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Etica

Morto Bruno Contrada numero tre dei servizi segreti

Di Gianluca Prestigiacomo, Enzo Guidotto

14 MARZO 2026

Morto Bruno Contrada numero tre dei servizi segreti

La morte di Bruno Contrada chiude una delle vicende più controverse della storia repubblicana italiana. Ma non chiude le domande. Contrada è stato uno dei più alti funzionari dello Stato: dirigente della polizia, poi numero tre del SISDE. La sua carriera attraversa decenni decisivi della lotta alla mafia, gli anni in cui lo Stato combatteva Cosa nostra mentre, nello stesso tempo, si insinuavano dubbi inquietanti su possibili zone grigie tra istituzioni e potere criminale. Nel 2007 fu condannato definitivamente per concorso esterno in associazione mafiosa. Tuttavia, va ricordato che dopo l’arresto avvenuto alla Vigilia di Natale del 1992, trascorse quattro anni e mezzo in carcere, tre anni e mezzo ai domiciliari e due anni condonati. La sentenza che lo aveva condannato a dieci anni fu annullata in Appello e Bruno Contrada venne assolto. Assoluzione che la Cassazione annullò rinviando il processo in Corte d’Appello di Palermo, che confermò la condanna a dieci anni con sentenza che divenne definitiva nel 2007.

Otto anni dopo, nel 2015, il suo legale ottenne una sentenza favorevole: la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo stabilì che quella condanna violava il principio di prevedibilità della norma penale: secondo la Corte, all’epoca dei fatti il reato di concorso esterno non era definito in modo sufficientemente chiaro. Una decisione giuridicamente irreprensibilmente rilevante. Ma che ha lasciato aperta una questione storica. Perché la stagione in cui maturano quei fatti è la stessa che vede l’Italia attraversata da una violenza mafiosa senza precedenti. Sono gli anni in cui cadono magistrati, poliziotti, giornalisti. Sono gli anni in cui lo stesso Giovanni Falcone parla apertamente di menti raffinatissime dietro il fallito attentato dell’Addaura. Falcone non parlava soltanto di mafia. Parlava di qualcosa di più complesso: di possibili connessioni tra la criminalità organizzata e centri di potere esterni a essa.

Nel tempo, giornalisti e magistrati hanno cercato di interpretare quelle parole. Tra questi anche Saverio Lodato, che ha raccontato come Falcone gli avrebbe fatto il nome di Contrada in relazione a quei sospetti, chiedendogli però di non pubblicarlo. È una testimonianza giornalistica, non una verità giudiziaria. Ma è parte di quel contesto storico che non può essere ignorato. È qui che emerge il vero nodo della vicenda. Le sentenze chiudono i processi. Ma non sempre riescono a chiudere la storia.

La decisione della Corte europea richiama giustamente il principio di legalità: nessuno può essere condannato per un reato che non sia chiaramente definito al momento dei fatti. È un pilastro dello Stato di diritto. Ma allo stesso tempo resta aperta una domanda più ampia: fino a che punto una giurisdizione sovranazionale può comprendere davvero le dinamiche profonde che hanno attraversato la storia italiana della mafia? Perché la mafia non è soltanto un’organizzazione criminale. È stata - e continua a essere - un sistema di relazioni, capace di radicarsi nell’economia, nella politica, nelle istituzioni.

In quella zona grigia, dove i confini tra potere legale e potere criminale diventano opachi, le categorie giuridiche tradizionali faticano spesso a cogliere tutta la complessità dei fatti. Per questo la vicenda Contrada resta simbolica. Non solo per ciò che è stato accertato nei tribunali, ma per ciò che continua a interrogare la memoria civile del Paese. La storia della lotta alla mafia è piena di verità difficili, di zone d’ombra, di interrogativi che resistono al tempo. E la lezione più importante è proprio questa: che la ricerca della verità non può fermarsi alla sola dimensione processuale. Perché quando un Paese ha attraversato stagioni di sangue come quelle vissute dall’Italia, la memoria non può permettersi di diventare corta. È proprio in questo spazio che si colloca la responsabilità dell’analisi pubblica e del giornalismo. La mafia contemporanea non è più soltanto quella delle lupara e delle cosche territoriali. Da tempo ha assunto forme più sofisticate, spesso mimetizzate dentro circuiti economici, finanziari e istituzionali. È una trasformazione che molti magistrati, studiosi e osservatori hanno descritto negli ultimi decenni: la progressiva capacità delle organizzazioni mafiose di operare non solo contro lo Stato, ma dentro i suoi stessi meccanismi, intrecciando relazioni con segmenti dell’economia, della politica e delle pubbliche istituzioni.

In questo senso il tema del concorso esterno - al di là delle dispute giuridiche - nasce proprio dal tentativo di dare una risposta a una realtà complessa: quella di soggetti che non appartengono formalmente all’organizzazione mafiosa ma che, attraverso il loro ruolo, possono contribuire al rafforzamento del potere criminale. Comprendere questa dimensione è essenziale per leggere la storia italiana degli ultimi quarant’anni. Una storia che non riguarda soltanto le mafie, ma anche il modo in cui il potere si organizza, si protegge e talvolta si mimetizza. Per questo la vicenda Contrada continua a sollevare interrogativi che vanno oltre la biografia di un uomo. Interrogativi che riguardano la qualità della democrazia, la trasparenza delle istituzioni e la capacità di uno Stato di guardare fino in fondo alle proprie zone d’ombra.

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