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Stragi

La Commissione che non c’è più e la verità che non è finita. Sulla fine della Commissione stragi e la persistenza delle zone d’ombra nella Repubblica

Di Gianluca Prestigiacomo, Gianluca Zanella

22 APRILE 2026

La Commissione che non c’è più e la verità che non è finita. Sulla fine della Commissione stragi e la persistenza delle zone d’ombra nella Repubblica

C’è una differenza sottile, ma decisiva, tra la conclusione di un lavoro e l’esaurimento della sua necessità. È una distinzione che attraversa molte delle vicende più complesse della storia repubblicana, ma che trova una delle sue espressioni più evidenti nella parabola della «Commissione parlamentare d'inchiesta sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi.»

I lavori di quella Commissione si sono formalmente conclusi con la fine della XIII legislatura, nel 2001. Si è trattato di un percorso lungo, stratificato, più volte prorogato proprio in ragione della vastità e della complessità del suo oggetto: non soltanto le stragi, ma ciò che attorno a esse non era stato chiarito, ciò che era rimasto fuori dalle ricostruzioni giudiziarie, ciò che si era perso tra omissioni, depistaggi, responsabilità mai accertate. Il suo mandato conteneva, già nella formulazione, una tensione istituzionale non banale: indagare non solo i fatti, ma le ragioni per cui quei fatti non avevano trovato piena verità.

Accanto a essa, e ancora oggi presente nel sistema parlamentare, opera la Commissione parlamentare antimafia, anch’essa formalmente non permanente, ma sostanzialmente stabile. Tuttavia, la differenza tra i due organismi non è solo di ambito, ma di funzione. La Commissione antimafia si muove entro un perimetro che riguarda il fenomeno mafioso nelle sue evoluzioni e nelle sue connessioni con il sistema economico e politico; la Commissione stragi, invece, nasceva da un’esigenza diversa, più radicale: interrogare le fratture della verità istituzionale. È in questo scarto che si colloca il nodo politico che merita di essere posto. Dopo il 2001, la Commissione stragi non viene più ricostituita. Il Parlamento continua a intervenire, è vero, istituendo commissioni su singole vicende o su specifici contesti storici, e tornando più volte su dossier già aperti. Ma ciò che viene meno è un contenitore unitario, dotato di un mandato generale e sistematico sulle cause della mancata individuazione dei responsabili.

Non si tratta di una semplice scelta organizzativa. È una trasformazione del modo in cui le istituzioni decidono di rapportarsi alle proprie zone d’ombra. Perché se è vero che i lavori della Commissione si sono chiusi, è altrettanto vero che la materia su cui essa indagava non si è esaurita con quella chiusura. Lo dimostrano le stesse iniziative parlamentari successive, che, a distanza di anni, hanno riconosciuto la persistenza di aree non chiarite, la necessità di rileggere atti, di riaprire piste, di interrogare nuovamente archivi già percorsi. In questo senso, la fine della Commissione non coincide con la fine della domanda di verità. Piuttosto, segna il passaggio da una stagione in cui tale domanda era affrontata in modo organico e continuativo, a una fase in cui essa viene frammentata, distribuita, talvolta riattivata in funzione di singoli casi o di specifiche ricorrenze. Una frammentazione che rischia di produrre un effetto preciso: trasformare una questione strutturale della democrazia in una sequenza di approfondimenti episodici. La questione, allora, non è stabilire se il Parlamento avesse smesso di occuparsi di quelle vicende. Non lo ha fatto. La questione semmai è comprendere perché sia venuto meno uno strumento dedicato esattamente a ciò che, per definizione, sfugge: le cause della mancata verità. Perché rinunciare a un luogo istituzionale in cui interrogare in modo sistematico le responsabilità non accertate, significa accettare che una parte della storia repubblicana rimanga affidata a percorsi discontinui, a iniziative parziali, a ricostruzioni inevitabilmente segmentate.

È qui che si misura una tensione più profonda, che riguarda il rapporto tra legalità formale e giustizia sostanziale. La prima può dirsi soddisfatta quando un procedimento si chiude, quando un organismo termina il proprio mandato, quando una relazione viene depositata. La seconda, invece, resta aperta finché non si scioglie il nodo della verità, soprattutto quando quella verità riguarda non solo i responsabili diretti, ma i contesti che ne hanno reso possibile l’occultamento. Per questo, dire che la Commissione stragi è finita è corretto. Ma è solo una parte della verità. L’altra parte è che la domanda che l’aveva generata, ovverosia, il motivo per cui non si è riusciti a individuare tutti i responsabili, perché si sono prodotte omissioni, perché si sono verificati depistaggi, non ha mai trovato una risposta definitiva, e continua a interrogare la coscienza istituzionale del Paese.

In una democrazia matura le zone d’ombra non dovrebbero essere semplicemente tollerate o periodicamente riesaminate. Dovrebbero essere oggetto di un’attenzione costante, strutturata, capace di tenere insieme memoria, responsabilità e ricerca della verità. La scomparsa della Commissione stragi, in questo senso, non è solo un dato storico. È un fatto politico. E forse è proprio da qui che occorre ripartire: non dalla nostalgia di un organismo che non c’è più, ma dalla consapevolezza che ciò che esso cercava di indagare non è mai davvero uscito dall’agenda della Repubblica.

La domanda, dunque, non può fermarsi alla ricostruzione storica. Deve farsi proposta. Perché se è vero che la Commissione stragi ha concluso il proprio mandato, è altrettanto vero che le ragioni che ne avevano giustificato l’istituzione non risultano superate. Al contrario, continuano a manifestarsi, sotto forme diverse ogni volta che la storia repubblicana si confronta con eventi rispetto ai quali la verità giudiziaria non coincide con una verità pienamente condivisa e accertata. Basterebbe richiamare alcuni snodi emblematici, dal Caso Moro alla Strage di Piazza Fontana, fino alla tragedia di Strage di Ustica, per comprendere come, a distanza di decenni, persistano margini di opacità, interrogativi irrisolti, ricostruzioni che non hanno mai raggiunto un livello di stabilità definitiva sul piano storico e istituzionale. E si potrebbero aggiungere molte altre vicende, diverse tra loro per natura e contesto, ma accomunate da un tratto ricorrente: la difficoltà, se non l’impossibilità, di ricondurre integralmente responsabilità, contesti e dinamiche entro un quadro compiuto.

È precisamente in questo spazio che si colloca la funzione che la Commissione stragi aveva assunto. Non quella di sostituirsi alla magistratura, né di sovrapporsi all’accertamento giudiziario, ma di operare su un piano diverso: quello della conoscenza istituzionale, della ricostruzione storica, dell’individuazione delle cause, anche sistemiche, che hanno impedito l’emersione della verità.

La mancata ricostituzione di un organismo con queste caratteristiche ha prodotto, negli anni, una frammentazione dell’attività conoscitiva. Le iniziative parlamentari si sono succedute, ma spesso in forma settoriale, legata a singoli episodi o specifiche esigenze contingenti. Ciò che è venuto meno è stato un luogo unitario in cui affrontare, in modo continuativo e sistematico, il tema delle responsabilità non accertate e delle verità incompiute. Per queste ragioni la proposta di ricostituire una Commissione parlamentare d’inchiesta sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi, con prerogative analoghe a quelle originarie, non appare come un’operazione di mera riproposizione del passato, ma come una scelta coerente con le esigenze attuali di una democrazia che voglia interrogarsi fino in fondo su sé stessa.

Una tale Commissione risponderebbe almeno a tre ordini di necessità. In primo luogo, una necessità conoscitiva: riportare a unità un patrimonio disperso di atti, relazioni, indagini e acquisizioni, sottoponendolo a una rilettura critica alla luce degli sviluppi intervenuti nel tempo. In secondo luogo, una necessità istituzionale: riaffermare il ruolo del Parlamento come sede in cui non solo si legifera, ma si esercita una funzione di controllo e di verità sulle dinamiche più opache della vita repubblicana. Infine, una necessità democratica: restituire all’opinione pubblica la percezione che le zone d’ombra non siano un dato accettato o rimosso, ma un terreno su cui lo Stato possa continuare a interrogarsi senza rinunciare alla ricerca della verità. In questo senso la ricostituzione della Commissione non rappresenterebbe un ritorno al passato, ma un atto di responsabilità verso il presente. Perché una democrazia non si misura soltanto nella capacità di produrre norme o garantire procedure, ma anche, e forse soprattutto, nella volontà di fare luce su ciò che, nella propria storia, è rimasto irrisolto.

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