Gianluca Prestigiacomo, Direttore Responsabile  ·  Gianluca Zanella, Direttore Editoriale

L'Osservatorio della Legalità

Osservatorio sul fenomeno delle mafie, laboratorio di economia e di etica politica

Internazionale

Economia della guerra, psicologia del potere e mafie nel disordine globale

Di Gianluca Prestigiacomo

22 GIUGNO 2026

Economia della guerra, psicologia del potere e mafie nel disordine globale

Vi sono momenti storici nei quali l’economia smette di essere soltanto una scienza della produzione, dello scambio e della distribuzione della ricchezza, per tornare a essere ciò che, in fondo, è sempre stata: una scienza del potere. Ciò che sta avvenendo negli Stati Uniti non può essere compreso limitandosi alla contabilità del PIL, all’andamento dell’inflazione o alle decisioni della Federal Reserve. Quei dati sono indispensabili, ma non sufficienti. Essi descrivono la temperatura del sistema, non la malattia che lo attraversa.

L’economia statunitense appare ancora formalmente solida: continua a crescere, conserva un mercato del lavoro relativamente resistente, mantiene il primato tecnologico, finanziario e militare. Tuttavia, questa solidità mostra crepe sempre più evidenti. La crescita rallenta, l’inflazione resta esposta agli shock energetici, il debito pubblico impone vincoli crescenti, il sistema politico sembra oscillare tra protezionismo, militarizzazione della politica estera e tentazione di trasformare ogni difficoltà interna in una questione di sicurezza nazionale. L’America, ancora una volta, non è soltanto un Paese: è un laboratorio. E ciò che vi accade anticipa, amplifica o riflette le tensioni del sistema internazionale.

Il primo nodo riguarda il rapporto tra economia interna e disordine internazionale. Gli Stati Uniti continuano a vivere dentro una contraddizione strutturale: hanno bisogno della globalizzazione che contestano, della stabilità internazionale che spesso contribuiscono a destabilizzare, dell’apertura dei mercati che ciclicamente provano a correggere con strumenti protezionistici. Il dollaro resta moneta di riserva globale, Wall Street continua a essere centro nevralgico della finanza mondiale, l’industria tecnologica statunitense guida la nuova fase dell’intelligenza artificiale e delle infrastrutture digitali. Eppure, proprio questa centralità produce una vulnerabilità permanente: ogni crisi energetica, ogni guerra regionale, ogni rottura commerciale, ogni tensione sulle rotte marittime ritorna dentro l’economia americana sotto forma di prezzi, tassi, aspettative, instabilità dei mercati, paura sociale.

La guerra, in questo quadro, non è un incidente esterno all’economia. Ne è ormai una funzione interna. Non nel senso banale secondo cui la guerra conviene sempre, ma nel senso più profondo che il sistema economico contemporaneo ha imparato a incorporarla come dispositivo di compensazione. La guerra consente di giustificare deficit, spese militari, riallocazioni industriali, controllo delle materie prime, deroghe politiche, compressione del dissenso, rafforzamento degli apparati di sicurezza. Quando la politica non riesce più a produrre coesione attraverso il welfare, la rappresentanza e la giustizia sociale, tende a produrla attraverso la minaccia. Il nemico esterno diventa così la più antica tecnologia di governo delle crisi interne. Da questo punto di vista, le guerre contemporanee appaiono sempre meno come conflitti tra visioni del mondo e sempre più come forme estreme di fallimento relazionale tra leadership incapaci di abitare il limite. Il problema non è soltanto geopolitico; è antropologico. La diplomazia presuppone il riconoscimento dell’altro, la capacità di sostenere la frustrazione, la possibilità di distinguere tra interesse nazionale e narcisismo personale. Quando questa capacità viene meno, la politica internazionale regredisce a una scena primaria: offesa, vendetta, esibizione di forza, teatralizzazione del comando, incapacità di arretrare senza sentirsi annientati. E qui entra in gioco la dimensione psicologica del potere. Non si tratta di diagnosticare patologie individuali a distanza, esercizio improprio e spesso sterile. Si tratta piuttosto di riconoscere che il potere assoluto o percepito come tale produce deformazioni della personalità pubblica. La storia politica è piena di leader che, una volta identificatisi con la nazione, hanno smesso di distinguere tra il proprio destino personale e quello del popolo che rappresentavano. In quel momento, ogni critica diventa tradimento, ogni mediazione diventa umiliazione, ogni limite diventa aggressione.

Il potere, quando non è temperato da istituzioni forti, cultura democratica, consapevolezza etica e maturità interiore, tende a produrre “hubris”: una forma di tracotanza che non appartiene soltanto alla mitologia greca, ma alla struttura permanente della politica. L’hubris del leader contemporaneo non consiste soltanto nel credersi superiore agli altri; consiste nel credere che la realtà debba piegarsi alla propria rappresentazione di sé. Perciò, è qui che la psicologia individuale diventa questione pubblica. Una fragilità personale, se collocata ai vertici dello Stato, può trasformarsi in decisione militare, crisi diplomatica, sanzione economica, ordine di attacco, escalation.

La modernità ha costruito enormi apparati di controllo sulle società, ma pochissimi dispositivi di controllo sull’equilibrio interiore di chi decide per milioni di persone. Si valutano i bilanci, gli arsenali, i sondaggi, le alleanze, le intelligence, ma quasi mai la qualità umana del comando. Eppure, una leadership incapace di elaborare la sconfitta, di ascoltare il dissenso, di riconoscere l’errore, di provare compassione, diventa pericolosa anche quando dispone di competenze tecniche. Il problema non è l’ignoranza: talvolta il problema è l’intelligenza priva di sapienza. E in questo scenario si inseriscono le mafie, non come elemento marginale, ma come struttura parassitaria e insieme funzionale del disordine globale. Le mafie contemporanee non sono più soltanto organizzazioni territoriali dedite al traffico di droga, all’estorsione o al controllo locale. Sono reti economiche adattive, capaci di muoversi tra mercati leciti e illeciti, tra finanza formale e finanza ombra, tra logistica globale, cybercrime, riciclaggio, materie prime, armi, rifiuti, contraffazione, appalti, criptovalute e sistemi di elusione delle sanzioni. Ogni crisi internazionale apre una faglia e ogni faglia diventa un mercato.

La guerra produce scarsità; la scarsità produce prezzo; il prezzo produce intermediazione; l’intermediazione opaca produce spazio criminale. Dove si interrompono le catene di approvvigionamento entrano reti parallele. Dove le sanzioni bloccano circuiti ufficiali, si attivano canali informali. Dove la ricostruzione promette enormi flussi di denaro pubblico, arrivano imprese schermate, corruzione, subappalti, prestanome, consulenze, fondi deviati. Le mafie non hanno bisogno di dichiarare guerra agli Stati: spesso prosperano proprio nelle guerre dichiarate dagli Stati.

La loro forza risiede nella capacità di non apparire ideologiche. Le mafie non difendono una visione del mondo; difendono la redditività del caos. Possono commerciare con attori contrapposti, radicarsi in economie formalmente nemiche, usare il linguaggio dell’impresa, della logistica, della consulenza, della finanza, dell’intermediazione energetica. In un ordine internazionale frammentato, esse diventano il tessuto connettivo invisibile tra ciò che ufficialmente non dovrebbe comunicare. Sono il mercato nero della geopolitica.

Per questo, parlare di economia americana senza parlare di criminalità transnazionale significa osservare soltanto la parte illuminata della scena. Gli Stati Uniti sono al centro del sistema finanziario globale e, proprio per questo, sono anche al centro delle sue vulnerabilità: riciclaggio, narcotraffico, fentanyl, frodi digitali, paradisi societari, corruzione internazionale, evasione delle sanzioni, traffici di armi, opacità dei beneficiari effettivi. La forza del sistema finanziario americano è anche ciò che lo rende appetibile per ogni forma di capitale oscuro. Dove passa il denaro del mondo, passa anche il denaro che il mondo non vuole vedere.

Vi è poi un ulteriore aspetto, forse il più difficile da affrontare: la guerra come rimozione collettiva del fallimento spirituale della politica. Le società contemporanee dispongono di tecnologie inaudite, capacità produttive enormi, strumenti scientifici senza precedenti. Eppure, continuano a risolvere il conflitto attraverso la violenza, come se l’umanità fosse progredita nei mezzi ma non nella coscienza. Il paradosso è evidente: siamo capaci di costruire sistemi di intelligenza artificiale, ma non di governare l’ira; siamo capaci di manipolare mercati globali, ma non di accettare la loro vulnerabilità; siamo capaci di sorvegliare intere popolazioni, ma non di educare il potere alla misura.

L’idea di una elevazione spirituale come argine alla violenza viene spesso liquidata come ingenua. In realtà, è forse l’unico realismo rimasto. Naturalmente non si tratta di invocare una spiritualità confessionale o retorica, ma una trasformazione del rapporto tra individuo, potere e responsabilità. Elevazione spirituale significa capacità di decentrare l’ego, riconoscere l’altro come parte della stessa condizione umana, sottrarre la politica alla pulsione di dominio, comprendere che nessuna vittoria ottenuta sulla distruzione dell’altro è davvero una vittoria. È una forma superiore di razionalità, non la sua negazione.

La politica moderna ha separato la competenza dall’interiorità, ha creduto che bastassero istituzioni, procedure, apparati, mercati, deterrenze, ma nessun sistema istituzionale può reggere indefinitamente se coloro che lo abitano sono interiormente dominati dalla paura, dal risentimento, dall’avidità, dalla volontà di potenza o dall’incapacità di accettare il limite. La pace non è soltanto un accordo tra Stati; è una disciplina della mente. E la giustizia non è soltanto una norma; è una forma di coscienza. Dire che “siamo tutti uguali” non significa negare le differenze storiche, culturali, economiche e politiche. Significa ricordare ciò che precede ogni appartenenza: la comune esposizione alla morte, al dolore, alla perdita, alla paura, al bisogno di riconoscimento. Ogni leader che dimentica questa elementare verità antropologica diventa pericoloso. Perché, quando l’altro non è più percepito come essere umano, ma come ostacolo, bersaglio, massa, danno collaterale o numero statistico, la guerra è già cominciata prima ancora del primo colpo di cannone. Gli Stati Uniti, oggi, sono il punto di condensazione di tutte queste contraddizioni: potenza economica e fragilità sociale, innovazione tecnologica e regressione politica, centralità finanziaria e vulnerabilità criminale, superiorità militare e impotenza diplomatica, crescita e debito, libertà proclamata e paura amministrata. Il problema americano, tuttavia, non è soltanto americano. È il problema dell’Occidente e in larga misura dell’intero ordine globale, che ha costruito sistemi potentissimi senza avere formato esseri umani all’altezza della potenza che maneggiano. La questione decisiva, allora, non è soltanto se gli Stati Uniti riusciranno a contenere l’inflazione, stabilizzare il debito, sostenere la crescita o evitare nuove guerre. La questione più profonda riguarda, dunque, la politica mondiale. Riuscirà a riconoscere che nessun equilibrio economico può durare quando il potere è psicologicamente immaturo, moralmente disabitato e spiritualmente cieco. Le mafie prosperano nel vuoto etico, le guerre esplodono nel vuoto relazionale, le economie si deformano nel vuoto politico, mentre i popoli pagano sempre il prezzo di leadership che trasformano le proprie ferite irrisolte in destino collettivo. Forse il compito del nostro tempo non è soltanto ricostruire un ordine internazionale, ma ricostruire l’uomo che pretende di governarlo.

© riproduzione riservata