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Le parole della procuratrice di Venezia e l'omertà dei colletti bianchi

Di Marco Milioni

27 GIUGNO 2026

Le parole della procuratrice di Venezia e l'omertà dei colletti bianchi

«È vero che la delibera riguarda il conferimento di incarichi direttivi e semidirettivi ai magistrati, ma sembra non riconoscere la pregnanza della presenza della criminalità mafiosa in alcune regioni del Nord». A parlare in questi termini, intervistata dal Fatto Quotidiano il 24 giugno in pagina 9, è Alessandra Dolci, oggi a capo della Procura di Venezia, che vanta una esperienza di vaglia sul campo, che fino a poco tempo fa l'ha vista alla guida della Direzione distrettuale antimafia di Milano: non esattamente l'ultima arrivata quindi. Più segnatamente il magistrato si riferisce a una delibera organizzativa del Consiglio superiore della magistratura dell'11 giugno con la quale vengono individuate le Procure distrettuali «operanti in aree caratterizzate da alta densità di criminalità organizzata di tipo mafioso» ovvero Bari, Caltanissetta, Catania, Catanzaro, Lecce, Messina, Napoli, Palermo, Reggio Calabria, Roma e Salerno: Milano esclusa. Le dichiarazioni della dottoressa Alessandra Dolci sono pressoché cadute nel vuoto. In Lombardia ci sono state alcune reazioni, come ce ne sono state a livello nazionale: quanto messo nero su bianco da Libera è un esempio in questo senso. Più o meno sullo stesso binario si è mossa «Antimafia duemila». Si tratta però, quasi sempre, di addetti ai lavori per così dire. Il Veneto, invece, come capita spesso, ha sostanzialmente taciuto: rispettosissimo, della sua capacità di fondere o ibridare economia legale, illegale e più marcatamente mafiosa. Da questo punto di vista la disamina fatta propria a più riprese dallo scrittore Massimo Carlotto sembra non lasciare scampo. Ancora una volta in Veneto continua ad agire quella componente di colletti bianchi deviati che numerose inchieste giudiziarie hanno mostrato essere capace di favorire l'intreccio tra economia legale, interessi illeciti e organizzazioni mafiose, mettendo in campo, come al solito, due asset straordinari: una arrendevolezza volitiva nella accettazione dello status quo e la perseverazione dello stesso attraverso una omertà che non tanto è figlia della paura, ma di uno standard per certi versi libero, accettato e coltivato. Dopo le parole della procuratrice Alessandra Dolci il silenzio della politica veneta, da destra a sinistra, al netto di singole prese di posizione, non è solo la prova indiretta della traiettoria morale imboccata dalle istituzioni. Di più, quel silenzio funge da fondamento antropologico di una omertà che non è solo afonia: ma che è un vero e proprio tessuto connettivo sul piano sociale. In un paragone azzardato con la fisica, specie al Nord, la mafia non deve la sua essenza tanto ai costrutti atomici della materia che la compone, bensì alla imperscrutabilità dei vuoti che quella architettura contiene. Ovverosia, la forza della mafia non risiede soltanto nella materia che la compone, ma soprattutto nei vuoti che la società e le istituzioni le lasciano.

A ogni buon conto, il silenzio con cui una larghissima parte del mondo politico, della società civile e delle categorie produttive ha accompagnato le parole della procuratrice della città lagunare, non costituisce una novità, soprattutto nel Nordest. Quando, per esempio, nel Vicentino il lavori per il Tav furono interessati da episodi oggetto di indagini per possibili infiltrazioni mafiose, i silenzi si sprecarono. Il pestaggio patito dal direttore del cantiere di una società affidataria di Rfi nel Vicentino rimane un caso eclatante. Episodio che contribuì ad accendere l'attenzione sui profili di legalità nei cantieri: ne parla Vicenzatoday.it del 23 settembre del 2023. Nello stesso periodo le indagini coordinate dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Milano sui subappalti ferroviari nel Nord Italia, evidenziarono come il rischio di infiltrazione mafiosa riguardasse stabilmente anche territori ritenuti, troppo spesso, estranei al fenomeno: ambito anche questo approfondito da una inchiesta di Vicenzatoday.it il 4 marzo dell'anno prima. In quei casi ad alzare la voce furono la Prefettura di Vicenza, la diocesi di Vicenza, nonché alcuni sparuti attivisti della rete ecologista. Di fronte a quei fatti, fatta eccezione per alcune prese di posizione istituzionali e per l'impegno di una parte dell'associazionismo, la politica e gran parte delle rappresentanze economiche rimasero sostanzialmente silenziose. Infatti, soprattutto questo silenzio, più ancora delle parole, oggi rende ancora più significativo il richiamo della procuratrice di Venezia.

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