Il 16 marzo 1978 è una delle date più drammatiche della storia della Repubblica italiana. Non è soltanto il giorno del rapimento di Aldo Moro: è il momento in cui la politica italiana entra definitivamente nella stagione più tragica degli anni di piombo.
Alle 9 del mattino, in via Fani a Roma, un commando delle Brigate Rosse tende un agguato all’auto che trasporta il presidente della Democrazia Cristiana. Nell’attacco vengono uccisi i cinque uomini della scorta: Oreste Leonardi, Domenico Ricci, Raffaele Iozzino, Giulio Rivera e Francesco Zizzi. Moro viene sequestrato e condotto nella cosiddetta «prigione del popolo». La data dell’azione non è casuale. Quella stessa mattina il Parlamento è convocato per votare la fiducia al governo guidato da Giulio Andreotti. È il governo che nasce grazie all’appoggio esterno del Partito Comunista Italiano guidato da Enrico Berlinguer. Si tratta del passaggio politico che prende il nome di «compromesso storico», il tentativo di includere il principale partito comunista dell’Occidente nell’area di governo per stabilizzare la democrazia italiana in una fase segnata da crisi economica, tensioni sociali e terrorismo. Il rapimento Moro colpisce dunque il cuore dello Stato nel momento più delicato della sua evoluzione politica.
Lo statista e il progetto politico
Aldo Moro non è soltanto uno dei principali leader della Democrazia Cristiana. È una delle figure che più profondamente hanno contribuito a modellare il sistema politico italiano del dopoguerra. Professore di diritto, più volte presidente del Consiglio, Moro è tra gli artefici della stagione del centrosinistra negli anni Sessanta, che porta il Partito Socialista nell’area di governo. Negli anni Settanta cerca una nuova evoluzione del sistema politico: l’apertura al Partito Comunista, ritenuta necessaria per rafforzare la stabilità democratica in un Paese attraversato da profonde tensioni. Il compromesso storico, dunque, non è un semplice accordo parlamentare. È un tentativo di ridefinire gli equilibri della democrazia italiana dentro il quadro internazionale della Guerra fredda.
I cinquantacinque giorni
Durante la prigionia, Moro scrive numerose lettere indirizzate ai familiari, agli amici di partito e alle istituzioni. Sono testi che ancora oggi rappresentano uno dei documenti politici e umani più intensi della storia repubblicana. Nel frattempo, lo Stato italiano sceglie la cosiddetta linea della fermezza: nessuna trattativa con i terroristi. La posizione è sostenuta dalla Democrazia Cristiana, dal Partito Comunista Italiano e dalla maggioranza delle istituzioni. L’unica significativa apertura alla possibilità di una trattativa proviene da Bettino Craxi, segretario del Partito Socialista Italiano, che propone una soluzione umanitaria per salvare la vita dello statista. Il confronto politico e morale che attraversa il Paese in quei giorni è durissimo. Da una parte vi è il timore che lo Stato possa piegarsi al ricatto del terrorismo; dall’altra il dramma umano di un uomo che chiede disperatamente di essere salvato.
Il ritrovamento del corpo
Il 9 maggio 1978 le Brigate Rosse annunciano la conclusione del sequestro. Il corpo di Aldo Moro viene ritrovato nel bagagliaio di una Renault 4 rossa parcheggiata in via Caetani, a Roma. La scelta del luogo è simbolica: la strada si trova esattamente a metà strada tra le sedi nazionali della Democrazia Cristiana e del Partito Comunista Italiano. È il punto in cui, simbolicamente, si chiude il progetto politico del compromesso storico.
I processi e la verità giudiziaria
Negli anni successivi numerosi processi accertano le responsabilità penali del sequestro e dell’omicidio Moro. Le sentenze individuano come protagonisti dell’operazione membri delle Brigate Rosse, tra cui Mario Moretti, Prospero Gallinari, Barbara Balzerani, Valerio Morucci e Adriana Faranda. Sul piano giudiziario la responsabilità dell’organizzazione terroristica è dunque stabilita. Tuttavia, già nei processi emergono elementi che alimentano interrogativi rimasti aperti nel dibattito storico: la dinamica dell’agguato in via Fani, la possibile presenza di soggetti esterni al commando brigatista, anomalie investigative e depistaggi. Negli anni successivi anche diverse commissioni parlamentari d’inchiesta – fino alla più recente istituita nel 2014 – hanno continuato ad analizzare documenti, testimonianze e contesti internazionali della vicenda.
Il contesto internazionale
Il rapimento Moro avviene nel pieno della Guerra fredda. L’Italia è uno dei principali paesi della NATO e ospita importanti installazioni strategiche dell’Alleanza atlantica. Il possibile ingresso del Partito Comunista nell’area di governo rappresenta per molti osservatori internazionali uno scenario politicamente delicato. In questo contesto viene spesso ricordato un episodio riferito dallo stesso Moro: una dura conversazione avuta negli Stati Uniti con Henry Kissinger contrario alla prospettiva di un coinvolgimento dei comunisti nel governo italiano. Si tratta di un episodio mai definitivamente accertato sul piano documentale, ma che testimonia il clima di forte tensione geopolitica nel quale maturò quella stagione.
Terrorismo e ragion di Stato
La vicenda Moro solleva anche una questione che attraversa tutte le democrazie: il rapporto tra terrorismo e ragion di Stato. Di fronte alla minaccia della violenza politica, le istituzioni devono difendere la legalità senza cedere al ricatto delle organizzazioni terroristiche. Ma questa difesa può comportare decisioni drammatiche, che incidono sulla vita delle persone e sulla percezione stessa della giustizia. La linea della fermezza adottata nel 1978 rappresentò una scelta politica e istituzionale che ancora oggi divide storici e osservatori: fu la difesa necessaria delle istituzioni democratiche o il prezzo pagato per salvaguardare un equilibrio politico e internazionale più ampio?
La lunga ombra della strategia della tensione
Il caso Moro si colloca inoltre in una stagione storica segnata da numerosi attentati terroristici che hanno colpito l’Italia tra la fine degli anni Sessanta e gli anni Settanta. Stragi come quella di Piazza Fontana nel 1969, di Piazza della Loggia nel 1974 o del treno Italicus nello stesso anno hanno rivelato nel tempo l’esistenza di depistaggi, coperture e infiltrazioni che hanno coinvolto apparati dello Stato e strutture clandestine. Tra queste venne alla luce negli anni Novanta la struttura Gladio, una rete segreta organizzata nell’ambito della NATO per preparare la resistenza in caso di invasione sovietica. La scoperta di queste strutture e delle ambiguità investigative legate alla cosiddetta strategia della tensione ha contribuito a alimentare interrogativi sul contesto in cui maturò anche la vicenda Moro. Interrogativi che non cancellano la responsabilità delle Brigate Rosse, ma che invitano a guardare quella stagione con maggiore complessità storica.
Un trauma ancora aperto
A quasi mezzo secolo di distanza, il sequestro e l’assassinio di Aldo Moro restano uno degli eventi più traumatici della storia italiana. La responsabilità delle Brigate Rosse è stata accertata dai tribunali. Ma la vicenda Moro continua a interrogare la coscienza del Paese per il contesto in cui maturò, per le decisioni politiche che accompagnarono quei giorni e per le domande che la storia non ha ancora definitivamente chiuso.
Il 16 marzo non è soltanto il ricordo di un attentato terroristico. È il giorno in cui la Repubblica si trovò davanti a una scelta drammatica che avrebbe segnato il futuro della sua democrazia. E forse proprio per questo, a distanza di quarantasette anni, il caso Moro continua a ricordarci che la democrazia non è soltanto un sistema di regole. È un equilibrio fragile tra potere, verità e responsabilità storica.