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Politica

Nordio e il ritorno della sovranità popolare

Di Gianluca Amadori

26 MARZO 2026

Nordio e il ritorno della sovranità popolare

La maggioranza dei cittadini italiani ha detto no alla proposta di riforma della magistratura voluta dal Governo. E poco importa se il voto sia stato “tecnico”, e dunque contrario nel merito alla riforma, o politico, ovvero un segnale alla maggioranza guidata dalla presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. E parimenti conta poco sapere se la sonora e inattesa “bocciatura” riguardi tutta la riforma o soltanto una parte di essa (la separazione delle carriere probabilmente raccoglieva maggiori consensi e sarebbe passata, mentre numerose erano le perplessità sulle modifiche di Csm e introduzione dell'Alta Corte disciplinare): è stato il Governo a voler proporre un pacchetto completo, prendere o lasciare. Ora l'unica speranza è che si possa aprire un vero dialogo, in cui anche la magistratura offra una disponibilità a discutere le riforme da fare.

Per il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, è di sicuro una bruciante sconfitta: dalla seconda metà degli anni Novanta, ininterrottamente, in centinaia tra articoli, libri e di dibattiti, ha sostenuto la necessità di una modifica della Costituzione per poter rendere effettivo (e funzionante) il rito accusatorio penale, introdotto a partire dal 1989, operando la separazione delle carriere e abolendo l’obbligatorietà dell’azione penale, nonché cancellando il potere le “correnti” della magistratura, a suo avviso politicizzate. Il tutto per riequilibrare i poteri dello Stato, a favore della politica.

Bisogna rendere atto che, dopo aver cambiato idea rispetto al documento dal lui sottoscritto nel 1994, in cui si dichiarava contrario alla separazione delle carriere, Nordio è stato sempre coerente nel difendere i principi enunciati, che hanno infine preso forma nella riforma oggetto di referendum. Un po’ meno coerente lo è stato nei comportamenti tenuti: per anni ha sostenuto che i magistrati non devono scendere in politica, neppure dopo essere andati in pensione, ma lui lo ha fatto, nonostante in più occasioni avesse confessato di essere incapace ad amministrare alcunché. E dopo essere diventato ministro, si è mostrato feroce censore di comportamenti di cui ha fatto ampio uso quando era pm: ad esempio, ora sostiene che i magistrati non possono criticare le leggi, mentre da sostituto procuratore di Venezia lo faceva quasi tutti i giorni, scrivendo libri e articoli su giornali, concedendo interviste e intervenendo a innumerevoli dibattiti pubblici. E da pm, quando fu chiamato a presiedere la Commissione di riforma del Codice penale, censurò pesantemente gli esponenti politici che non attuarono le sue proposte.

Nordio era sicuro di vincere e con ampio vantaggio il referendum del 22 e 23 marzo, e non ne aveva fatto mistero. Ma non è la prima volta che sbaglia le previsioni: nel 1999, dalle colonne del Gazzettino, di cui era commentatore fisso su questioni di giustizia e politica (e negli ultimi anni anche su temi culturali) si sbilanciò nel prevedere che i quesiti sulla giustizia proposti dai Radicali (votati nel 2000 senza raggiungere il quorum), avrebbero raccolto il consenso dei cittadini, alla luce del crollo del consenso su cui la magistratura poteva godere. "Se risultasse, come molti sintomi lasciano appunto presumere, che la maggioranza del paese ha perduto fiducia non solo nell'efficienza (quella non l'ha mai avuta) ma anche nell'imparzialità della sua giustizia? In democrazia il popolo è sovrano, e la sua parola è legge. Certo, si potrebbero invocare le costruzioni indotte del consenso, la persuasione occulta dei monopoli televisivi, l'adescamento imbonitore di qualche politico suadente. Ma sarebbe peggio, perché nulla irriterebbe i cittadini quanto l'essere trattati da cretini. Con buona pace della sociologia subliminale, il popolo è molto meno inebetito di quanto si crede". Su una cosa, almeno, il voto del 22 e 23 marzo dà ragione a Nordio.

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