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Società

Il suffragio femminile in Italia: diritti come conquista, non concessione. La necessità di vigilare per difendere e ampliare le libertà. Una riflessione sul 2 giugno

Di Annalisa Zabonati

4 GIUGNO 2026

Il suffragio femminile in Italia: diritti come conquista, non concessione. La necessità di vigilare per difendere e ampliare le libertà. Una riflessione sul 2 giugno

Il 2 giugno 1946 rappresenta una delle date più significative della storia italiana moderna: per la prima volta, le donne italiane furono chiamate alle urne insieme agli uomini, non solo per eleggere l’Assemblea costituente, ma anche per scegliere tra monarchia e Repubblica. Questo evento segnò la conquista del suffragio universale, un traguardo che non fu un dono dello Stato, ma il risultato di decenni di lotte, sacrifici e resistenze contro un sistema che aveva sempre escluso le donne dalla sfera pubblica. Tuttavia, il diritto di voto, così come tutti i diritti civili, politici e sociali, non è mai stato una concessione definitiva, ma una conquista fragile, da difendere, monitorare e, soprattutto, ampliare. Anche oggi, in un’epoca in cui i diritti sembrano scontati, la storia ci insegna che nessuna libertà è irreversibile. Anzi: ogni conquista deve essere vigilata, rivendicata e, se necessario, riconquistata. Come sottolinea la studiosa femminista italiana Silvia Federici:

"I diritti non sono mai acquisiti una volta per tutte. Sono il risultato di una continua lotta contro le forze che vogliono limitarli o cancellarli."

Nel XIX secolo, l’idea che le donne potessero avere diritti politici era considerata folle, sovversiva, persino ridicola. Le élite maschili, sia conservatrici che progressiste, ritenevano che il ruolo delle donne fosse esclusivamente domestico: moglie, madre, custode della morale familiare. Il suffragio femminile era visto come una minaccia all’ordine naturale delle cose. Anna Maria Mozzoni, pioniera del femminismo italiano, sfidò questo paradigma con parole che sono ancora attuali:

"I diritti non si chiedono, si prendono. E se non ce li danno, li prendiamo con la forza della nostra determinazione."

Nel 1877, Mozzoni presentò al Parlamento una petizione per il suffragio femminile, ma la sua richiesta fu ignorata. Tuttavia, il suo lavoro, insieme a quello di altre attiviste come Giselda Brebbia e Teresa Noce, dimostrò che i diritti non sono concessioni, ma conquiste che richiedono organizzazione, coraggio e resistenza. La filosofa e storica italiana Mina Welby ha evidenziato:

"La storia delle donne è la storia di una continua riaffermazione del diritto a esistere come soggetti politici, sociali e culturali."

Il regime fascista rappresentò un passo indietro per i diritti delle donne. Mussolini, pur strumentalizzando simbolicamente la figura della donna come madre e moglie devota, represse qualsiasi forma di autonomia femminile. Le organizzazioni indipendenti furono sciolte, le donne vennero escluse dalla politica attiva e il loro ruolo fu confinato alla sfera privata. Questo periodo ci insegna una lezione fondamentale:

I diritti non sono mai garantiti una volta per tutte. Possono essere revocati, limitati o ignorati in nome di un presunto “bene superiore”.

La Resistenza per le donne non fu solo una lotta contro il nazifascismo, ma anche una battaglia per riconquistare diritti che erano stati negati.

Come ha scritto la sociologa italiana Alessandra Bocchetti: "La democrazia si costruisce e si difende ogni giorno, e la partecipazione attiva delle donne è un indicatore fondamentale della sua salute."

Dopo la guerra, il Comitato di Liberazione Nazionale (CLN) incluse il suffragio femminile tra gli obiettivi prioritari. Il decreto del 1 febbraio 1945 e il referendum del 2 giugno 1946 segnarono una svolta epocale:

• 89% delle donne si recò alle urne. • 21 donne furono elette all’Assemblea Costituente. • La Repubblica vinse con 54% dei voti, sancendo la fine della monarchia.

Ma anche in questo momento di trionfo, nessuno regalò nulla. Le donne avevano lottato, sofferto, organizzato scioperi, partecipato alla Resistenza e, solo allora, ottenuto ciò che spettava loro di diritto.

"Il voto non fu un atto di generosità, ma di giustizia. E la giustizia, quando viene negata, va presa con le unghie e con i denti." (Teresa Noce)

La scrittrice e giornalista Adriana Zarri ha sottolineato:

“Il 2 giugno 1946 non fu solo la Festa della Repubblica, ma la festa di milioni di donne che, per la prima volta, videro riconosciuto il proprio ruolo di cittadine. Fu una scelta di libertà, non un regalo.”

Il 2 giugno 1946 non fu solo una data simbolica, ma un momento di scelta politica radicale. Le donne italiane, chiamate per la prima volta a votare, non si limitarono a esercitare un diritto: contribuirono a ridefinire l’assetto istituzionale del Paese. Come ha scritto la storica Giulia Alberico:

“Le donne non votarono in modo passivo. Le loro scelte furono influenzate dalle esperienze della guerra, della Resistenza e dalla volontà di costruire una società diversa, più giusta e inclusiva. Il loro voto fu un atto di rottura con il passato, non solo un adempimento formale.”

Emma Bonino ha aggiunto:

“Quel 2 giugno, milioni di donne non scelsero solo tra monarchia e Repubblica. Scelsero di essere parte attiva della storia, di dire: ‘No, non ci accontentiamo più di essere spettatrici. Vogliamo essere protagoniste.’”

La Costituzione italiana (1948) rappresentò un altro passo fondamentale, con l’articolo 3 che sancisce:

"Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali."

Tuttavia, scrivere un diritto sulla carta non significa renderlo reale. Ecco perché, dopo il 1946, le donne italiane dovettero continuare a lottare per:

• Il diritto al divorzio (legge 898/1970). • L’aborto legale (legge 194/1978). • La parità salariale, ancora oggi un obiettivo lontano. • La legge contro la violenza di genere (legge 66/1996 e successive).

La filosofa e femminista Maria Teresa Giusti ricorda:

"I diritti sono processi, non stati. Sono una conquista in divenire, che richiede costante vigilanza e impegno."

Un’analisi intersezionale ci mostra che non tutti i diritti sono stati conquistati nello stesso modo:

• Le donne della classe operaia spesso lavoravano in condizioni disumane e non avevano il tempo o le risorse per partecipare alla vita politica. • Le donne del Sud Italia erano ulteriormente svantaggiate a causa di un sistema patriarcale più radicato. • Le donne migranti, di origine africana, asiatica o con disabilità sono state escluse per decenni dai diritti di cittadinanza e rappresentanza.

Come evidenzia la sociologa Simona Forti:

"Riconoscere le differenze significa anche capire che la lotta per i diritti deve essere plurale e inclusiva, capace di abbracciare tutte le marginalità."

Nel XXI secolo, in molti Paesi, compresa l’Italia, i diritti delle donne e delle minoranze sono sotto attacco:

• Restrizioni al diritto all’aborto. • Persistenti disuguaglianze salariali e lavorative. • Difficoltà nell’accesso alla cittadinanza per le donne migranti. • Aumento della violenza di genere e ostacoli all’applicazione delle leggi.

Questi esempi dimostrano che nessun diritto è al sicuro:

"I diritti non sono come i monumenti: non rimangono lì per sempre. Sono come piante: se non le annaffi, seccano e muoiono." (Nilde Iotti)

In base a queste sintetiche considerazioni, il 2 giugno non dovrebbe essere solo una festa istituzionale, ma un momento di riflessione e mobilitazione:

• È la festa della democrazia, ma anche un monito: la democrazia va difesa ogni giorno. • È l’omaggio alle lotte delle donne, ma anche un invito a non dare nulla per scontato. • È il riconoscimento dell’antifascismo, ma anche un richiamo contro ogni forma di autoritarismo. • È la celebrazione del suffragio universale, ma anche una chiamata a vigilare perché i diritti non vengano revocati. Come ricorda la filosofa Mara Cagol:

"Celebrare il 2 giugno significa anche assumersi la responsabilità di continuare a costruire una società più giusta, inclusiva e democratica."

Il 2 giugno, pertanto non basta sventolare bandiere, ma bisogna raccontare le storie di chi ha lottato per i diritti che oggi abbiamo, bisogna monitorare il presente e denunciare le ingiustizie ancora esistenti, bisogna organizzarsi per il futuro, perché i diritti non si fermano al 1946 o al 1978, ma devono evolversi con la società. Come ha scritto la scrittrice Dacia Maraini:

“Il 2 giugno non è una data qualsiasi. È il simbolo di una scelta: quella di milioni di donne che hanno detto ‘basta’ alla marginalità e hanno preso in mano il proprio destino. Sta a noi, oggi, continuare quella battaglia.”

In un’epoca così intrisa di violenze, guerre, massacri, genocidi, umiliazioni, soppressioni, che enfatizzano l’androcentrismo bellico, bullista e arrogante, è un dovere ricordare la storia e le origini di questa ricorrenza, non una parata militare, ma la scelta di milioni di cittadine e cittadini dopo un periodo molto oscuro della nostra storia, in cui tutti i diritti erano stati annullati, il libero pensiero era stato abiurato, le minoranze e le donne erano continuamente ridotte al silenzio e all’invisibilità, la guerra e la ferocia erano gli elementi di una rappresentazione macabra dell’insensatezza patriarcale, capitalista e guerrafondaia.

La storia del suffragio femminile in Italia ci insegna che i diritti non sono concessioni, ma conquiste. E che nessuna conquista è definitiva perché bisogna difenderla dalle regressioni, monitorarla perché sia applicata davvero, ampliarla per includere chi ne è ancora escluso/a. Come scrisse Camilla Ravera:

"La libertà non è un punto di arrivo, ma un cammino. E su quel cammino, non possiamo permetterci di fermarci."

Il 2 giugno deve essere un giorno di lotta, non solo di commemorazione. Un giorno in cui ci si interroga su cosa manca, su cosa è stato tradito, su cosa va ancora conquistato. Perché, come disse Teresa Noce:

"I diritti non sono come l’aria: non bastano a tenerci in vita. Sono come il pane: vanno guadagnati, ogni giorno."

E come ha aggiunto la storica Lucetta Scaraffia:

“Le donne hanno sempre saputo che la democrazia non è un regalo, ma una costruzione quotidiana. Il suffragio fu un passo, ma la strada è ancora lunga.”

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