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Etica Politica

Le discipline socio-umanistiche di fronte all’ascesa dell’autoritarismo contemporaneo: il caso di Donald Trump

Di Annalisa Zabonati

28 MARZO 2026

Le discipline socio-umanistiche di fronte all’ascesa  dell’autoritarismo contemporaneo: il caso di Donald Trump

Negli ultimi decenni, il panorama politico globale ha assistito all’emergere di leader e movimenti contraddistinti da tratti autoritari, retoriche polarizzanti e comportamenti narcisistici, spesso accompagnati da atteggiamenti discriminatori verso minoranze, migranti e donne. Questo fenomeno non rappresenta una semplice variazione dello stile politico, ma un cambiamento profondo nelle dinamiche di potere, nell’identità collettiva e nella partecipazione democratica.

Al centro di questa trasformazione si colloca la figura di Donald Trump, il cui stile comunicativo aggressivo, la retorica divisiva e la gestione personalistica del potere offrono un caso emblematico per l’analisi della psicologia politica contemporanea.

La psicologia politica - scienza interdisciplinare che studia le interazioni tra processi psicologici e strutture politiche - fornisce strumenti fondamentali per comprendere come tratti di personalità quali narcisismo, autoritarismo e volubilità possano essere impiegati strategicamente per mobilitare consenso, manipolare il discorso pubblico e indebolire le istituzioni democratiche.

Dal punto di vista sociologico, questo fenomeno si inserisce in un contesto di crisi delle istituzioni tradizionali e di crescente disuguaglianza sociale. La polarizzazione politica non è solo una questione di opinioni divergenti, ma riflette profonde fratture socioeconomiche e culturali che alimentano la sfiducia nelle élite e nelle strutture di governo. Le dinamiche di esclusione e marginalizzazione, amplificate da politiche identitarie esclusive, contribuiscono a disgregare il tessuto sociale e a rafforzare i confini tra gruppi “noi” e “loro” (Wacquant, 2009).

L’antropologia culturale aggiunge un ulteriore livello di analisi, evidenziando come le narrazioni politiche autoritarie si radichino in miti, simboli e rituali che costruiscono e rafforzano identità collettive esclusive. Questi processi culturali alimentano un senso di appartenenza basato sulla differenziazione e sulla paura dell’“altro”, contribuendo a legittimare politiche di esclusione e repressione (Comaroff & Comaroff, 2006).

Di fronte a queste dinamiche, emerge con forza un fenomeno altrettanto significativo: la resilienza partecipata della cittadinanza. Attraverso forme di attivismo civico, alleanze intergruppo, educazione al pensiero critico e resistenza anche nonviolenta, la società civile dimostra la capacità di opporsi alle derive autoritarie e di riaffermare valori di inclusione, condivisione, empatia e giustizia sociale.

Questo articolo esplora, con un approccio scientifico e interdisciplinare, le dinamiche psicologiche alla base del comportamento politico di Donald Trump, analizzando in particolare i tratti di autoritarismo, narcisismo, pregiudizio e manipolazione comunicativa. Indaga inoltre le risposte collettive della società civile, evidenziando come la partecipazione attiva e la costruzione di identità collettive inclusive possano fungere da fattori protettivi contro la disgregazione sociale. L’obiettivo è offrire una comprensione approfondita dei meccanismi psicologici, sociologici e culturali in gioco, proponendo riflessioni utili a rafforzare la resilienza della società civile in un’epoca segnata da crescente polarizzazione e tensioni sociali.

L’autoritarismo in psicologia, sociologia e antropologia nel comportamento

Nella psicologia politica, l’autoritarismo non si limita a una semplice preferenza per un governo forte, ma si configura come una struttura di personalità e un orientamento ideologico complesso. Questo si manifesta attraverso una serie di caratteristiche chiave, come:

• Sottomissione a figure di autorità percepite come legittime • Intolleranza verso il dissenso e la diversità • Ricerca di ordine, stabilità e controllo • Polarizzazione netta del mondo in “noi” (ingroup) contro “loro” (outgroup) • Tendenza a delegittimare le istituzioni democratiche quando ostacolano il potere personale Questi tratti, originariamente identificati nel classico studio The Authoritarian Personality (Adorno et al., 1950), sono stati successivamente approfonditi e sistematizzati nella teoria del Right-Wing Authoritarianism (RWA) di Bob Altemeyer (1988). Altemeyer ha evidenziato come tali orientamenti riflettano una personalità rigida, conformista e particolarmente sensibile alle minacce percepite, che si traduce in un comportamento autoritario finalizzato a mantenere l’ordine e il controllo sociale.

Dal punto di vista sociologico, l’autoritarismo si inserisce in un contesto di crisi sociale e culturale, in cui le istituzioni tradizionali e i valori condivisi vengono messi in discussione. In queste situazioni, l’autoritarismo emerge come una risposta collettiva a sentimenti di insicurezza, perdita di status e disorientamento sociale. La polarizzazione tra “noi” e “loro” non è solo un meccanismo psicologico individuale, ma una dinamica sociale che rafforza la coesione interna di un gruppo attraverso l’esclusione e la stigmatizzazione dell’“altro”. Questo processo è spesso alimentato da crisi economiche, migrazioni e trasformazioni culturali, che producono paure diffuse e richieste di ordine e stabilità (Mudde, 2019). Inoltre, la delegittimazione delle istituzioni democratiche può essere interpretata come un segno di disillusione verso sistemi percepiti come inefficienti o corrotti, che alimenta la ricerca di leadership carismatiche e soluzioni autoritarie (Lipset, 1959).

L’antropologia culturale contribuisce a comprendere come l’autoritarismo si radichi in narrazioni simboliche e rituali che costruiscono e rafforzano l’identità collettiva. La distinzione tra “noi” e “loro” si esprime attraverso miti, simboli e pratiche che legittimano l’autorità e giustificano l’esclusione o la repressione degli “altri”. Queste narrazioni spesso si fondano su un immaginario di purezza, sicurezza e appartenenza, che viene ritualizzato attraverso discorsi pubblici, cerimonie e simboli nazionali. In questo modo, l’autoritarismo non è solo un atteggiamento politico, ma un fenomeno culturale che permea le pratiche sociali e rafforza le gerarchie di potere (Comaroff & Comaroff, 2006).

Autoritarismo e Donald Trump

Nel caso di Donald Trump, questi elementi si manifestano chiaramente nel suo stile di leadership e nella sua retorica politica:

• La sottomissione a Trump da parte dei suoi sostenitori riflette la ricerca di una figura forte in grado di garantire ordine e protezione. • La sua intolleranza verso il dissenso e la diversità si traduce in attacchi diretti a oppositori politici, media e minoranze. • La sua retorica polarizzante costruisce un netto confine tra “noi” - i “veri americani” - e “loro” - immigrati, élite globali, media ostili. • La delegittimazione delle istituzioni democratiche, come i tribunali o i media, emerge nel suo discorso come strategia per consolidare il potere personale e ridurre i controlli. Questa combinazione di tratti psicologici, dinamiche sociali e narrazioni culturali rende il fenomeno autoritario di Trump un caso paradigmatico per comprendere le sfide contemporanee alla democrazia.

Trump come espressione dell’autoritarismo politico: una lettura interdisciplinare

Donald Trump incarna molte delle caratteristiche tipiche del leader autoritario descritte dalla psicologia politica, ma la sua figura va interpretata anche attraverso le lenti della sociologia e dell’antropologia, discipline che aiutano a comprendere le dinamiche sociali e culturali che ne hanno favorito l’ascesa e la persistenza. Il suo stile di leadership si fonda su quattro pilastri principali:

1.Retorica della minaccia e della paura

Trump ha costantemente enfatizzato pericoli esistenziali — immigrazione, terrorismo, “élite globali”, media “nemici del popolo” — per mobilitare consenso. Dal punto di vista psicologico, questa strategia sfrutta il meccanismo della paura, che attiva nel cervello il sistema di minaccia, riduce la tolleranza all’incertezza e aumenta la dipendenza da leader forti e decisivi (McDermott et al., 2007). Sociologicamente, la paura diventa un potente strumento di controllo sociale, capace di consolidare l’unità di gruppo attorno a una figura percepita come protettiva in tempi di crisi (Durkheim, 1912). Antropologicamente, la paura si intreccia con miti culturali di purezza e pericolo esterno, rafforzando la narrazione del “noi” minacciato dall’“altro”.

2.Polarizzazione sociale e costruzione del nemico

La comunicazione di Trump si basa su una narrazione dualistica: “noi” (i veri americani, i patrioti) contro “loro” (immigrati, liberali, media, oppositori). Questa polarizzazione non è solo strategica, ma psicologicamente funzionale, poiché crea coesione interna e legittima misure eccezionali (Van Dijk, 1993). Dal punto di vista sociologico, la costruzione dell’“outgroup” è un meccanismo chiave per rafforzare l’identità collettiva e giustificare l’esclusione o la repressione di gruppi considerati minacciosi (Tajfel & Turner, 1979). Antropologicamente, questa dicotomia si manifesta in rituali simbolici e narrazioni mitiche che consolidano i confini culturali e sociali tra “noi” e “loro” (Comaroff & Comaroff, 2006).

3.Centralizzazione del potere e delegittimazione delle istituzioni

Trump ha ripetutamente attaccato istituzioni democratiche come media, sistema giudiziario, FBI e persino le elezioni stesse. Questo comportamento è tipico del leader autoritario, che percepisce ogni forma di controllo come una minaccia personale (Hetherington & Weiler, 2009). La sua retorica “Io sono l’unico che può sistemare tutto” riflette una visione del potere personale e carismatica, più che istituzionale. Sociologicamente, questa delegittimazione mina le basi stesse della fiducia sociale necessaria per il funzionamento delle democrazie moderne (Putnam, 2000). Antropologicamente, la figura carismatica del leader diventa un simbolo di ordine e salvezza, in grado di sostituire le istituzioni tradizionali con un’autorità personale (Weber, 1922).

4.Sottomissione e fedeltà come valori centrali

All’interno del suo entourage, Trump ha premiato la lealtà e punito il dissenso, creando un ambiente gerarchico e autoritario. Questo modello, descritto da Kets de Vries (2014) come “dinamica del capo carismatico”, è tipico delle personalità narcisistiche e autoritarie che richiedono adorazione e obbedienza. Dal punto di vista sociologico, la lealtà diventa un vincolo sociale che rafforza il potere del leader e marginalizza le voci critiche, indebolendo la pluralità democratica (Mills, 1956). I meccanismi psicologici sottostanti sono individuabili, quali:

• Bisogno di certezza e ordine: Studi neuroscientifici mostrano che individui con orientamento autoritario reagiscono con maggiore intensità alle minacce e tollerano meno l’ambiguità (Oxley et al., 2008). Trump ha saputo sfruttare questa esigenza psicologica, offrendo risposte semplici e nette a problemi complessi, rassicurando così una parte dell’elettorato in cerca di stabilità. • Identificazione collettiva e legittimazione del leader: In tempi di crisi, le persone tendono a identificarsi con leader forti che promettono sicurezza (Hogg, 2005). Trump ha costruito un’identità collettiva basata su valori nazionalisti, tradizionalisti e anti-elitari, legittimando il proprio potere come espressione della “volontà del popolo”.

Implicazioni per la democrazia

L’autoritarismo di Trump non è solo un tratto personale, ma un fenomeno sociale che riflette e alimenta una crisi profonda di fiducia nelle istituzioni democratiche. La sua leadership ha contribuito a:

• Aumentare la polarizzazione affettiva, intensificando l’odio verso l’avversario politico e riducendo lo spazio per il dialogo e la mediazione. • Ridurre la fiducia nei media e nella stampa libera, indebolendo un pilastro fondamentale della democrazia pluralista. • Normalizzare il disprezzo per le norme democratiche, come dimostrato dall’attacco al Congresso del 6 gennaio 2021, evento che ha segnato una crisi istituzionale senza precedenti.

Come evidenziato da Norris e Inglehart (2019), l’ascesa di leader autoritari è spesso legata a crisi economiche, culturali e identitarie che rendono le società più vulnerabili a messaggi semplicistici e forti, capaci di mobilitare paure profonde e richieste di ordine.

Volubilità e imprevedibilità: funzioni e implicazioni psicologiche, sociologiche e antropologiche in Donald Trump

In psicologia politica, la volubilità si riferisce alla tendenza a cambiare rapidamente opinioni, posizioni o decisioni, spesso senza apparente coerenza. Questo comportamento è associato a tratti come impulsività, bassa tolleranza alla frustrazione e desiderio di gratificazione immediata, caratteristiche comuni nelle personalità narcisistiche e autoritarie (Miller et al., 2016). Nel caso di Donald Trump, la volubilità si manifesta in frequenti cambi di posizione, dichiarazioni contraddittorie e comunicazioni pubbliche imprevedibili. Sebbene possa apparire come instabilità, questa volubilità è funzionale e strategica nel suo modello di leadership (Ott, 2017).

Le funzioni strategiche della volubilità sono: 1.Disorientare avversari e media Cambiando rapidamente posizione, Trump impedisce agli oppositori di anticipare le sue mosse e costruire risposte efficaci, generando confusione e indebolendo narrazioni critiche coerenti (Ott, 2017). Sociologicamente, questa tattica destabilizza le strutture di opposizione e controllo, minando la capacità delle istituzioni e dei gruppi politici di organizzarsi efficacemente.

2.Controllare l’agenda mediatica L’imprevedibilità mantiene alta l’attenzione dei media e del pubblico, trasformando ogni dichiarazione in un evento potenzialmente esplosivo che monopolizza la copertura. Dal punto di vista antropologico, questo fenomeno si può leggere come un rituale mediatico che crea momenti di “dramma pubblico”, rafforzando il carisma del leader e la sua centralità simbolica.

3.Costruire un’immagine di autenticità e spontaneità In un’epoca in cui la politica tradizionale è spesso percepita come distante e ipocrita, la volubilità può essere interpretata come segno di sincerità e “essere se stessi”, rafforzando il legame emotivo con i sostenitori (Enli, 2017). Questo si traduce in una forma di autenticità performativa che risponde al bisogno sociale di leader percepiti come “veri” e non filtrati.

4.Manipolare la percezione della realtà L’instabilità comunicativa favorisce una narrazione fluida e adattabile, in cui la verità diventa relativa e negoziabile, facilitando la diffusione della “post-verità” e la manipolazione delle percezioni pubbliche (Keyes, 2004). Sociologicamente, questo contribuisce a un fenomeno di disgregazione del consenso sociale intorno a fatti condivisi, elemento fondamentale per la coesione democratica.

I comportamenti reattivi e volubili di Trump attivano meccanismi psicologici contrastanti in vari ambiti:

• Nei sostenitori, generano coinvolgimento emotivo e fedeltà, poiché il leader appare autentico e capace di rompere con la politica convenzionale, incarnando un modello di leadership percepito come “rivoluzionario” e vicino ai sentimenti popolari. • Nei critici e nella società più ampia, la volubilità induce insicurezza e senso di instabilità. Questo comportamento alimenta la polarizzazione politica, indebolendo il dialogo democratico e la possibilità di confronto costruttivo (Sides et al., 2018). L’imprevedibilità rende difficile prevedere le azioni del leader, aumentando la sfiducia e il sospetto tra gruppi politici e cittadini.

Dal punto di vista sociologico, la volubilità contribuisce a frammentare le reti sociali e politiche, ostacolando la formazione di coalizioni stabili e di un discorso pubblico coerente. Inoltre, alimenta una cultura politica caratterizzata da conflitti continui e da una crescente difficoltà nel raggiungere compromessi.

L’antropologia culturale suggerisce che l’imprevedibilità può essere interpretata come un rituale di rottura che mette in crisi le norme e le aspettative tradizionali, generando sia paura sia fascinazione. Questo processo rituale contribuisce a ridefinire i confini del potere e a mantenere alta l’attenzione sociale attorno alla figura del leader.

La volubilità e l’imprevedibilità di un leader rappresentano rischi significativi per la stabilità politica e la qualità della democrazia, perché:

• Minano la stabilità politica, complicando la pianificazione e l’attuazione delle politiche pubbliche. • Complicano la governance, poiché decisioni e direzioni politiche possono cambiare rapidamente, generando inefficienza e confusione. • Aumentano il rischio di crisi istituzionali, indebolendo la fiducia nelle istituzioni e nella leadership stessa. • Generano sfiducia e conflitti sociali, alimentando divisioni e ostilità che compromettono la coesione sociale e la partecipazione democratica.

Narcisismo: costruzione del sé e dinamiche di potere in Donald Trump

Il narcisismo, definito clinicamente come un disturbo della personalità caratterizzato da grandiosità, bisogno costante di ammirazione e mancanza di empatia (American Psychiatric Association, 2013), assume in ambito politico una valenza strategica e funzionale. In questo contesto, il narcisismo si manifesta come una modalità di costruzione del sé volta a consolidare il potere attraverso l’autocelebrazione e il controllo dell’immagine pubblica (Maccoby, 2000). Nella psicologia politica, il narcisismo è spesso associato alla leadership carismatica. Se da un lato può facilitare il fascino e il seguito di un leader, dall’altro si accompagna frequentemente a comportamenti autoritari e a una gestione del potere che privilegia l’interesse personale e l’immagine rispetto al bene collettivo (Kets de Vries, 2014).

La costruzione narcisistica del sé in Donald Trump

Donald Trump ha modellato la sua immagine pubblica su un sé grandioso, invincibile e dominante. La sua comunicazione è permeata da elementi narcisistici: l’uso ripetuto di superlativi come “the best” o “the greatest”, la continua ricerca di ammirazione e consenso, e la percezione delle critiche come attacchi personali da respingere o delegittimare (Barber, 2018). Questa costruzione non è un semplice stile comunicativo, ma una strategia di potere ben calibrata. Trump si presenta come l’unico leader in grado di “salvare” la nazione, instaurando un legame emotivo profondo con i suoi sostenitori, che si identificano in lui come simbolo di forza, successo e cambiamento radicale.

Dal punto di vista sociologico, il narcisismo politico di Trump si inserisce in un quadro più ampio di crisi di fiducia nelle istituzioni tradizionali e nella rappresentanza democratica. La costruzione di un culto della personalità attorno alla sua figura risponde a bisogni sociali di appartenenza e sicurezza in tempi di incertezza e trasformazioni rapide (Melucci, 1995). Questo culto crea un senso di comunità esclusiva basata sull’identificazione con un leader percepito come forte e risolutivo, ma al contempo riduce lo spazio per il pluralismo e il dissenso.

L’antropologia culturale aiuta a comprendere come questa dinamica si traduca in pratiche simboliche e rituali che rafforzano l’autorità narcisistica. Le manifestazioni pubbliche, i comizi e i media diventano spazi rituali in cui il leader carismatico viene celebrato, e il legame emotivo con la comunità di sostenitori si rinsalda attraverso simboli, slogan e narrazioni mitiche di grandezza e salvezza (Comaroff & Comaroff, 2006). In questo senso, il narcisismo politico non è solo una questione individuale, ma un fenomeno culturale e sociale che permea la vita pubblica.

Il narcisismo politico di Trump si traduce in una gestione del potere fortemente centralizzata e personalistica. Egli si percepisce come l’unica fonte legittima di autorità, spesso bypassando o delegittimando istituzioni, media e oppositori politici (Mudde, 2019). Questa dinamica è tipica dei leader narcisisti, che utilizzano il potere per rafforzare la propria immagine pubblica e controllare il discorso politico. In tale contesto, il dissenso non è considerato una legittima forma di opposizione, bensì una minaccia personale e politica da neutralizzare (Kets de Vries, 2014).

Questa dinamica ha contribuito a una profonda polarizzazione della società statunitense, indebolendo la fiducia nelle istituzioni democratiche e alimentando un clima di conflitto e sfiducia reciproca (Sides et al., 2018). La costruzione di un vero e proprio culto della personalità attorno alla sua figura ha inoltre ridotto lo spazio per il pluralismo politico e il dialogo costruttivo. Dal punto di vista sociologico, il consolidamento di un’autorità narcisistica limita la capacità di mediazione e confronto tipiche delle democrazie mature, favorendo invece la centralizzazione del potere e l’erosione delle istituzioni democratiche. Antropologicamente, questo processo si manifesta nella ritualizzazione del potere personale e nell’uso simbolico della leadership come elemento di coesione e controllo sociale.

Strategie comunicative e manipolazione: un’analisi interdisciplinare del caso Trump

Donald Trump ha profondamente trasformato la comunicazione politica sfruttando piattaforme digitali come X (ex Twitter) per bypassare i media tradizionali e instaurare un contatto diretto, immediato e spesso non filtrato con il proprio pubblico (Enli, 2017). Questa modalità comunicativa presenta diverse funzioni strategiche fondamentali: • Controllare la narrazione: Trump diffonde messaggi e definisce temi politici prima che i media possano interpretarli o criticarli, influenzando così l’agenda pubblica (Ott, 2017). Sociologicamente, questo controllo diretto della narrazione rappresenta un modo per sovvertire i tradizionali canali di mediazione e per costruire una relazione più diretta e personale con il pubblico, rafforzando il legame emotivo e la fedeltà (Habermas, 1989). • Semplificare e ripetere: La comunicazione di Trump si caratterizza per slogan semplici, ripetitivi e facilmente memorizzabili, come “Make America Great Again”, che facilitano l’identificazione emotiva e cognitiva del pubblico (Jowett & O'Donnell, 2018). Da un punto di vista antropologico, questi slogan agiscono come veri e propri rituali linguistici, capaci di evocare miti fondativi e di creare un senso di appartenenza e comunità simbolica (Turner, 1969). • Costruire nemici comuni: Attraverso etichette come “nemici del popolo” o “criminali” rivolte a avversari politici, media e gruppi sociali, Trump polarizza la società, creando un senso di appartenenza e coesione interna tra i suoi sostenitori (Van Dijk, 1993). Questo processo riflette una dinamica sociologica di costruzione dell’“altro”, fondamentale per rafforzare l’identità del gruppo dominante e giustificare l’esclusione o la delegittimazione degli avversari (Tajfel & Turner, 1979). • Diffondere disinformazione e “post-verità”: L’uso frequente di affermazioni false o fuorvianti sfrutta la difficoltà del pubblico nel verificare informazioni in tempo reale e la tendenza umana a preferire contenuti che confermano le proprie convinzioni (Keyes, 2004). Antropologicamente, questa manipolazione della verità si inserisce in un contesto culturale in cui la realtà diventa fluida e negoziabile, aprendo spazio a narrazioni alternative che sfidano i canoni tradizionali della veridicità (Geertz, 1973).

Dal punto di vista della psicologia politica, la manipolazione comunicativa si fonda su meccanismi cognitivi ed emotivi profondi, quali: • Bias di conferma: Le persone tendono a cercare e accettare informazioni che confermano le proprie convinzioni preesistenti, ignorando o sminuendo quelle contrarie. Trump sfrutta questo meccanismo per rafforzare la fedeltà del proprio elettorato (Nickerson, 1998). • Dissonanza cognitiva: Quando nuove informazioni contraddicono le credenze di un individuo, si genera disagio psicologico. La comunicazione di Trump induce spesso i sostenitori a ridurre questa dissonanza negando o reinterpretando le informazioni (Festinger, 1957). • Emozioni forti e paura: La paura è un potente motore politico. Trump utilizza narrazioni che enfatizzano minacce esistenziali — immigrazione, terrorismo, perdita di identità — per attivare risposte emotive che facilitano obbedienza e coesione (Huddy et al., 2005). • Effetto ripetizione: La reiterazione costante di messaggi, anche falsi, aumenta la loro percezione di veridicità, fenomeno noto come “illusione di verità” (Hasher et al., 1977).

La strategia comunicativa di Trump ha avuto, ha conseguenze profonde, perché attiva:

• Polarizzazione sociale: Ha creato divisioni nette e antagonismi tra gruppi sociali, riducendo la possibilità di dialogo e compromesso (Sides et al., 2018). Sociologicamente, questa polarizzazione mina la coesione sociale e alimenta una cultura politica conflittuale e frammentata. • Erosione della fiducia nelle istituzioni: Attaccando sistematicamente stampa e istituzioni democratiche, ha indebolito la legittimità percepita di organi fondamentali per la democrazia (Cook et al., 2017). Questo fenomeno si traduce in una crisi di fiducia che può compromettere la stabilità politica e sociale. • Indebolimento del discorso pubblico razionale: La diffusione di “post-verità” e fake news ha reso più difficile un dibattito pubblico basato su fatti e dati oggettivi (Lewandowsky et al., 2017). Antropologicamente, ciò riflette una trasformazione culturale in cui la verità diventa un campo di contesa simbolica e politica.

Impatti psicologici, sociali e culturali della leadership autoritaria di Donald Trump: un’analisi interdisciplinare

Uno degli effetti più evidenti della leadership di Donald Trump è l’aumento della polarizzazione affettiva, ovvero la crescita di sentimenti di ostilità e disprezzo tra gruppi politici opposti (Iyengar et al., 2019). La psicologia politica mostra come la retorica polarizzante, che definisce il mondo in termini di “noi” contro “loro”, rafforzi le identità di gruppo e alimenti il conflitto sociale (Tajfel & Turner, 1979).

Dal punto di vista sociologico, questa polarizzazione si inserisce in un contesto di crisi delle istituzioni e di trasformazioni socioeconomiche che generano insicurezza e perdita di status per ampie fasce della popolazione. La costruzione di nemici interni diventa uno strumento per rafforzare la coesione del gruppo dominante, ma al prezzo di una crescente frammentazione sociale e della riduzione degli spazi di dialogo (Melucci, 1995).

L’antropologia culturale indica come queste divisioni si esprimano attraverso narrazioni simboliche e rituali pubblici che sanciscono i confini tra “noi” e “loro”. Questi rituali di esclusione e distinzione rafforzano l’identità collettiva del gruppo e legittimano l’ostilità verso l’“altro”, trasformando la polarizzazione in un fenomeno culturale radicato (Comaroff & Comaroff, 2006).

Le modalità di imposizioni intransigenti di Trump hanno contribuito a un significativo calo della fiducia nelle istituzioni democratiche, quali la stampa, il sistema giudiziario e le elezioni (Pew Research Center, 2020). La psicologia politica indica che la delegittimazione sistematica delle istituzioni mina la percezione di legittimità del sistema politico, indebolendo la coesione sociale e la stabilità democratica (Hetherington & Rudolph, 2015).

Sociologicamente, la perdita di fiducia nelle istituzioni è sintomo di una crisi di rappresentanza e di una disconnessione tra cittadini e élite politiche, che può favorire l’emergere di leadership carismatiche e autoritarie (Lipset, 1959). Antropologicamente, la delegittimazione si traduce in un indebolimento dei rituali e delle pratiche che sostengono la legittimità dello Stato, aprendo la strada a forme di potere più personalistiche e simbolicamente cariche (Weber, 1922). Trump ha spesso definito i media come “nemici del popolo” e ha messo in dubbio la validità delle elezioni, alimentando dubbi e sospetti che hanno minato la fiducia pubblica e favorito la diffusione di teorie complottiste, fenomeno che si inserisce in un contesto culturale di sfiducia generalizzata e crisi epistemica.

La leadership autoritaria si basa anche sull’attivazione di emozioni forti, in particolare la paura. Trump ha utilizzato narrazioni che enfatizzano minacce esistenziali come l’immigrazione clandestina, il terrorismo e la perdita di identità nazionale, attivando il sistema di risposta alla minaccia nel cervello umano (Huddy et al., 2005). Questa attivazione emotiva riduce la tolleranza all’incertezza e aumenta la propensione a sostenere misure autoritarie e leader forti, percepiti come garanti della sicurezza (McDermott et al., 2007). Da una prospettiva sociologica, la paura diventa uno strumento di controllo sociale, capace di mobilitare consenso e giustificare politiche restrittive e repressive (Foucault, 1977). Antropologicamente, la paura si traduce in rituali di difesa collettiva e in narrazioni mitiche che rafforzano l’identità del gruppo dominante e la percezione di un nemico esterno o interno da combattere.

La psicologia politica evidenzia che la polarizzazione estrema e la delegittimazione delle fonti di informazione possono portare a una riduzione della partecipazione civica e a un indebolimento del pensiero critico (Krosnick & Brannon, 1999). L’affidamento a narrazioni semplicistiche e polarizzate limita la capacità dei cittadini di valutare criticamente le informazioni e di impegnarsi in un dibattito pubblico costruttivo. Inoltre, la creazione di “bolle informative” e la diffusione di fake news contribuiscono a isolare gruppi sociali in realtà parallele, ostacolando la costruzione di un consenso sociale basato su fatti condivisi. Questo fenomeno, osservato anche da studiosi di sociologia della comunicazione, accentua la frammentazione del tessuto sociale e mina le basi culturali della democrazia deliberativa (Habermas, 1989).

Donald Trump e l’aggressività politica: un’analisi interdisciplinare

L’atteggiamento aggressivo di Donald Trump si è manifestato in numerose occasioni, in particolare nelle tensioni con Paesi come Iran, Corea del Nord, Cina e nell’approccio critico verso l’Unione Europea. Questa aggressività politica può essere interpretata attraverso diverse chiavi di lettura che integrano psicologia politica, sociologia e antropologia.

Dal punto di vista psicologico, Trump si presenta come un leader narcisista che costruisce la propria identità attraverso la proiezione di forza e superiorità. La sua figura si identifica strettamente con la potenza nazionale, e la difesa degli interessi americani diventa una questione personale, spesso espressa attraverso minacce o uso della forza militare (Barber, 2018). Sociologicamente, questo riflette un modello di leadership carismatica che si fonda sulla centralità della persona e sulla delegittimazione delle istituzioni collettive (Weber, 1922). Antropologicamente, la retorica guerrafondaia si inscrive in narrazioni mitiche di grandezza e salvezza, che rafforzano l’identità collettiva e la coesione del gruppo attraverso simboli di potere e dominio (Comaroff & Comaroff, 2006).

L’atteggiamento predatorio può essere anche visto come una strategia negoziale, volta a ottenere concessioni dagli avversari sfruttando la percezione di forza e intimidazione (Maccoby, 2000). Questo approccio, oltre a essere una tattica diplomatica, ha una funzione sociale di proiezione di potere che rassicura la base elettorale e rafforza l’immagine del leader come difensore inflessibile degli interessi nazionali. Sociologicamente, tale strategia contribuisce a costruire un consenso fondato su valori di forza e supremazia, spesso in contrapposizione a un “altro” percepito come minaccia (Melucci, 1995).

La retorica guerrafondaia svolge un ruolo centrale nella mobilitazione interna, consolidando il consenso tra una base elettorale che valorizza la forza militare e la supremazia nazionale (Sides et al., 2018). Dal punto di vista antropologico, questa retorica si traduce in rituali pubblici e simbolici che rafforzano l’identità collettiva e creano un senso di appartenenza fondato sulla distinzione da “loro”, gli avversari o i nemici esterni (Turner, 1969). Questo processo rafforza la coesione interna ma accentua le divisioni sociali. L’adozione di un atteggiamento predatorio e guerrafondaio da parte di un leader politico genera ripercussioni profonde a livello internazionale e nazionale:

• Escalation del conflitto: Il linguaggio aggressivo e minaccioso alimenta tensioni internazionali, creando dinamiche di escalation che mettono a rischio la stabilità globale e la pace (Huddy et al., 2005). Questo fenomeno riflette anche un deterioramento delle norme diplomatiche tradizionali e un aumento dell’incertezza geopolitica. • Polarizzazione interna: La retorica “noi contro loro” accentua le divisioni sociali e politiche, contribuendo a un clima di conflitto e ostilità che si riflette nel dibattito pubblico e indebolisce la coesione sociale (Tajfel & Turner, 1979). Sociologicamente, questo indebolisce il tessuto sociale e alimenta la frammentazione culturale. • Riduzione della fiducia e cooperazione internazionale: L’atteggiamento predatorio mina le relazioni diplomatiche e ostacola la cooperazione multilaterale, elementi essenziali per affrontare sfide globali come il cambiamento climatico, la sicurezza internazionale e le pandemie (Norris & Inglehart, 2019). Questo isolamento compromette la capacità collettiva di rispondere efficacemente a problemi transnazionali. • Consolidamento di un modello di leadership autoritario: L’aggressività e la retorica guerrafondaia legittimano un modello di leadership basato sull’esercizio personalistico del potere, la delegittimazione delle istituzioni e la riduzione degli spazi democratici (Kets de Vries, 2014). Antropologicamente, si assiste a una ritualizzazione del potere personale che sostituisce la governance istituzionale con forme di controllo simbolico e carismatico.

Trump e la mobilitazione del pregiudizio: un’analisi interdisciplinare

La psicologia politica riconosce nei pregiudizi e negli atteggiamenti discriminatori non solo meccanismi di difesa psicologica individuale, ma anche strumenti sociali che rafforzano l’identità del gruppo dominante, spesso in risposta a percepite minacce economiche, culturali o esistenziali (Tajfel & Turner, 1979). Questi meccanismi includono:

• Stereotipizzazione: attribuire caratteristiche semplificate e spesso negative a gruppi sociali, giustificando così il loro trattamento differenziato e la loro esclusione sociale (Fiske, 1998). • Deumanizzazione: ridurre la percezione dell’umanità degli “altri”, facilitando così l’esclusione, la discriminazione e, in casi estremi, la violenza (Haslam, 2006). • Minaccia simbolica e realistica: percepire i gruppi minoritari come una minaccia alla cultura, all’economia o alla sicurezza, alimentando paura, ostilità e richieste di controllo sociale (Stephan & Stephan, 2000).

Donald Trump ha fatto e fa un uso strategico di retoriche e comportamenti derisori e discriminatori, sfruttando questi meccanismi di pregiudizio, paura e identità sociale per mobilitare consenso, consolidare il potere e ottenere risultati politici concreti:

  1. Rafforzare l’identità del gruppo dominante, attraverso slogan e discorsi che enfatizzano la supremazia culturale e nazionale degli “americani veri”, Trump ha rafforzato il senso di appartenenza e coesione tra i suoi sostenitori. Questo processo, sociologicamente, rappresenta un classico meccanismo di costruzione dell’identità collettiva basata sulla distinzione e sull’esclusione dell’“altro” (Melucci, 1995). Antropologicamente, si tratta di un rituale simbolico che consolida la comunità attraverso la polarizzazione culturale e la definizione di confini sociali (Turner, 1969).

  2. Creare e amplificare la percezione di minacce con una narrazione in cui Trump spesso descrive migranti e minoranze come pericoli per la sicurezza nazionale e l’economia, attivando meccanismi di paura e difesa collettiva (Huddy et al., 2005). Questo tipo di discorso sfrutta la paura come strumento di controllo sociale e mobilitazione politica, rafforzando la domanda di ordine e protezione (Foucault, 1977).

  3. Legittimare politiche discriminatorie con l’uso di un linguaggio derisorio e stereotipato che ha contribuito a giustificare politiche restrittive sull’immigrazione, discriminazioni sistemiche e marginalizzazione sociale di gruppi vulnerabili. Sociologicamente, queste pratiche rafforzano le disuguaglianze strutturali e consolidano un sistema di esclusione istituzionalizzata (Wacquant, 2009).

  4. Sfruttare stereotipi sessisti, misogini e omotransfobici con l’impiego di un linguaggio offensivo, sessista e omotransnegativo verso le donne e la comunità lgbtqia+ che normalizza atteggiamenti discriminatori e contribuisce a mantenere strutture di potere patriarcali e cisetero normative e binarie. Questo fenomeno si inserisce in un più ampio contesto culturale in cui il sessismo e il maschilismo sono radicati nelle pratiche sociali e nei simboli culturali, perpetuando disuguaglianze di genere, di orientamento sessuale e di identità di genere (Kearl, 2018).

Uso strumentale delle forze speciali di polizia: il caso ICE sotto la presidenza Trump

L’intensificato impiego delle forze dell’ordine, in particolare dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE), durante la presidenza di Donald Trump rappresenta un caso emblematico che richiede un’analisi multidisciplinare. Psicologia politica, sociologia e antropologia offrono strumenti essenziali per comprendere non solo le motivazioni politiche e strategiche, ma anche le complesse dinamiche sociali, culturali e psicologiche che ne derivano.

Dal punto di vista della psicologia politica, l’uso rafforzato dell’ICE si inserisce in una strategia più ampia di controllo sociale attraverso la gestione della paura. Trump ha fatto largo uso di una retorica che dipinge i migranti come minacce alla sicurezza nazionale, attivando nel pubblico emozioni di paura e insicurezza (Huddy et al., 2005). Questa paura ha un effetto psicologico potente: aumenta la domanda di ordine e sicurezza, spingendo a sostenere misure autoritarie e il rafforzamento delle forze dell’ordine. In questo quadro, l’ICE diventa un simbolo tangibile della protezione statale, incarnando il potere dello Stato di difendere i confini e mantenere l’“ordine”. La costruzione del migrante come “nemico interno” rafforza l’identità collettiva di un “noi” protetto, polarizzando la società e giustificando azioni che altrimenti sarebbero percepite come eccessive o ingiuste (Tajfel & Turner, 1979).

Da una prospettiva sociologica, l’uso dell’ICE riflette dinamiche di controllo istituzionale e gestione delle disuguaglianze sociali. Le politiche migratorie restrittive e le azioni dell’ICE hanno avuto un impatto sproporzionato su comunità vulnerabili, in particolare migranti centro- e sudamericani e afrodiscendenti. L’istituzione e l’espansione dell’ICE sotto Trump possono essere interpretate come parte di un sistema più ampio di controllo sociale che mantiene le disuguaglianze strutturali, attraverso la criminalizzazione della migrazione e la sorveglianza di gruppi marginalizzati (Wacquant, 2009). In questa prospettiva, l’ICE non è solo un’agenzia di polizia, ma un attore sociale che contribuisce a definire chi appartiene alla società e chi ne è escluso, rafforzando dinamiche di esclusione e marginalizzazione.

L’antropologia indica come l’uso dell’ICE sia carico di significati simbolici e rituali che influenzano la percezione pubblica. Le operazioni dell’ICE, spesso ampiamente mediatizzate, assumono la forma di rituali di affermazione del potere statale e della sovranità nazionale. Le narrazioni culturali costruite intorno all’ICE e alla migrazione si intrecciano con miti nazionali di purezza, sicurezza e identità, alimentando una visione dicotomica di “noi” contro “loro” (Comaroff & Comaroff, 2006). Questi simboli e rituali rafforzano la legittimità delle azioni repressive e creano un consenso culturale che rende accettabile, se non addirittura auspicabile, l’uso della forza contro le persone migranti.

Resilienza Partecipata della Cittadinanza: una risposta all’arroganza del potere

La resilienza partecipata non è soltanto la capacità di resistere agli shock politici o autoritari: è un processo collettivo di rigenerazione culturale, simbolica e relazionale. Essa implica la capacità di una società di mantenere e rinnovare nel tempo i propri valori, pratiche e infrastrutture morali - libertà, fiducia, pluralismo, cooperazione - anche in presenza di minacce interne o pressioni esterne (Diamond, 2019). Da una prospettiva di psicologia politica, questa resilienza nasce da dinamiche micro e meso-sociali: le reti di fiducia, la partecipazione civica diffusa e la coesione intergruppo operano come fattori di protezione contro la manipolazione politica e la frammentazione sociale (Putnam, 2000). Ma soprattutto, essa è una pratica di senso condiviso, un habitus collettivo che riflette la qualità antropologica delle relazioni sociali all’interno di un contesto democratico.

Il concetto di resilienza partecipata estende il paradigma popolare oltre la semplice resistenza, collocandolo nello spazio etico-affettivo della co-produzione del bene comune. Non si tratta solo di “reagire” a crisi e regressioni autoritarie, ma di rigenerare continuamente la trama morale della comunità. L’antropologia politica mostra come ogni forma di democrazia viva nella densità dei legami e delle pratiche quotidiane: nei gesti di mutuo aiuto, nei rituali di confronto pubblico, nella costruzione simbolica della fiducia. La resilienza partecipata, da questo punto di vista, è una risposta culturale alla vulnerabilità del tessuto politico. Essa trasforma la cittadinanza da spettatori a coautori del patto democratico, mobilitando sia la sfera razionale (il pensiero critico) sia quella relazionale (l’empatia e la solidarietà) (Norris et al., 2011).

Comportamenti politici centrati sull’autoritarismo, sul narcisismo o sul pregiudizio – come nel caso di Donald Trump e di altri leader caratterizzati da carisma radicale e comunicazione polarizzante – offrono un banco di prova della resilienza collettiva delle società democratiche. Le reazioni sociali osservate si articolano in diverse dimensioni:

  1. Mobilitazione civica e attivismo, le minacce percepite ai diritti civili e alle istituzioni stimolano movimenti di protesta, campagne di informazione e pratiche di resistenza anche nonviolenta (Tarrow, 2011). La psicologia politica interpreta queste risposte come processi di identificazione collettiva nati dalla percezione condivisa di ingiustizia (Simon & Klandermans, 2001). L’attivismo, in questo senso, è un rituale di riappropriazione del potere simbolico della cittadinanza.

  2. Costruzione di alleanze intergruppo, la resilienza democratica si rafforza attraverso coalizioni trasversali che superano confini etnici, culturali e ideologici (Gaertner & Dovidio, 2000). Queste alleanze operano come “zone di contatto” (Pratt, 1991), spazi in cui la differenza diventa risorsa e non minaccia. L’incontro intergruppo riattiva processi antropologicamente fondamentali di riconoscimento reciproco, restituendo legittimità alla diversità come fondamento del patto civico.

  3. Educazione al pensiero critico e contro-narrazioni, la competenza cognitiva e mediatica è una forma essenziale di resilienza. Le contro-narrazioni inclusive e basate sui fatti agiscono come anticorpi culturali alla disinformazione (Lewandowsky et al., 2017). In termini sociologici, si tratta di un processo di ri-costruzione dell’egemonia simbolica (Gramsci, 1975): formare menti critiche significa riequilibrare i rapporti di dominio informativo e ripristinare la fiducia intersoggettiva.

  4. Resilienza emotiva e gestione collettiva della paura, ogni minaccia autoritaria opera innanzitutto sul piano emotivo: sfrutta paura, rabbia, insicurezza. La costruzione di una resilienza emotiva comunitaria – basata su pratiche di ascolto, solidarietà e narrazione collettiva – permette di risignificare l’angoscia in partecipazione (Huddy et al., 2005). La dimensione affettiva della democrazia, spesso sottovalutata, è invece un collante antropologico: la democrazia resiste quando resta un’esperienza emotivamente condivisa.

Nonostante le sue potenzialità, la resilienza partecipata incontra tensioni strutturali: • Polarizzazione estrema: la frammentazione identitaria e mediatica indebolisce la capacità di costruire alleanze inclusive (Iyengar et al., 2019). • Disinformazione e post-verità: la perdita di fiducia epistemica erode le basi cognitive della deliberazione democratica (Keyes, 2004). • Stanchezza civica: l’impegno costante può trasformarsi in esaurimento, con effetti di cinismo e passività (Putnam, 2000).

Queste sfide delineano un nuovo campo di ricerca per l’antropologia politica contemporanea, per studiare come le società sviluppano forme di cura collettiva della compartecipazione e della condivisione solidale La resilienza partecipata non è una condizione stabile, ma un processo evolutivo, un rito di manutenzione sociale che richiede tempo, empatia e memoria.

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