Gli israeliani Merkava, tra i carri armati «più sofisticati al mondo», verrebbero «annientati e colpiti regolarmente» dai miliziani libanesi di Hezbollah «con le armi che provengono dall’Ucraina». Una delle maggiori sorprese, secondo questa ricostruzione, sarebbe stata «scoprire che Hezbollah combatte contro le forze israeliane utilizzando le armi di contrabbando che l’Ucraina ha ricevuto dall’Occidente». È quanto ha affermato il generale Maurizio De Boni, intervistato da Giacomo Gabellini sul canale YouTube «Il Contesto» in data 5 maggio 2026, al minuto 19.00
E ancora: «sul sostegno all’Ucraina in futuro ci sarà molto da indagare: perché ci sono flussi di denaro fuori controllo. E bisogna capire dove sono andati a finire: dentro e fuori l’Ucraina». Secondo il direttore di Analisi Difesa, Gianandrea Gaiani, intervistato da Alessandro Bartoloni sul canale YouTube OttolinaTv il 7 maggio 2026, al minuto 24:40, l’Occidente starebbe finanziando un sistema profondamente corrotto. Gaiani utilizza un’espressione molto dura, parlando di un «regime marcio» e richiamando, a titolo esemplificativo, il caso, da lui evocato nell’intervista, del sindaco di Dnipro e di un presunto acquisto immobiliare sul lago di Como, indicato come possibile sintomo di una più ampia opacità nei flussi di denaro legati al sostegno occidentale all’Ucraina. Al di là della verifica del singolo episodio richiamato, il punto giuridicamente rilevante è un altro: ogni flusso pubblico destinato a contesti di guerra dovrebbe essere sottoposto a rigorosi meccanismi di tracciabilità, rendicontazione e controllo, proprio per evitare che l’emergenza bellica diventi uno spazio di impunità finanziaria.
Si può inoltre «immaginare cosa una organizzazione criminale potrebbe ottenere a poco costo utilizzando dei droni per ciò che possono fare adesso e per ciò che potranno fare in futuro anche grazie all’intelligenza artificiale, che dà delle possibilità che prima erano impensabili?». Secondo il generale Marco Bertolini, intervistato da Giacomo Gabellini sul canale YouTube «Il Contesto», al minuto 41, stiamo entrando in una fase nella quale «il potere distruttivo tipico degli Stati viene esteso anche a realtà non statali», proprio mentre «le regole del diritto internazionale e del diritto umanitario» sembrano venire meno insieme agli scrupoli necessari per rispettarle.
Tutte queste considerazioni provengono da interviste rese pubblicamente. Non sono parte di procedimenti giudiziari di qualche tipo. Però costituiscono spunti di riflessione rispetto a un problema più ampio: la possibile dispersione di armi, denaro e tecnologie militari nei circuiti criminali transnazionali. È su questo piano, più che sulla verifica definitiva dei singoli episodi evocati, che si colloca la questione giuridica, politica e criminale posta dalla guerra contemporanea.
Si tratta infatti di tre passaggi cruciali, emersi di recente in alcuni canali di informazione italiani, che delineano uno scenario che il sistema mediatico dominante sembra spesso sottovalutare. La metamorfosi della guerra contemporanea non si esaurisce nel mero scontro cinetico tra potenze o attori regionali, ma genera un’onda d’urto sotterranea che ridefinisce i confini del potere criminale globale. Il conflitto, in questa prospettiva, smette di essere esclusivamente una questione di geopolitica e diventa anche un possibile generatore di surplus bellico, capace di alimentare circuiti di illegalità transnazionale.
Come evidenziato da De Boni, si assisterebbe a fenomeni di cortocircuito tecnologico e logistico, nei quali dispositivi sofisticati, originariamente destinati alla difesa di un fronte, potrebbero riemergere in teatri bellici diametralmente opposti. Se confermata, l’ipotesi dell’impiego da parte di Hezbollah di armamenti provenienti dal circuito ucraino non rappresenterebbe soltanto una sorpresa tattica, ma il possibile sintomo di una falla nei meccanismi di controllo, tracciamento e destinazione finale degli arsenali trasferiti in contesti di guerra. Questo possibile travaso di arsenali apre un interrogativo sull’eventuale ruolo di reti criminali, intermediazioni opache e circuiti mafiosi transnazionali capaci di inserirsi nelle pieghe dei flussi bellici e finanziari. In ogni guerra, infatti, il problema non è soltanto l’uso immediato delle armi sul campo, ma anche il loro destino successivo: dove finiscono, chi le controlla, chi le rivende, chi le intercetta, chi le trasforma in merce per altri conflitti o per organizzazioni non statali. Gaiani, dal canto suo, ha opportunamente sottolineato come il sostegno internazionale a un Paese in guerra possa trasformarsi, in assenza di controlli efficaci, in un volano per la corruzione. Il nodo non è mettere in discussione in astratto la legittimità politica degli aiuti, ma interrogarsi sulla loro tracciabilità concreta. Quando il denaro pubblico europeo o occidentale entra in contesti segnati da guerra, emergenza, corruzione amministrativa e opacità istituzionale, la domanda giuridica diventa inevitabile: quali strumenti impediscono che quelle risorse finiscano fuori bersaglio? Quali controlli garantiscono che gli aiuti non alimentino arricchimenti personali, circuiti paralleli o poteri criminali?
Quando il confine tra economia di guerra e profitto privato si dissolve, lo Stato rischia di perdere la sua funzione di regolatore morale e giuridico, lasciando emergere tratti che richiamano un vero e proprio «spirito mafiogeno». In tale scenario, la corruzione non è più un semplice incidente di percorso, ma può diventare una componente strutturale: non l’eccezione, ma l’ambiente attraverso il quale organizzazioni criminali, funzionari infedeli, mediatori illegali e soggetti economici opachi riescono ad accedere a risorse, tecnologie e strumenti di potere. Il problema si aggrava ulteriormente se si osserva la crescente tendenza degli Stati a considerare il diritto internazionale come un vincolo negoziabile, aggirabile o subordinato alla pura logica di potenza. Le crisi mediorientali, il conflitto ucraino, la destabilizzazione di intere aree regionali e le dinamiche di elusione delle norme umanitarie testimoniano una regressione verso una dimensione nella quale la forza tende a prevalere sulla regola. Resterà da capire se tali falle siano il prodotto di incapacità di controllo, sottovalutazione politica o di più gravi forme di tolleranza sistemica.
Se le istituzioni che dovrebbero incarnare il diritto scelgono di relativizzarlo, indebolirlo o sospenderlo in nome dell’emergenza, finiscono inevitabilmente per aprire spazi enormi alle mafie. La disobbedienza alle regole, quando diviene prassi istituzionale o normalità geopolitica, produce un effetto culturale devastante: rende la violazione della norma meno scandalosa, meno eccezionale, meno intollerabile. E proprio su questa normalizzazione dell’illegalità prosperano le organizzazioni criminali. Lo Stato che abdica alla legalità internazionale non diventa per questo automaticamente antistato, ma indebolisce il proprio fondamento di legittimità e offre alle organizzazioni criminali un argomento implicito: se la regola viene piegata dalla forza, anche la violazione mafiosa della norma trova un terreno culturale più favorevole. È in questo spazio grigio che può prodursi una pericolosa simbiosi tra apparati deviati, economie opache, traffici illeciti e consorterie criminali.
In questo vuoto pneumatico della legalità, l’innovazione tecnologica funge da moltiplicatore di minaccia. Come rilevato dal generale Bertolini, l’avvento dei droni e l’integrazione dell’intelligenza artificiale conferiscono a realtà non statali un potere distruttivo che un tempo era appannaggio quasi esclusivo dei governi. Non si tratta più soltanto di armi leggere, esplosivi o traffici tradizionali. Si tratta della possibilità che gruppi criminali, milizie, reti terroristiche o soggetti paramilitari possano accedere a strumenti capaci di colpire infrastrutture, persone, territori e sistemi strategici con costi relativamente contenuti. Per così dire, la «democratizzazione della violenza tecnologica», favorita dal mercato nero dei sottoprodotti bellici, permette anche ad attori non statali di dotarsi di strumenti offensivi capaci di sfidare direttamente la sovranità pubblica. Ci troviamo dunque dinanzi a un’epoca in cui la forza bruta, svincolata dal diritto e potenziata dal progresso tecnologico, rischia di diventare una delle principali monete di scambio in un ordine mondiale sempre più frammentato. La relazione tra armi come scarti della guerra e ascesa delle mafie non è che il riflesso di una crisi più profonda dell’autorità legittima. Finché gli Stati continueranno a perseguire i propri interessi fuori dal perimetro del diritto internazionale, lo «Zeitgeist» mafioso continuerà a infettare le istituzioni, garantendo alle organizzazioni criminali non solo risorse, ma anche un clima di legittimazione implicita.
La disponibilità di armi di contrabbando, l’opacità dei flussi finanziari e l’uso spregiudicato della tecnologia sono soltanto i sintomi visibili di una patologia politica più ampia: il progressivo tramonto della legge come limite al potere e l’alba di una nuova anarchia criminale, nella quale il potere distruttivo statale può essere assorbito, imitato o replicato da entità non statali pronte a occupare ogni spazio lasciato vacante dall’etica pubblica. Se quanto sta accadendo oggi sia l’ennesimo avvitamento di una situazione che aveva cominciato a guastarsi tempo fa, o se anche l’architettura legale del passato nascondesse già il seme di un dominio classista del più brutale o del più ricco a detrimento dei subalterni, saranno la storia e la filosofia a dirlo. Ma una cosa appare già oggi evidente: quando la guerra smette di essere governata dal diritto, non produce soltanto distruzione immediata. Produce mercati, poteri, linguaggi e culture dell’illegalità destinati a sopravvivere ben oltre il campo di battaglia.