Gianluca Prestigiacomo, Direttore Responsabile  ·  Gianluca Zanella, Direttore Editoriale

L'Osservatorio della Legalità

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Mafie

La latitanza non è fuga: il caso Paviglianiti e la ’ndrangheta come potere transnazionale

Di Gianluca Prestigiacomo, Gianluca Zanella

1 LUGLIO 2026

La latitanza non è fuga: il caso Paviglianiti e la ’ndrangheta come potere transnazionale

L’arresto di Domenico Paviglianiti in Spagna non può essere letto soltanto come la cattura di un latitante. Sarebbe una lettura riduttiva e, per certi aspetti, consolatoria. Certo, il dato investigativo è rilevante: Paviglianiti, detto “Don Mico”, ritenuto figura di vertice dell’omonima cosca reggina, era ricercato dal 2022 ed è stato fermato a Soria, nell’entroterra spagnolo nell’ambito di un’operazione condotta con la cooperazione tra autorità italiane e spagnole. Secondo le ricostruzioni disponibili dovrebbe scontare oltre diciannove anni di carcere per associazione mafiosa, omicidio e reati in materia di armi. Ma il fatto, per chi voglia analizzare il fenomeno mafioso oltre la cronaca, non è soltanto dove sia stato arrestato, ma cosa riveli quella latitanza dal momento che un mafioso di quel profilo non è mai semplicemente un uomo che fugge; è il terminale individuabile di una rete invisibile. Una latitanza lunga, soprattutto quando si sviluppa fuori dal territorio nazionale, presuppone appoggi, silenzi, canali logistici, disponibilità economiche, relazioni familiari, coperture, documenti, prestanome, ambienti capaci di garantire protezione o comunque di non produrre ostacoli. Perciò, in buona sostanza una latitanza del genere non è da inquadrare solo come una fuga; è principalmente una organizzazione di alto livello.

Il caso Paviglianiti consente allora di spostare lo sguardo dal singolo fatto al sistema che lo rende possibile. Non c’è soltanto il boss arrestato, ma la rete che ha accompagnato la sua latitanza, l’insieme delle condizioni che hanno permesso a un uomo di quel profilo di restare all’estero, muoversi, nascondersi, ricevere appoggi e continuare a esistere dentro una geografia criminale più ampia. La Spagna, in questa prospettiva, non appare semplicemente come il Paese in cui Paviglianiti è stato fermato, ma come uno spazio operativo dentro una mappa europea della ’ndrangheta. Secondo le ricostruzioni della stampa spagnola, infatti, Paviglianiti era già stato arrestato in Spagna nel 1996 e nel 2021. Un dato che rafforza l’idea che alcuni territori stranieri non siano rifugi occasionali, ma luoghi ricorrenti di presenza, appoggio, protezione e possibile riorganizzazione. Per comprendere la portata del caso occorre tornare alla genealogia storica della ’ndrangheta reggina. Il nome di Paviglianiti rimanda a una stagione precisa: quella della cosiddetta seconda guerra di ’ndrangheta, tra il 1985 e il 1991, un conflitto sanguinosissimo che ridefinì gli equilibri criminali nella provincia di Reggio Calabria. Le ricostruzioni disponibili collocano la cosca Paviglianiti nello schieramento vicino ai De Stefano nella contrapposizione con l’area Condello-Imerti. Quella guerra più che una faida criminale, fu una fase di trasformazione. La violenza servì a ridefinire gerarchie, alleanze, territori e rapporti di forza. Ma, una volta chiusa la stagione più apertamente militare la ’ndrangheta seppe compiere un salto di qualità: non abbandonò la violenza, la rese più selettiva, più funzionale, meno appariscente. La forza intimidatrice rimase e venne progressivamente integrata con la capacità di accumulare capitale, controllare flussi economici, penetrare mercati legali, condizionare amministrazioni, utilizzare professionisti, dialogare con altri sistemi criminali. Un passaggio storico decisivo: dalla mafia della guerra alla mafia della gestione, dalla conquista del territorio alla gestione delle relazioni e dal controllo visibile dello spazio locale alla capacità di governare, anche a distanza, flussi finanziari, rotte commerciali, investimenti, logistica, riciclaggio, appalti, traffici internazionali.

La ’ndrangheta contemporanea da molto tempo non è più una criminalità confinata alla Calabria. Regione che resta la matrice, il luogo della legittimazione, il deposito simbolico dell’appartenenza, il centro identitario della struttura. Le funzioni operative si proiettano altrove. Secondo Interpol la ’ndrangheta è oggi una delle organizzazioni criminali più estese e potenti al mondo con radici, appunto, in Calabria ma presente in oltre ottantaquattro Paesi. L’Interpol segnala inoltre la sua capacità di penetrare ambienti politici ed economici attraverso corruzione e infiltrazione per poi radicalizzarsi. Quindi, non si tratta neanche più di emigrare, ma di riprodursi esportando un metodo per generare nuove relazioni attraverso le quali affermare il proprio capitale criminale. Trasporta linguaggi, vincoli familiari, fedeltà, intimidazione, capacità di intermediazione. Ma, soprattutto, trasporta una forma di potere che molte volte non ha bisogno di sostituirsi formalmente alle istituzioni, perché spesso gli basta attraversarle, condizionarle, corromperle, aggirarle o sfruttarne le debolezze. Il radicamento transnazionale della ’ndrangheta va dunque letto come una duplice dinamica. Da una parte il mantenimento del vincolo originario con il territorio calabrese, dove l’appartenenza continua a produrre riconoscimento, gerarchia e autorità. Dall’altra, l’espansione verso spazi esterni nei quali sviluppare attività meno esposte: latitanza, riciclaggio, investimenti, traffici, contatti con altri gruppi criminali, inserimento in economie apparentemente lecite. Qui si apre il tema della zona grigia internazionale. Nessuna mafia transnazionale vive soltanto di affiliati. Le organizzazioni mafiose hanno certamente bisogno di criminali, ma hanno altrettanto bisogno di professionisti, perché la violenza può aprire una strada, ma non è sufficiente a governare patrimoni, società, investimenti e relazioni economiche. Per questo, accanto all’intimidazione, diventano indispensabili consulenze, contratti, fatture, conti correnti, immobili, ristoranti, imprese, trasporti, studi professionali, mediatori, prestanome e funzionari compiacenti o anche solo distratti. L’Europol ha più volte segnalato come le reti criminali più pericolose attive nell’Unione europea facciano uso di strutture economiche legali. Nel rapporto dedicato alle reti criminali più minacciose, Europol ha indicato che l’86% di queste reti utilizza strutture imprenditoriali lecite, spesso proprio per occultare, facilitare o rafforzare attività criminali. Questo significa che il confine tra economia legale e economia criminale non è più una linea netta. È una zona di contaminazione. Una zona nella quale il capitale mafioso non si presenta necessariamente con la faccia feroce del delitto, ma con quella ordinaria dell’investimento, dell’impresa, dell’intermediazione, della liquidità disponibile, della convenienza economica. Insomma, la ’ndrangheta è così che mostra la propria modernità criminale. Non perché abbia superato la dimensione arcaica, ma perché è riuscita a conservarla dentro forme moderne. Famiglia, sangue, appartenenza, omertà e vincolo territoriale continuano a essere elementi decisivi, ma vengono messi al servizio di mercati globali, strumenti finanziari, rotte internazionali, economie digitali e reti logistiche.

La cattura di Paviglianiti assume allora un valore simbolico, non perché possa spiegare l’intero fenomeno, ma perché consente di vedere la continuità tra due stagioni. Da un lato la stagione delle guerre di mafia, delle alleanze reggine, della violenza omicidiaria, della costruzione del potere attraverso il sangue. Dall’altro la stagione della mobilità internazionale, delle protezioni oltre confine, della cooperazione investigativa necessaria per colpire strutture che non si lasciano più contenere entro i confini nazionali. E non è un caso che l’arresto sia maturato in un contesto di cooperazione internazionale. Il progetto I-CAN di Interpol nasce proprio per contrastare la proiezione globale della ’ndrangheta attraverso condivisione di informazioni, coordinamento investigativo e supporto ai Paesi coinvolti. La cattura di un latitante di alto profilo conferma dunque sia la pericolosità della rete, sia la necessità di una risposta non più soltanto nazionale. Un limite politico e culturale? L’antimafia troppo spesso continua a essere raccontata come risposta emergenziale: l’arresto, il blitz, il maxiprocesso, la confisca, la condanna. Tutti strumenti necessari, evidentemente. Ma insufficienti se non vengono accompagnati da una lettura sistemica. La mafia contemporanea non si limita a violare la legge: la attraversa, a studia, la sfrutta. Si colloca negli interstizi tra ordinamenti, nelle differenze tra sistemi giudiziari, nelle lentezze burocratiche, nelle opacità societarie, nelle vulnerabilità dei mercati. Per questo il contrasto alla ’ndrangheta transnazionale non può essere soltanto repressivo. Deve essere economico, amministrativo, culturale, investigativo, finanziario e politico. Occorre seguire il denaro, ma anche le relazioni. Colpire i patrimoni, ma anche le coperture, arrestare i latitanti, ma anche interrogarsi sui contesti che li proteggono. Quindi, va benissimo sequestrare beni, ma anche domandarsi come quei beni siano entrati in circuiti apparentemente normali senza produrre allarme.

La domanda vera, dunque, non riguarda soltanto il modo in cui Paviglianiti sia riuscito a restare latitante, ma le reti che rendono possibile a un potere mafioso di muoversi, adattarsi e riorganizzarsi dentro lo spazio europeo e internazionale. È su questo piano che la vicenda assume un valore più ampio, perché l’arresto di “Don Mico” non chiude una storia, ma ne illumina una parte e mostra come la ’ndrangheta non possa essere considerata un residuo del passato, una devianza folkloristica del Sud o una criminalità confinata ai territori d’origine. Al contrario, essa appare come un potere criminale capace di abitare la globalizzazione, inserirsi nelle economie, sfruttare le frontiere quando servono e superarle quando diventano un ostacolo. In questa prospettiva la latitanza non è necessariamente il contrario del potere, ma può diventarne una delle forme. Chi riesce a sottrarsi alla giustizia per anni, spostandosi o nascondendosi oltre confine, non manifesta soltanto una capacità individuale di fuga, ma rivela l’esistenza di un sistema che continua a riconoscerlo, proteggerlo, servirlo o comunque a renderne possibile la sopravvivenza. L’arresto resta il fatto, ma la rete è il problema, la transnazionalità è la struttura e la zona grigia è il metodo attraverso cui il potere mafioso continua a riprodursi. La domanda democratica, allora, è se gli Stati, le istituzioni europee, le economie legali e le società civili, siano davvero attrezzati per riconoscere la mafia non solo quando spara, ma quando investe, minaccia, compra, fugge e quando si radica. La ’ndrangheta, da tempo ormai, come del resto tutte le altre mafie, non si limita a occupare solo territori, ma a inserirsi nelle relazioni in quanto ha capito che esse sono diventate lo spazio vero del potere.

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