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Stragi

Fabrizio Gatti, Francesca Fagnani e la Uno Bianca: le domande mancate e il mistero come via di fuga

Di Gianluca Prestigiacomo, Gianluca Zanella

23 GIUGNO 2026

Fabrizio Gatti, Francesca Fagnani e la Uno Bianca: le domande mancate e il mistero come via di fuga

Ritornando ancora sulla vicenda della "Banda della Uno Bianca", che continua a interrogare non soltanto la memoria delle vittime, ma la qualità stessa della verità pubblica consegnata al Paese, le dichiarazioni rese da Roberto Savi a Belve Crime, le domande che secondo Fabrizio Gatti di Today, non sono state poste e l’esposto presentato dai familiari delle vittime, non costituiscono tre piani separati. Al contrario, sembrano comporre un’unica domanda di fondo: la Banda della Uno Bianca fu soltanto un gruppo criminale composto in larga parte da appartenenti alla Polizia di Stato, oppure agì, almeno in alcune fasi, dentro un sistema di coperture, depistaggi e possibili utilizzazioni superiori?

La prudenza è obbligatoria. Le sentenze hanno accertato le responsabilità dei Savi e degli altri componenti della banda. Ma la responsabilità materiale degli esecutori non esaurisce necessariamente il problema storico, investigativo e istituzionale. L’esposto dei familiari insiste proprio su questo punto: la sequenza dei fatti, la sproporzione tra violenza e profitto, la mancata contestazione della finalità terroristica, l’individuazione reiterata di falsi colpevoli e il ritorno di figure ambigue nei momenti decisivi non possono essere liquidati come semplici errori investigativi isolati. In questa prospettiva le parole di Roberto Savi non valgono perché provengono da una fonte affidabile. Al contrario: valgono perché provengono da una fonte radicalmente inaffidabile, ma si innestano su anomalie già documentate, su interrogativi mai risolti e su una nuova attività investigativa che oggi riguarda proprio alcuni degli episodi più oscuri: Castel Maggiore, la strage del Pilastro e il duplice omicidio dell’armeria di via Volturno.

Il punto, dunque, non è sostituire una verità processuale con una suggestione, ma è chiedersi se la verità processuale abbia davvero esaurito il perimetro della verità storica. E se, dietro la ferocia della Uno Bianca, non si debba ancora cercare ciò che per troppo tempo è rimasto ai margini dell’indagine pubblica: non solo chi sparò, ma chi seppe, chi coprì, chi orientò e chi trasse vantaggio dal terrore. Il problema, dunque, non riguarda soltanto le domande che Francesca Fagnani non ha posto a Roberto Savi. Riguarda, più profondamente, il modo in cui quella intervista è stata resa possibile, il perimetro entro il quale è stata condotta e l’effetto pubblico che ha prodotto. Un detenuto condannato all’ergastolo per una delle più gravi sequenze criminali della storia repubblicana viene intervistato dalla televisione pubblica. Parla fa allusioni, evoca rapporti con ambienti non criminali, coperture investigative, contatti con i Servizi, omicidi che non sarebbero stati soltanto rapine finite nel sangue. Tuttavia, proprio nel momento in cui il racconto sembra oltrepassare il perimetro della verità processuale, l’intervista non assume la forma di un vero controinterrogatorio giornalistico. Non vengono sviluppate fino in fondo le domande sul ruolo della relazione di Antonio Di Pietro sui falsi colpevoli, sulla strage del Pilastro, su Castel Maggiore, su via Volturno, sui possibili collegamenti con ambienti istituzionali, sulla Falange armata, sui depistaggi e sulle coperture. È qui che l’intervista diventa un oggetto problematico. Non perché un giornalista non possa intervistare un detenuto. Al contrario: il diritto-dovere di informare impone di ascoltare anche le fonti scomode, perfino quelle moralmente ripugnanti, quando possono contribuire a riaprire una domanda pubblica. Ma proprio per questo l’accesso alla fonte detenuta deve essere trasparente, proporzionato e non selettivo. Se alla televisione pubblica viene consentito di raccogliere le parole di Roberto Savi, mentre altre realtà giornalistiche che hanno formalmente chiesto di intervistarlo non ricevono alcuna risposta, si apre un problema che non può essere derubricato a questione burocratica. Quindi, non è rivendicare un diritto particolare di questa o quella testata. Si tratta di chiedere quali criteri regolino l’accesso giornalistico a una fonte così delicata, chi stabilisca l’interesse pubblico dell’intervista, quali garanzie siano previste affinché un condannato per delitti gravissimi non utilizzi il mezzo televisivo per inviare messaggi opachi e perché le domande decisive siano rimaste sullo sfondo proprio nel momento in cui Savi sembrava voler indicare l’esistenza di un livello superiore.

Da questo punto di vista l’artificiosità non sta soltanto nella costruzione televisiva dell’intervista, ma nel rapporto tra ciò che viene lasciato emergere e ciò che non viene interrogato. Savi viene portato davanti al pubblico, ma non viene inchiodato alle contraddizioni centrali. Viene lasciato alludere, non costretto a precisare. Viene ascoltato come fonte di rivelazione, non incalzato come soggetto che per decenni ha contribuito a occultare la verità. Eppure, l’ipotesi di una regia non nasce oggi, né da una frase televisiva pronunciata da Roberto Savi. Era già iscritta nelle anomalie dei primi episodi, nella sproporzione tra violenza e profitto, nell’uso di armi e modalità riconoscibili, nella tendenza a seminare terrore più che a massimizzare il bottino, negli attacchi contro appartenenti alle forze dell’ordine, nei depistaggi che orientarono le indagini verso falsi colpevoli, nella mancata contestazione della finalità terroristica nonostante le ripetute sollecitazioni dei familiari delle vittime. Infatti, l’esposto presentato dai familiari non si limita a chiedere una riapertura investigativa. Propone una diversa grammatica del caso Uno Bianca. Non più soltanto una banda di rapinatori assassini, composta in larga parte da appartenenti alla Polizia di Stato, ma un dispositivo criminale che, almeno in alcune fasi, sembra avere funzionato come strumento di intimidazione, disorientamento e pressione. Non necessariamente perché ogni componente ne conoscesse il disegno complessivo, ma perché alcune azioni, alcuni silenzi e alcune protezioni appaiono difficilmente spiegabili dentro la sola categoria della rapina comune. Per questo la domanda fondamentale non è se Roberto Savi oggi dica il vero. La domanda è un’altra: perché alcune cose che oggi Savi lascia intendere erano già leggibili negli atti, nelle anomalie investigative, nelle contraddizioni processuali e nelle richieste inevase dei familiari? E perché, ogni volta che questa domanda riemerge, il sistema tende a ricondurla dentro il perimetro rassicurante della banda autonoma, impermeabile, familiare, feroce ma isolata?

La verità processuale ha accertato responsabilità gravissime. Ma la verità storica e istituzionale non coincide sempre con il perimetro della condanna. Nel caso della Uno Bianca, il problema non è riabilitare suggestioni complottistiche. È impedire che la parola “mistero” venga usata per neutralizzare ciò che invece merita ancora accertamento: chi coprì, chi seppe, chi depistò, chi consentì a quel gruppo di agire per anni, e se quella violenza sia stata soltanto tollerata o anche, in alcuni momenti, orientata.

In questa prospettiva, il caso della Uno Bianca non può essere separato dalla più ampia storia repubblicana dei misteri italiani. Non perché ogni vicenda debba essere sovrapposta all’altra, né perché si debba trasformare l’analisi in una teoria indistinta del complotto. Ma perché la storia della Repubblica dimostra che quando la violenza criminale si è intrecciata con apparati, omissioni, depistaggi o zone grigie istituzionali, la parola “mistero” ha finito per funzionare come una formula di neutralizzazione della verità.

È accaduto nella stagione della strategia della tensione, dove i depistaggi non furono elementi marginali o successivi, ma parte integrante della costruzione dell’opacità. Non resero soltanto più difficile l’accertamento giudiziario: produssero un ambiente artificiale dentro il quale responsabilità, complicità e connivenze poterono disperdersi, confondersi, sottrarsi alla piena identificazione pubblica. Il mistero, in questi casi, non è soltanto ciò che non si conosce. È anche ciò che qualcuno ha contribuito a rendere non conoscibile. Per questo, davanti alla Banda della Uno Bianca, la domanda sulla possibile regia non può essere archiviata come suggestione tardiva. Se fin dai primi episodi emersero anomalie, falsi colpevoli, violenze sproporzionate, azioni prive di reale razionalità predatoria, attacchi alle forze dell’ordine, modalità compatibili con una logica di intimidazione collettiva e interrogativi sulle coperture, allora il problema non nasce oggi dalle parole di Roberto Savi. Le sue dichiarazioni semmai riattivano un campo di domande che era già presente negli atti, nelle richieste dei familiari e nelle contraddizioni mai definitivamente risolte.

La vera questione, dunque, non è scegliere tra verità processuale e ipotesi alternativa, ma impedire che la verità processuale venga usata come confine invalicabile oltre il quale non sia più consentito interrogare la verità storica. Le sentenze hanno individuato esecutori e responsabilità gravissime, ma resta da chiedere se quel gruppo abbia agito sempre e soltanto per sé stesso, oppure se in alcuni passaggi sia stato coperto, orientato, utilizzato o lasciato operare dentro un quadro più ampio. E qui si misura la maturità democratica di uno Stato. Non nella capacità di celebrare la memoria delle vittime, ma nella disponibilità a riaprire le domande che quella memoria continua a porre. Perché ogni volta che un mistero viene accettato come destino, e non indagato come costruzione, si concede una via di fuga a chi ha avuto interesse a trasformare la verità in nebbia.

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