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L'Osservatorio della Legalità

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Cybermafie

Cybermafie: l'Italia hub invisibile del cartello globale della cocaina

Di Federico Carbone

28 MARZO 2026

Cybermafie: l'Italia hub invisibile del cartello globale della cocaina

Mafie 2.0: perché l'Italia è il ponte cyber dei narcos

Nel 2026 le mafie italiane non stanno solo “usando Internet”: stanno sedendo allo stesso tavolo dei grandi cartelli latino americani, costruendo alleanze stabili in cui il cyberspazio è l’infrastruttura invisibile che tiene insieme cocaina, criptovalute, logistica e consenso sociale. L’alleanza è funzionale: le nostre mafie offrono reti in Europa e nella finanza legale, i cartelli portano volumi di droga, uomini e capitali; la componente cyber serve da collante, amplificatore e copertura.

Un “Opec” del crimine e la logica delle alleanze Il procuratore nazionale antimafia Giovanni Melillo lo dice senza giri di parole: esiste ormai una sorta di cartello criminale globale, un “Opec” del narcotraffico in cui reti italiane, latino americane, nordafricane e mediorientali concordano strategie, prezzi, regole.

I latitanti di vertice della ’Ndrangheta non si arrestano più in Calabria ma a Rio de Janeiro o Lima, prova di una integrazione strutturale con i cartelli sudamericani, in particolare Sinaloa e Jalisco Nueva Generación, che controllano i flussi mondiali di cocaina e hanno messo basi nel Sud Italia.

Da punto di vista criminologico, è una scelta razionale: le organizzazioni riducono il rischio frammentando ruoli e giurisdizioni, trasformando il traffico di droga in una filiera globale dove ciascuno fa ciò che sa fare meglio. L’alleanza non nasce da affinità “culturali”, ma da una logica di impresa criminale: condivisione di infrastrutture (rotte, porti, società di copertura), standardizzazione delle tecniche e, oggi, integrazione delle rispettive capacità cibernetiche.

Perché proprio le cybermafie italiane sono partner ideali La DIA descrive una mafia italiana “globale e proteiforme”, capace di mutare pelle senza rinunciare al controllo del territorio. Nel cyberspazio questo si traduce in un modello ibrido: estorsioni, usura, appalti, narco traffico restano sul piano fisico, mentre riciclaggio, comunicazioni, acquisizione di informazioni e nuove estorsioni vengono spostate online. Tre elementi rendono le nostre cybermafie partner appetibili per i cartelli:

• Capacità di outsourcing tecnologico Le mafie italiane non costruiscono da zero hacker interni, ma comprano sul mercato le migliori competenze: specialisti dall’Europa dell’Est, tedeschi e rumeni arruolati per transazioni lampo in criptovalute e attacchi mirati. Questo modello “crime as a service” permette di offrire ai cartelli pacchetti completi: trasporto della droga, riciclaggio digitale, protezione delle comunicazioni via criptofonia, gestione degli incidenti cyber.

• Penetrazione nel tessuto economico e istituzionale europeo

Società IT, consulenza software, marketing digitale e servizi cloud vengono create o infiltrate come interfaccia legale delle operazioni, rendendo più semplice ospitare infrastrutture di comando e controllo per ransomware, stealer e botnet al servizio di reti internazionali. Per un cartello che vuole ripulire denaro o coprire flussi, appoggiarsi a un fornitore europeo “pulito” ma gestito da una cosca italiana è un vantaggio strategico.

• Know how sulla gestione del rischio giudiziario europeo L’esperienza maturata in decenni di indagini, confische, collaborazioni internazionali ha insegnato alle mafie italiane come evitare i punti caldi dell’azione repressiva e come sfruttare le asimmetrie tra sistemi giudiziari.

In termini di criminologia delle routine, significa sapere dove non passare, quali giurisdizioni usare come cuscinetto, quali frontiere digitali sono meno presidiate. Le vulnerabilità italiane più sfruttate Se i cartelli vedono nell’Italia un hub naturale, è anche perché il Paese offre vulnerabilità specifiche, che le nostre mafie conoscono meglio di chiunque altro e possono “rivendere” ai partner esteri.

  1. Sottoinvestimento cronico in cybersicurezza

I rapporti Clusit e gli studi sulle imprese italiane mostrano lo stesso quadro: incremento a doppia cifra di attacchi gravi, con malware e ransomware come vettori principali, ma soprattutto sistemi obsoleti, personale poco formato e tempi di rilevazione troppo lunghi. Gli attaccanti restano mesi dentro le reti prima di essere scoperti, mappano infrastrutture, copiano credenziali e costruiscono canali sicuri per usi futuri – un paradiso per un’alleanza mafia cartelli che ha bisogno di corridoi stabili, non di colpi occasionali. Dal punto di vista criminologico, è una classica “opportunità situazionale”: un contesto ad alta esposizione, basse barriere di ingresso e bassa probabilità percepita di sanzione effettiva, soprattutto se l’attacco viene orchestrato dall’estero e solo “ottimizzato” da attori italiani.

  1. Un Paese al centro dei flussi, anche digitali L’Italia concentra una quota anomala di attacchi su logistica e trasporti: il 26% degli incidenti globali in questo settore colpisce il nostro Paese, che è hub naturale del Mediterraneo. Per le mafie, che da anni controllano porti e snodi doganali, integrare strumenti cyber significa usare l’accesso ai sistemi – manifatturieri, portuali, assicurativi – per manipolare documenti, spostare container, cancellare tracce. Qui le cybermafie italiane offrono ai cartelli un doppio vantaggio: la chiave del porto e la chiave dei database, cioè la possibilità di far sparire un carico fisico dentro un buco nero digitale. È un esempio perfetto di “spazio dei flussi” criminale: corpi e bit che viaggiano insieme, protetti dalle stesse reti.

  2. La fragilità del cittadino digitale Secondo l’Osservatorio Cyber di CRIF, nel 2024 quasi la metà degli utenti italiani ha ricevuto almeno un alert per esposizione di dati sul dark web, con l’88% degli avvisi legati proprio a quel mercato sommerso. L’Italia è al 5° posto al mondo per e mail compromesse, con regioni come Lazio, Lombardia, Sicilia e Campania tra le più colpite: gli stessi territori dove la presenza mafiosa storica è più forte.

Per le cybermafie questo patrimonio di dati rubati è una miniera: • identità da usare per frodi bancarie e falsi account;

• basi per campagne di phishing sartoriale contro imprese e PA;

• materiale per ricatti digitali e sextortion.

Quando i cartelli cercano appoggi per truffe finanziarie, frodi cryptocurrency o campagne di social engineering complesse, trovano nelle reti italiane un fornitore che sa monetizzare ogni informazione, fino al singolo numero di cellulare.

  1. Asimmetrie istituzionali e tempi della cooperazione Melillo sottolinea come, nonostante i progressi, la cooperazione con paesi chiave come il Messico resti al di sotto delle necessità, mentre le reti criminali hanno tempi di adattamento decisamente più rapidi degli Stati. La dimensione globale del traffico di droga e del cybercrime si scontra con strumenti di cooperazione ancora lenti, fragili, spesso ostaggio di priorità politiche mutevoli. In termini criminologici, è una “zona grigia normativa”: l’area in cui il diritto fatica a inseguire la prassi criminale transnazionale. Le mafie italiane, abituate da decenni a muoversi tra leggi, amnistie, riforme e conflitti di competenza, sono particolarmente abili nel trasformare questa lentezza in vantaggio competitivo da mettere al servizio degli alleati esteri.

Cybermafie come broker del crimine globale

Il report “Cyber Organized Crime – Le mafie nel Cyberspace” della Fondazione Magna Grecia descrive un quadro chiaro: le mafie non sono più solo utenti finali del cybercrime, ma broker che integrano pirateria informatica e criminalità organizzata. L’elemento decisivo è la velocità: chi indaga procede per rogatorie, tavoli tecnici, protocolli; chi attacca si organizza in canali cifrati, compra servizi sul dark web, sposta milioni in criptovalute in minuti. Questa asimmetria temporale è il cemento dell’alleanza tra cybermafie italiane e cartelli esteri nel 2026: finché i flussi di dati, denaro e droga potranno viaggiare più velocemente delle informazioni tra procure, polizie e autorità di cybersicurezza, il “cartello criminale globale” resterà in vantaggio. Il rischio, se non si colma il divario tecnologico e culturale, è che l’Italia continui a essere non solo il retroporto della cocaina, ma anche il laboratorio dove si sperimentano i modelli più avanzati di integrazione fra mafia tradizionale e crimine digitale.

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