza richiede politiche capaci di ridurre le distanze sociali, la legalità richiede istituzioni credibili e la solidarietà richiede la disponibilità a rinunciare a una parte del proprio privilegio. Per questo il film riguarda direttamente anche chi non appartiene alla cultura cattolica. La nuova etica pubblica evocata dal progetto non può essere il patrimonio esclusivo di una comunità religiosa. Deve diventare uno spazio comune nel quale credenti e non credenti riconoscano che la dignità umana viene prima della convenienza, che il potere deve accettare limiti e che la democrazia non sopravvive senza partecipazione.

Presentato nel 2024 e selezionato nell’ambito della settantottesima edizione del Festival Internazionale del Cinema di Salerno, il docufilm è stato reso disponibile gratuitamente su YouTube nel luglio 2026, con l’intenzione dichiarata di farlo entrare nelle case, nelle scuole e nelle comunità. La sua funzione più importante potrebbe cominciare proprio dopo la visione. Quando le immagini finiscono e resta la domanda decisiva: che cosa siamo disposti a fare di questa memoria? Le radici spiegano da dove veniamo. Ma soltanto il lievito dimostra che quella storia è ancora viva.

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