C’è una linea sottile, spesso invisibile, che separa la cultura dal potere. Non è una linea rigida, né immutabile. È uno spazio di tensione, di attraversamento, di equilibrio instabile. Ma esiste. Perciò, è proprio quando quella linea si dissolve che la cultura smette di essere luogo di confronto e diventa, progressivamente, proiezione delle linee di conflitto.
La decisione di escludere la Russia dalla Biennale di Venezia si inserisce dentro questo spazio critico. Non è un fatto neutro. Non può esserlo. Da un lato, essa appare coerente con un contesto internazionale segnato da sanzioni, isolamento diplomatico, condanna politica. E in questa prospettiva, la cultura non può essere un’isola separata dalla storia: partecipare significa rappresentare, e rappresentare significa, inevitabilmente, legittimare. Dall’altro lato, però, si apre una frattura. Perché se la cultura viene piegata interamente alla logica dei rapporti di forza, se diventa estensione delle dinamiche geopolitiche, allora perde una delle sue funzioni più essenziali: quella di essere spazio di mediazione, di attraversamento, di possibilità.
La storia, da questo punto di vista, non è muta. Durante il fascismo, la Biennale di Venezia non fu chiusa. Al contrario, fu potenziata, strutturata, resa centrale nel disegno di rappresentazione del regime. Non perché la cultura fosse irrilevante, ma perché era troppo importante per essere lasciata libera. La Biennale divenne una vetrina. Un dispositivo. Uno strumento attraverso cui il potere costruiva la propria immagine internazionale, selezionava linguaggi, orientava narrazioni. Non fu censura in senso stretto. Si trattò di incorporazione. Ed è proprio questo il punto che merita attenzione.
Oggi il contesto è radicalmente diverso. Le democrazie non sono regimi totalitari, e ogni parallelo semplicistico sarebbe fuorviante. Ma i meccanismi profondi del rapporto tra potere e cultura mostrano una sorprendente continuità: la tendenza del potere a utilizzare la cultura come spazio di rappresentazione di sé, oppure, specularmente, a escludere ciò che non può o non vuole rappresentare.
La domanda, allora, non è se sia giusto o sbagliato escludere la Russia. La domanda è più esigente. È questa: la cultura può ancora permettersi di essere uno spazio che eccede il conflitto, oppure è destinata a rifletterlo integralmente? Se ogni padiglione diventa una bandiera, se ogni presenza è letta come adesione, se ogni assenza è interpretata come sanzione, allora la Biennale rischia di trasformarsi da luogo di confronto tra linguaggi a mappa simbolica degli equilibri geopolitici. E in quel momento qualcosa si perde. Non l’arte, che continuerà a esistere, a produrre, a esprimersi. Ma il luogo in cui quell’arte può incontrarsi al di là delle appartenenze.
Escludere uno Stato può apparire, oggi, purtroppo, una scelta coerente. Ma ogni scelta di questo tipo produce un effetto che va oltre l’immediato: contribuisce a ridefinire la funzione stessa dello spazio culturale. Lo sposta, lo trasforma. E il rischio non è che la cultura prenda posizione. La cultura ha sempre preso posizione. Il rischio è che smetta di essere luogo di attraversamento delle posizioni e diventi soltanto uno dei fronti in cui esse si scontrano. È, dunque, in questo passaggio che si gioca una partita decisiva. Perché una cultura che rinuncia alla propria capacità di mediazione non diventa più forte, né più giusta. Diventa semplicemente più allineata. E quando la cultura si allinea completamente al potere, qualunque esso sia, smette di essere uno spazio critico. Diventa, ancora una volta, una sua funzione.