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Costituzione Italiana

La Costituzione incompiuta

Di Massimo Follesa

28 MARZO 2026

La Costituzione incompiuta

Il voto del 22 e 23 marzo non può essere letto soltanto come il rigetto di una riforma costituzionale in materia di giustizia. Oppure come la colpevole sconfitta di chi ha votato a favore della proposta di riforma. In quel risultato c’è qualcosa di più profondo: la riaffermazione di un’idea di Costituzione come promessa ancora aperta, come orizzonte da realizzare, non come traguardo già raggiunto. Qualcuno lo pensava e pensava anche così, di entrare nel novero delle forze costituzionali o dei costituzionalisti.

Per una parte molto ampia della società italiana, infatti, la Costituzione non coincide ancora con una condizione concreta di vita. Resta una prospettiva di diritti, dignità, equità e pace che deve ancora compiersi fino in fondo. Questo è il punto politico essenziale. La Carta repubblicana non è soltanto il fondamento giuridico dello Stato, ma il progetto di un Paese capace di ridurre le disuguaglianze, garantire uguaglianza sostanziale e rimuovere gli ostacoli che impediscono a tutti di partecipare pienamente alla vita civile, economica e sociale. Eppure, per milioni di cittadini, questa promessa resta incompiuta. Lo dimostrano i salari insufficienti, la precarietà del lavoro, la fragilità della condizione giovanile, le difficoltà che colpiscono le donne, le carenze della scuola e della sanità, la crescente distanza tra chi dispone di strumenti, protezioni e opportunità e chi invece ne resta escluso.

Per questo il referendum ha assunto un significato che va oltre il merito tecnico della riforma. Molti cittadini hanno percepito quella proposta non come un miglioramento delle istituzioni, ma come un segnale di ulteriore chiusura, quasi una sottrazione di garanzie in un tempo in cui il bisogno di giustizia sociale è sempre più forte. Non si è trattato semplicemente della difesa di un assetto normativo, ma della difesa di uno spazio democratico che per i più fragili rappresenta ancora una tutela essenziale.

Quando si parla di Mezzogiorno, allora, bisogna evitare una lettura soltanto geografica. Il No ha clamorosamente vinto tra i meno abbienti delle periferie delle città e del paese con 5 regioni del sud tra le più povere che lo hanno trascinato oltre il 50%. Esiste certamente una questione meridionale storica, che continua a segnare profondamente il Paese. Ma oggi il Mezzogiorno è anche una condizione sociale diffusa. È nelle periferie urbane, nei quartieri marginali delle grandi città, nei luoghi in cui si vive ai margini della ricchezza prodotta, nei ceti che non partecipano ai benefici dello sviluppo zero punto da troppi anni, nei cittadini considerati di fatto di serie B. Il Mezzogiorno è ovunque la promessa costituzionale non sia ancora diventata esperienza concreta.

In questo senso, il voto contrario alla riforma ha espresso una domanda di riconoscimento. Ha dato voce a quanti non vedono nella Repubblica un percorso già concluso, ma una possibilità ancora da costruire. Per queste persone la Costituzione non è il ricordo di una stagione passata, ma il nome di un futuro possibile. È la garanzia che il principio di uguaglianza non venga ridotto a formula, che la giustizia non si separi dalla tutela dei più deboli, che la pace sociale non venga sacrificata a una società sempre più divisa fra inclusi ed esclusi. Questi chiedo rispetto e comportamenti etici tra chi governa.

Sarebbe però sbagliato trasformare questo giudizio in una condanna morale verso chi ha sostenuto la riforma in buona fede. Nessuno può negare che il sistema giudiziario italiano abbia problemi reali e che il tema della sua efficienza meriti un confronto serio. Il punto, tuttavia, è un altro: una riforma costituzionale non può essere percepita come credibile se appare distante dalle condizioni materiali di chi domanda prima di tutto equità, protezione e dignità. Quando la vita concreta di milioni di persone resta segnata dalla precarietà e dalla disuguaglianza, ogni intervento sulle garanzie istituzionali viene inevitabilmente misurato alla luce di quella frattura sociale.

È qui che il referendum lascia la sua indicazione più forte. Il governo ha dato l’impressione di parlare soprattutto dall’alto, per chi può permettersi di fare affari a sua insaputa, senza cogliere fino in fondo il punto di vista di chi avverte ogni giorno il peso dell’ingiustizia. E chi chiede più giustizia, in Italia, non sono i gruppi più forti, pronti a qualsiasi scambio pur di non accettare la responsabilità sociale del fare impresa, ma i cittadini che vivono l’asimmetria del potere, la difficoltà di farsi ascoltare, la sensazione di essere sempre più esposti e meno tutelati. Per molti di loro, quella proposta è sembrata l’ennesimo atto di distanza fra istituzioni e società reale. La lezione che emerge da questo voto è netta. Il Paese non cambierà davvero finché continuerà a produrre margini sociali, periferie civili ed esclusione. Non migliorerà finché la ricchezza resterà concentrata e la cittadinanza distribuita in modo diseguale. Non si salverà finché non comprenderà che il suo vero Mezzogiorno non coincide soltanto con una parte del territorio nazionale, ma con tutti i luoghi e tutte le vite in cui la Repubblica non ha ancora mantenuto la promessa della sua Costituzione. Chi ha votato No, in larga misura, ha affermato proprio questo: che la Costituzione vive ancora perché non è stata ancora pienamente attuata. E che proprio per questo non va ridotta, indebolita o considerata un ostacolo, ma custodita come una prospettiva di giustizia, equità e pace da rendere finalmente reale per tutti.

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