A venticinque anni dal G8 di Genova, ricostruire le violenze del luglio 2001 rimane necessario. Non esiste riflessione politica possibile che possa prescindere dalla morte di Carlo Giuliani, dalle cariche contro i cortei, dalle torture e dalle umiliazioni nella caserma di Bolzaneto, dall’irruzione alla scuola Diaz e dalla costruzione di false prove destinate a giustificare ciò che era già stato compiuto. Ma oggi la domanda può e deve spingersi oltre. Non riguarda soltanto ciò che avvenne in quei giorni. Riguarda ciò che, dopo quei giorni, non avvenne più, il futuro politico che Genova conteneva e che non riuscì a svilupparsi, la possibilità che un movimento mondiale, trasversale e ancora imperfetto diventasse una forza capace di incidere sulle decisioni economiche, ambientali e internazionali del nuovo secolo. La storia controfattuale è sempre un terreno delicato. Non consente di affermare che, senza la repressione di Genova, il mondo sarebbe certamente diventato più pacifico, più giusto o più sostenibile. Permette però di individuare le alternative che esistevano, gli interessi che le contrastavano e le direzioni che furono successivamente imboccate. La questione, allora, non è immaginare romanticamente il mondo che sarebbe potuto nascere. È comprendere quale possibilità politica venne indebolita quando il movimento per la giustizia globale fu rappresentato come un problema di ordine pubblico anziché come un interlocutore della democrazia mondiale.
Dentro e fuori la zona rossa Dentro la zona rossa si riunivano i capi di Stato e di governo delle otto maggiori potenze industrializzate, insieme ai rappresentanti dell’Unione europea. Il comunicato conclusivo del vertice definiva l’integrazione dei Paesi più poveri nell’economia globale come la via principale per soddisfarne le aspirazioni e individuava in un’economia mondiale «forte, dinamica, aperta e in crescita» lo strumento fondamentale per ridurre la povertà. Lo stesso documento riconosceva, tuttavia, la necessità di intervenire sul debito, sulle malattie infettive, sui cambiamenti climatici e sulle fonti rinnovabili. Questo passaggio è essenziale per comprendere Genova. Le questioni sollevate fuori dalla zona rossa non erano ignote a chi decideva dentro. La povertà, il debito, l’Aids, il clima e l’accesso alle tecnologie erano già riconosciuti come problemi mondiali. La divergenza riguardava il modo di affrontarli. Per gli otto governi, la globalizzazione avrebbe dovuto essere corretta nei suoi effetti più gravi, ma non messa in discussione nella sua architettura fondamentale: apertura dei mercati, liberalizzazione degli scambi, centralità degli investimenti privati, affidamento alla crescita economica e alla tecnologia del compito di risolvere le contraddizioni sociali e ambientali. Fuori dalla zona rossa si poneva una questione diversa: chi governa la globalizzazione, nell’interesse di chi e sotto quale controllo democratico?
Quello che venne sbrigativamente definito movimento “no global” non chiedeva la chiusura delle frontiere o la fine delle relazioni tra i popoli. Era, più propriamente, un movimento altermondialista: contestava una globalizzazione costruita intorno alla libertà dei capitali e delle merci, ma priva di una corrispondente universalizzazione dei diritti sociali, ambientali e politici. Non era un’organizzazione unitaria e non possedeva un’unica ideologia. Riuniva sindacati, associazioni cattoliche, ambientalisti, pacifisti, organizzazioni non governative, movimenti femministi, centri sociali, gruppi impegnati contro il debito, realtà del commercio equo, reti del Sud globale e una generazione giovanissima che si affacciava per la prima volta alla partecipazione politica. Gli studi sul movimento lo hanno descritto come un “movimento di movimenti”: una forma embrionale di società civile transnazionale, radicata però nelle differenti realtà nazionali. Era proprio questa pluralità a costituirne contemporaneamente la forza e il limite. La forza consisteva nella capacità di collegare fenomeni che la politica tradizionale continuava a considerare separati. Il limite stava nella difficoltà di trasformare una moltitudine di domande in una piattaforma istituzionale, in un’organizzazione permanente e in una capacità effettiva di governo. Genova avrebbe potuto essere il luogo in cui questa maturazione cominciava. Divenne invece il luogo in cui il movimento fu costretto a difendere la propria legittimità, la propria incolumità e persino la verità di ciò che aveva subito.
Le domande che quel movimento aveva posto in anticipo Il giudizio sul movimento non dovrebbe essere formulato soltanto sulla base delle risposte che riuscì a offrire. Dovrebbe partire dalle domande che ebbe la capacità di porre. Chi decide l’indebitamento dei Paesi più poveri? È legittimo che il pagamento degli interessi prevalga sulla salute, sull’istruzione e sulla sopravvivenza delle popolazioni? Può il lavoro essere trattato come una variabile da comprimere per rendere più competitive le merci? È accettabile che le imprese multinazionali possano spostare capitali, profitti e produzioni mentre i lavoratori restano vincolati ai territori e alle loro fragilità? Possono l’acqua, la salute, la conoscenza e i farmaci essere considerati soltanto beni economici? Chi risponde dei danni ambientali prodotti da un sistema fondato sulla crescita illimitata dei consumi e sull’impiego delle fonti fossili?
Venticinque anni dopo, queste domande non appaiono estremistiche. Appaiono drammaticamente realistiche. La povertà estrema mondiale è diminuita in misura rilevante rispetto agli anni Novanta, soprattutto grazie alla crescita di alcune grandi economie asiatiche. Sarebbe dunque scorretto descrivere la globalizzazione come un processo che abbia prodotto esclusivamente impoverimento. Ma la stessa Banca mondiale riconosce che la riduzione della povertà ha rallentato fino quasi ad arrestarsi e che centinaia di milioni di persone continuano a vivere in condizioni di estrema privazione, soprattutto negli Stati attraversati da conflitti e fragilità istituzionali. La critica del movimento non negava necessariamente la capacità della crescita di migliorare alcune condizioni materiali. Contestava l’idea che la crescita, da sola, producesse automaticamente giustizia, diritti, democrazia e sostenibilità. La differenza è decisiva.
Un’economia mondiale diversa Se il movimento non fosse stato fermato, la prima trasformazione possibile avrebbe riguardato il rapporto tra politica ed economia. Una rete internazionale stabile avrebbe potuto esercitare una pressione più forte per introdurre regole comuni sul lavoro, sulla fiscalità delle imprese, sui paradisi fiscali, sulla circolazione speculativa dei capitali e sulle responsabilità delle multinazionali. Le clausole sociali e ambientali avrebbero potuto entrare molto prima negli accordi commerciali, impedendo almeno in parte che la competitività internazionale fosse costruita sulla compressione dei salari, sull’indebolimento sindacale e sul trasferimento delle produzioni nei luoghi in cui i diritti costavano meno. Non avrebbe significato interrompere gli scambi mondiali, ma subordinare il commercio a condizioni politiche e sociali. Una presenza altermondialista più organizzata avrebbe inoltre potuto rendere politicamente più praticabili la tassazione delle transazioni finanziarie, il contrasto all’elusione internazionale e una maggiore separazione tra attività creditizia e speculazione. Non è possibile affermare che ciò avrebbe impedito la crisi finanziaria del 2008. È però ragionevole sostenere che avrebbe rafforzato le resistenze alla deregolamentazione, alla finanziarizzazione dell’economia e al principio secondo cui i profitti rimangono privati mentre le perdite vengono trasferite sulla collettività. Il movimento avrebbe potuto mantenere aperta una contesa sul significato stesso dello sviluppo: non soltanto incremento del prodotto interno lordo, ma qualità del lavoro, accesso ai servizi, redistribuzione della ricchezza, salute delle comunità e tutela degli ecosistemi. Il punto non era fermare l’economia mondiale. Era impedire che l’economia mondiale diventasse un potere autonomo, sottratto alle istituzioni democratiche.
Il debito come forma di governo Uno dei temi centrali di Genova era la cancellazione o la ristrutturazione del debito dei Paesi impoveriti. Anche il vertice riconobbe la questione e rivendicò gli interventi adottati nei confronti dei Paesi più indebitati. Ma prevalse un’impostazione selettiva, condizionata e incapace di modificare strutturalmente il rapporto tra creditori e debitori. Oggi il debito dimostra quanto quella discussione fosse lungimirante. Nel 2024 il debito pubblico mondiale ha raggiunto i 102 mila miliardi di dollari. I Paesi in via di sviluppo ne detenevano circa 31 mila miliardi e hanno pagato 921 miliardi di dollari netti in interessi. Secondo l’UNCTAD, 3,4 miliardi di persone vivono in Paesi che spendono per gli interessi più di quanto destinino alla sanità o all’istruzione. Non si tratta semplicemente di un problema contabile. Il debito diventa una forma di governo quando impone agli Stati di ridurre i servizi pubblici, privatizzare beni essenziali, rinviare gli investimenti ambientali e subordinare le scelte democratiche alle aspettative dei creditori. Un movimento mondiale sopravvissuto a Genova avrebbe potuto rendere più forte la richiesta di un meccanismo internazionale e indipendente per la ristrutturazione dei debiti sovrani, sottraendo almeno parzialmente queste decisioni ai rapporti di forza tra singoli Stati e istituzioni finanziarie. Avrebbe soprattutto potuto affermare un principio: nessun debito può essere considerato sostenibile quando per pagarlo una popolazione deve rinunciare alla salute, all’istruzione o alla propria sicurezza alimentare.
Il clima e il tempo perduto Nel luglio 2001 il cambiamento climatico era già riconosciuto dal G8 come una questione urgente. Il documento finale affermava la necessità di ridurre le emissioni e promuovere le energie rinnovabili, ma registrava anche il dissenso esistente sul Protocollo di Kyoto. Quella contraddizione avrebbe segnato i due decenni successivi: riconoscere scientificamente il problema e rinviarne politicamente la soluzione. Il movimento di Genova collegava invece la crisi ambientale al modello economico, agli stili di consumo, alle diseguaglianze e ai rapporti tra Nord e Sud del mondo. Non chiedeva soltanto tecnologie meno inquinanti. Chiedeva di discutere chi producesse le emissioni, chi traeva profitto dall’impiego delle risorse e chi avrebbe pagato le conseguenze del cambiamento climatico. L’IPCC ha successivamente confermato che il riscaldamento globale è stato provocato inequivocabilmente dalle attività umane e che le responsabilità storiche e attuali sono distribuite in modo profondamente diseguale tra Stati, gruppi sociali e modelli di consumo. Nel 2025, secondo il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente, gli impegni assunti dagli Stati erano ancora largamente insufficienti. Per riallinearsi a una traiettoria compatibile con l’obiettivo di 1,5 gradi, le emissioni annuali dovrebbero diminuire del 55 per cento entro il 2035 rispetto ai livelli del 2019. Il superamento temporaneo della soglia di 1,5 gradi è ormai considerato molto probabile nel prossimo decennio. Un movimento altermondialista più forte avrebbe potuto anticipare la costruzione di una vera politica di giustizia climatica: investimenti pubblici nelle rinnovabili, trasferimenti tecnologici verso i Paesi più poveri, riconversione industriale, trasporti collettivi, tutela dei lavoratori coinvolti nella transizione e tassazione delle attività maggiormente inquinanti. Non possiamo sapere quanto avrebbe ridotto le emissioni. Possiamo però affermare che avrebbe contrastato più precocemente l’idea secondo cui la transizione dovesse essere lasciata quasi esclusivamente ai mercati e alle convenienze delle imprese energetiche. Nel 2024 i sussidi fiscali espliciti alle fonti fossili ammontavano ancora a circa 725 miliardi di dollari. Considerando anche i costi ambientali e sanitari non incorporati nei prezzi, la stima raggiungeva 6.700 miliardi. Il paradosso è evidente: mentre si chiedono sacrifici individuali ai cittadini, gli Stati continuano a sostenere economicamente il sistema energetico che alimenta la crisi.
Materie prime, sicurezza e guerre Il legame tra fonti fossili e conflitti deve essere affrontato senza semplificazioni. Non tutte le guerre sono guerre per il petrolio o per il gas. Le cause dei conflitti comprendono rivalità territoriali, ideologie, nazionalismi, sicurezza, egemonia regionale, controllo politico e contrapposizioni storiche. Ma sarebbe altrettanto sbagliato negare il peso strategico delle materie prime, delle rotte energetiche, degli oleodotti, dei gasdotti, dei giacimenti, delle terre rare e delle infrastrutture necessarie alla produzione industriale. Un’economia mondiale dipendente da risorse concentrate in poche aree trasforma l’energia in strumento di pressione politica e militare. Gli Stati non competono soltanto per l’accesso alle materie prime, ma per assicurarsi catene di approvvigionamento, mercati, porti, corridoi commerciali e alleanze. Una transizione energetica avviata seriamente venticinque anni fa avrebbe probabilmente ridotto alcune di queste dipendenze. Non avrebbe eliminato i conflitti, ma avrebbe potuto diminuire la centralità geopolitica delle fonti fossili e la vulnerabilità degli Stati alle crisi energetiche. Il dato contemporaneo mostra la direzione opposta. Nel 2025 la spesa militare mondiale ha raggiunto i 2.887 miliardi di dollari, crescendo per l’undicesimo anno consecutivo. Stati Uniti, Cina e Russia hanno rappresentato insieme più della metà della spesa mondiale. È la fotografia di un sistema internazionale che continua a rispondere all’insicurezza attraverso il riarmo. Eppure, la sicurezza non dipende soltanto dalle armi. Dipende dalla stabilità climatica, dalla disponibilità di acqua, dalla sicurezza alimentare, dalla salute, dalla riduzione delle diseguaglianze e dalla capacità degli Stati di garantire condizioni di vita dignitose. Il movimento di Genova proponeva, ancora in forma embrionale, un concetto differente di sicurezza: non la sola difesa dei confini e degli interessi nazionali, ma la protezione delle persone e dei beni comuni.
L’11 settembre e il mondo della guerra Genova avvenne meno di due mesi prima degli attentati dell’11 settembre 2001. Dopo quella data il linguaggio della politica internazionale cambiò radicalmente. La guerra al terrorismo, le operazioni militari in Afghanistan e in Iraq, l’espansione degli apparati di sicurezza, la sorveglianza e la polarizzazione tra fedeltà e sospetto occuparono lo spazio pubblico. Parte delle energie del movimento per la giustizia globale confluì nella mobilitazione pacifista. Altre componenti si ritirarono o tornarono alle lotte locali. Gli studiosi hanno osservato come, soprattutto negli Stati Uniti e in Europa, la nuova stagione abbia dirottato le energie verso il movimento contro la guerra, accrescendo contemporaneamente la sorveglianza, la repressione del dissenso e la difficoltà di ottenere attenzione mediatica per le questioni economiche e sociali. Non possiamo sapere se una rete mondiale più solida avrebbe impedito le guerre successive. Le manifestazioni del 2003 contro l’invasione dell’Iraq furono imponenti e non riuscirono comunque a fermarla. Avrebbero però potuto esistere una continuità organizzativa, una maggiore capacità di pressione sui governi europei e una cultura politica internazionale più attrezzata a distinguere la risposta giudiziaria e multilaterale al terrorismo dalla guerra permanente. Il movimento avrebbe potuto contestare più efficacemente il passaggio da un diritto internazionale fondato, almeno formalmente, sulle Nazioni Unite a un sistema nel quale coalizioni di Stati decidevano unilateralmente quando e dove intervenire. Avrebbe potuto soprattutto impedire che la paura diventasse l’unica chiave di interpretazione delle relazioni internazionali.
Salute, brevetti e beni comuni Tra le poche decisioni concrete del G8 di Genova vi fu il sostegno alla nascita del Fondo globale contro Aids, tubercolosi e malaria, con un impegno iniziale di 1,3 miliardi di dollari. Anche questo risultato dimostra che la pressione dei movimenti non era priva di efficacia. Le campagne internazionali per l’accesso ai farmaci, contro il costo dei brevetti e per la cancellazione del debito contribuirono a rendere politicamente impossibile ignorare l’emergenza sanitaria dei Paesi più poveri. Una maggiore continuità del movimento avrebbe potuto consolidare il principio secondo cui la salute, la ricerca scientifica e le conoscenze essenziali non possono essere affidate unicamente alla proprietà privata e alle capacità di acquisto dei singoli Stati. Vent’anni dopo la pandemia ha mostrato quanto fosse attuale quella discussione: capacità produttiva concentrata, competizione tra governi, diseguaglianza nell’accesso ai vaccini e conflitto tra tutela dei brevetti e diffusione delle tecnologie. Genova conteneva già l’idea che alcuni beni dovessero essere considerati comuni perché dalla loro disponibilità dipende la sicurezza dell’intera umanità.
La globalizzazione digitale che ancora non vedevamo Nel 2001 la rivoluzione digitale era soltanto agli inizi. I social network non esistevano nella forma attuale, le piattaforme non controllavano parti decisive della comunicazione mondiale e i dati personali non costituivano ancora una delle principali materie prime economiche. Eppure, la domanda posta dal movimento «chi governa i poteri transnazionali?» si applica oggi alle grandi imprese tecnologiche con una precisione impressionante. Le piattaforme stabiliscono le condizioni di accesso all’informazione, organizzano il lavoro, raccolgono dati, orientano i consumi e incidono sulla formazione dell’opinione pubblica, spesso con una capacità superiore a quella di molti Stati. Un movimento mondiale sopravvissuto e maturato avrebbe potuto estendere la propria riflessione dai beni comuni materiali a quelli digitali: accesso alla conoscenza, neutralità delle reti, protezione dei dati, trasparenza degli algoritmi, limiti ai monopoli e sovranità democratica sulle infrastrutture tecnologiche. È uno degli aspetti che a Genova non potevano essere ancora pienamente visibili, ma che appartengono direttamente all’eredità delle domande poste in quei giorni.
La critica abbandonata alla destra Forse la conseguenza politica più profonda riguarda la forma assunta negli anni successivi dalla contestazione della globalizzazione. Il movimento di Genova proponeva una critica internazionalista: i lavoratori, le popolazioni impoverite, l’ambiente e i diritti non dovevano essere messi in concorrenza tra loro. La risposta alle diseguaglianze mondiali avrebbe dovuto essere costruita attraverso nuove regole comuni, solidarietà transnazionale e democratizzazione delle istituzioni globali. Quando quella critica fu repressa, frammentata e progressivamente marginalizzata, i problemi non scomparvero. Rimasero la precarizzazione del lavoro, le delocalizzazioni, la perdita di controllo democratico, l’insicurezza sociale e la percezione che le decisioni venissero assunte in luoghi irraggiungibili dai cittadini. Ma, in assenza di una forte interpretazione egualitaria e internazionalista, quel malessere fu progressivamente intercettato da culture politiche opposte. La critica alla globalizzazione divenne chiusura nazionale. La domanda di protezione sociale venne trasformata in protezione dei confini. Il conflitto tra lavoro e capitale fu sostituito dal conflitto tra cittadini e migranti. La contestazione delle élite economiche fu assorbita da leadership che indicavano come nemici le minoranze, gli stranieri, l’Europa o un indistinto complotto globale. È forse questo il più grande paradosso dei venticinque anni trascorsi. Il movimento accusato di essere “contro la globalizzazione” era in realtà una delle poche forze che cercavano di costruire una globalizzazione politica, sociale e democratica. La sua sconfitta non ha fermato l’integrazione mondiale dei mercati. Ha indebolito la possibilità di governarla attraverso i diritti.
Quanto avrebbe potuto incidere davvero? Non bisogna trasformare il movimento di Genova in ciò che non era. Non possedeva un programma unitario di governo. Convivevano al suo interno riformisti e anticapitalisti, associazioni religiose e movimenti radicali, sindacati e reti informali, fautori della nonviolenza e gruppi attratti dalla logica dello scontro. Mancavano una struttura decisionale condivisa, una rappresentanza riconosciuta e una strategia capace di collegare la mobilitazione sociale all’azione istituzionale. Anche senza la repressione, queste contraddizioni sarebbero emerse. Ma i movimenti non devono necessariamente conquistare il governo per modificare la storia. Possono cambiare il vocabolario della politica, imporre questioni, rendere inaccettabili determinate pratiche, condizionare i partiti, costruire competenze e preparare una generazione alla responsabilità pubblica. Se Genova non fosse stata trasformata in un campo di battaglia, il movimento avrebbe potuto consolidare le proprie reti, elaborare piattaforme più precise e costringere governi e istituzioni internazionali a confrontarsi stabilmente con una rappresentanza della società civile mondiale. Avrebbe potuto contribuire alla formazione di una nuova classe dirigente politica, ecologista, pacifista e sociale. Avrebbe potuto impedire che migliaia di giovani identificassero la partecipazione politica con l’esperienza della violenza subita, della manipolazione e dell’impunità. La repressione non fu quindi soltanto un insieme di violazioni individuali, per quanto gravissime. Produsse un effetto politico collettivo: mostrò che anche una mobilitazione vasta, internazionale e prevalentemente pacifica poteva essere ricondotta alla categoria dell’ordine pubblico, isolata attraverso la violenza e screditata mediante la rappresentazione mediatica.
Il mondo che non nacque Venticinque anni dopo, molte delle previsioni implicite del movimento sono diventate realtà. La concentrazione della ricchezza ha indebolito le democrazie. Il debito sottrae risorse ai servizi essenziali. La crisi climatica procede più rapidamente delle decisioni politiche. Le materie prime e le catene di approvvigionamento sono tornate al centro delle rivalità tra potenze. Le spese militari crescono mentre la cooperazione internazionale si indebolisce. Le piattaforme digitali hanno costruito poteri globali privi di un adeguato controllo democratico. Il movimento non aveva tutte le risposte. Ma aveva individuato la connessione tra questi fenomeni prima che diventassero evidenti. Aveva compreso che non poteva esistere pace senza giustizia sociale, sicurezza senza sostenibilità ambientale, libertà senza controllo democratico dell’economia, sviluppo senza diritti e globalizzazione senza una responsabilità comune verso il pianeta. Dentro la zona rossa si cercava di rendere la globalizzazione più accettabile senza modificarne i centri decisionali. Fuori si chiedeva che quei centri diventassero democratici, trasparenti e sottoposti al giudizio delle popolazioni sulle quali ricadevano le loro scelte. Gli otto leader riuniti a Genova non decidevano da soli il futuro del pianeta. Ma rappresentavano governi capaci di orientare le istituzioni finanziarie, il commercio, le politiche energetiche, la sicurezza internazionale e l’accesso alle tecnologie. Le loro decisioni producevano conseguenze ben oltre i confini degli Stati che li avevano eletti. Era precisamente questo il problema democratico posto dal movimento. Se quel movimento non fosse stato fermato, non sarebbe necessariamente nato un altro mondo. Ma sarebbe potuto nascere un diverso equilibrio di forze dentro questo mondo: più capace di contestare il primato dei mercati, di anticipare la transizione ecologica, di ridurre il peso del debito, di difendere i beni comuni e di opporre alla competizione militare una concezione umana e collettiva della sicurezza. Genova non fu dunque soltanto la fine di una mobilitazione. Fu il punto nel quale una domanda sul governo democratico del pianeta venne respinta con la forza, proprio mentre il pianeta stava entrando nella fase storica in cui quella domanda sarebbe diventata inevitabile. Oggi conosciamo i danni prodotti dalle scelte compiute allora e negli anni successivi. Sappiamo che la globalizzazione senza governo non ha cancellato i conflitti, ma li ha trasferiti e moltiplicati. Ha aperto le frontiere hai capitali e richiuse davanti alle persone; non ha superato la lotta per le risorse, l’ha resa mondiale. E poi, ha globalizzato le dipendenze anziché universalizzare i diritti. Il futuro immaginato è stato sconfitto prima che potesse diventare abbastanza forte da mettere realmente in discussione il potere.