Legalità Etica ha esaminato l’esposto dei familiari delle vittime: dopo le parole di Roberto Savi a Francesca Fagnani, quelle carte riaprono la domanda sulla possibile matrice eversiva della banda.
Ci sono vicende che le sentenze definiscono, ma non esauriscono. La Banda della Uno Bianca appartiene a questa zona irrisolta della storia italiana: una zona in cui la verità processuale, pur avendo accertato responsabilità gravissime, sembra non bastare ancora a spiegare l’intero perimetro dei fatti, delle coperture, delle omissioni, dei depistaggi e delle possibili complicità. L’esposto presentato dai familiari delle vittime alla Procura nazionale antiterrorismo e alle Procure della Repubblica di Bologna e Reggio Calabria non chiede di cancellare ciò che i processi hanno accertato. Chiede, piuttosto, di allargare lo sguardo. Di verificare se la Banda della Uno Bianca sia stata soltanto una formazione criminale composta in larga parte da appartenenti alla Polizia di Stato, dedita a rapine e omicidi, oppure se intorno a quella sequenza di sangue abbia agito qualcosa di più complesso: un sistema di protezione, una rete di depistaggi, una possibile matrice eversiva, una forma di terrorismo diffuso rimasta ai margini della qualificazione giudiziaria.
Il documento parte da un dato difficilmente eludibile: tra il 1987 e il 1994 la banda compì oltre cento azioni criminali, provocando decine di morti e feriti, colpendo civili, guardie giurate, carabinieri, poliziotti, migranti, campi nomadi, supermercati, caselli autostradali, banche, armerie. Ma il punto centrale dell’esposto non è soltanto quantitativo. Non riguarda solo il numero dei delitti. Riguarda la loro qualità. La modalità. La sproporzione. L’apparente irrazionalità criminale di molte azioni, nelle quali la violenza dispiegata sembra eccedere ogni logica predatoria. È proprio qui che la rapina smette di essere una spiegazione sufficiente.
Secondo la ricostruzione proposta dai familiari, l’attività della banda può essere divisa in più fasi. Una prima fase, inaugurata nel 1987, riguarda le rapine ai caselli autostradali e agli uffici postali. Una seconda fase si concentra sugli assalti alle Coop, segnati da una violenza crescente e da un’esposizione al rischio non coerente con la ricerca del profitto. Una terza fase, tra il 1990 e il 1991, viene definita apertamente terroristica: è il periodo più sanguinoso, quello in cui la finalità economica appare assente o marginale e in cui la banda produce il maggior numero di vittime. Solo successivamente, nella quarta fase, la banda si concentra sulle rapine in banca, cioè sulla fase economicamente più redditizia. Questa scansione è decisiva. Perché rovescia la lettura più rassicurante della vicenda. Non una banda che nasce come gruppo di rapinatori e, progressivamente, diventa sempre più violenta. Ma una struttura che sin dall’inizio usa la rapina come scena, come copertura, come contesto operativo dentro cui produrre terrore. La rapina diventa così non necessariamente il fine, ma il contenitore attraverso cui esercitare una violenza pubblica, riconoscibile, ripetuta, destabilizzante.
Nell’esposto, un elemento ritorna con insistenza: la sproporzione tra bottino e sangue. In numerosi episodi i profitti sono modesti, nulli o comunque non rapportabili al rischio assunto e alla violenza impiegata. Nella fase indicata come terroristica, il documento segnala 39 delitti, 14 morti e molti feriti, a fronte di un bottino complessivo bassissimo rispetto alla gravità delle azioni. Al contrario, il salto economico avviene nella fase successiva delle rapine in banca, quando la banda assume un profilo più compatibile con la criminalità predatoria ordinaria. È una differenza essenziale. Perché se il bottino non spiega la violenza, occorre chiedersi che cosa la spieghi. E se la violenza non è funzionale al profitto, può diventare essa stessa il messaggio. Il documento insiste su questo punto sin dai primi episodi. Nei caselli autostradali, la banda usa armi pesanti, fucili a pompa, revolver, modalità d’assalto sproporzionate rispetto alla fragilità degli obiettivi. Lì, secondo gli estensori, non si vede soltanto l’apprendistato di una banda criminale, ma una sorta di prova di fuoco: un modo per costruire complicità, vincoli, silenzi, irreversibilità. Il fatto che alcuni componenti appartenessero alle forze dell’ordine rende ancora più inquietante questa dinamica: chi entrava in quel circuito non rischiava soltanto una condanna penale, ma la distruzione della propria identità pubblica e istituzionale.
La seconda fase, quella degli assalti alle Coop, rafforza questa lettura. Le azioni avvengono davanti a esercizi commerciali, in luoghi frequentati da cittadini, famiglie, lavoratori, guardie giurate. Sono contesti ad alta visibilità, pieni di testimoni, quindi poco funzionali a una rapina “razionale”. Eppure la banda sceglie proprio quei luoghi. Spara, uccide, ferisce, terrorizza. Il documento richiama, tra gli altri, l’assalto alla Coop Celle di Rimini del 30 gennaio 1988: una rapina senza bottino, con una guardia giurata uccisa e diversi feriti, compresa una bambina. L’esposto richiama anche la valutazione della Corte d’Assise di Rimini, che vide negli spari contro guardie giurate e soggetti inermi una volontà di seminare panico e di uccidere. Questo passaggio è uno dei più forti dell’intero documento. Perché non si fonda solo su una lettura postuma dei familiari, ma su elementi processuali già presenti nelle sentenze. La brutalità non viene descritta come un incidente dell’azione criminale. Viene letta come parte integrante del metodo. Da qui deriva una domanda centrale: perché una banda che vuole arricchirsi dovrebbe agire in modo da attirare il massimo allarme sociale, moltiplicare i testimoni, alzare il livello investigativo, uccidere anche quando non serve, sparare anche quando la rapina è fallita, lasciare dietro di sé una firma riconoscibile? La risposta dell’esposto è netta: perché il vero obiettivo non era soltanto il denaro. Era il terrore.
Questa tesi attraversa anche la terza fase, quella più drammatica, segnata da episodi come il duplice omicidio dei carabinieri di Castel Maggiore, la strage del Pilastro, l’armeria Volturno, gli attacchi a campi nomadi, l’attacco alla pattuglia dei Carabinieri di Bellariva. Sono episodi nei quali, secondo il documento, la finalità di lucro appare assente o del tutto secondaria. L’esposto parla di azioni apparentemente prive di movente economico, ma accomunate dall’assenza della finalità predatoria e dall’altissimo rischio per gli stessi autori. La strage del Pilastro, in questa architettura, assume un ruolo simbolico. Non è solo uno degli episodi più sanguinosi. È il punto in cui la violenza della banda colpisce direttamente lo Stato attraverso l’uccisione di tre carabinieri. Ma è anche il punto in cui compare la rivendicazione della Falange Armata, richiamata dall’esposto come elemento da riconsiderare in una prospettiva più ampia.
La Falange Armata è uno dei nodi più delicati. L’esposto non la tratta come un dettaglio folkloristico della stagione delle sigle anonime, ma come possibile chiave di collegamento tra la Banda della Uno Bianca e un più vasto scenario di destabilizzazione. In questa prospettiva, le rivendicazioni non sarebbero semplici messaggi confusi o millanterie, ma segnali da rileggere nel contesto di quegli anni: la fine della Prima Repubblica, le stragi mafiose, le tensioni interne agli apparati, le ombre di Gladio, le eredità irrisolte dello stragismo italiano. È qui che il documento supera il piano criminale e diventa propriamente politico-istituzionale. La domanda non è più soltanto: chi sparò? Ma: chi sapeva? Chi coprì? Chi depistò? Chi trasse vantaggio dal fatto che la banda potesse agire così a lungo? E soprattutto: perché la qualificazione terroristica non venne contestata, nonostante la natura di molte azioni sembrasse andare oltre la rapina? La mancata contestazione dell’aggravante terroristica è infatti uno dei punti più rilevanti dell’esposto. Secondo i familiari, quella scelta ebbe conseguenze enormi. Non solo sul piano sanzionatorio, perché il riconoscimento dell’aggravante avrebbe potuto incidere sul regime penitenziario. Ma soprattutto sul piano della verità. Se una vicenda viene incardinata esclusivamente dentro la categoria della criminalità comune, tutto ciò che eccede quella cornice tende a diventare marginale, secondario, non necessario. La qualificazione giuridica, in altri termini, non è mai neutra. Stabilisce il campo del visibile. Decide quali domande siano pertinenti e quali no. Se la Banda della Uno Bianca viene letta come gruppo di rapinatori sanguinari, il problema principale diventa individuare gli autori materiali e punirli. Se invece viene letta come possibile fenomeno eversivo, il problema si allarga: occorre cercare mandanti, coperture, complicità, protezioni, depistaggi, contatti con ambienti esterni. È qui che il tema dei depistaggi diventa decisivo. Il documento richiama diversi episodi nei quali l’attenzione investigativa sarebbe stata orientata verso falsi colpevoli o piste poi rivelatesi infondate: la cosiddetta Banda della Regata per le rapine ai caselli, la pista dei Moncada, la falsa pista catanese per gli assalti alle Coop, le piste su Santagata e Medda per la strage del Pilastro, e altri snodi investigativi che, secondo gli estensori, avrebbero avuto l’effetto oggettivo di allontanare la verità e consentire alla banda di continuare ad agire.
Anche qui la prudenza è necessaria. Non ogni errore investigativo è un depistaggio. Non ogni pista sbagliata implica una regia occulta. Ma la quantità, la ripetizione e la funzionalità di quelle deviazioni impongono una domanda: è plausibile che una banda così esposta, composta da appartenenti alle forze dell’ordine, abbia potuto agire per anni solo grazie all’incompetenza degli investigatori? Oppure vi furono aree di protezione, consapevoli o inconsapevoli, che ne garantirono la durata? L’esposto propende per la seconda ipotesi. E arriva a sostenere che il gruppo non fosse isolato, ma inserito in un progetto più ampio, forse attraverso forme di infiltrazione o entrismo nelle forze di polizia. In questo quadro vengono richiamate piste successive agli arresti, dichiarazioni su possibili complici e mandanti, riferimenti al cosiddetto «Progetto Meraviglioso», ipotesi su apparati deviati e organizzazioni segrete.
Questa è la parte più esplosiva del documento, ma anche quella che va trattata con maggiore rigore. Non può essere trasformata in una certezza giornalistica. Deve essere presentata per quello che è: una richiesta di verifica, una linea investigativa, un insieme di elementi che i familiari ritengono non adeguatamente approfonditi. Il punto non è affermare che esistesse sicuramente una struttura superiore. Il punto è chiedere se gli elementi raccolti negli anni siano stati davvero esplorati fino in fondo. In questo senso, il documento non è solo un atto di accusa. È una domanda di giustizia incompiuta. La sua forza sta proprio nella distinzione tra responsabilità accertate e verità esaurita. Nessuno mette in discussione il fatto che i Savi, Occhipinti e gli altri condannati abbiano avuto un ruolo centrale nei delitti. Ma l’esposto sostiene che quella verità non basti. Che gli autori materiali non esauriscano necessariamente il sistema. Che la chiusura processuale non coincida sempre con la chiusura storica. Questa distinzione è fondamentale anche per una lettura pubblica corretta. Non si tratta di sostituire le sentenze con una contro-narrazione. Si tratta di riconoscere che alcune vicende italiane hanno avuto più livelli: quello degli esecutori, quello delle coperture, quello dei depistaggi, quello delle omissioni, quello del contesto politico-istituzionale. E che spesso solo il primo livello è arrivato a una definizione giudiziaria compiuta.
La Banda della Uno Bianca, letta attraverso questo esposto, appare così come una vicenda collocata al confine tra criminalità comune, terrorismo interno e crisi degli apparati. Una vicenda in cui uomini dello Stato colpiscono cittadini e uomini dello Stato. In cui la divisa non è solo un dettaglio biografico degli autori, ma un elemento costitutivo dell’inquietudine pubblica. Perché se a sparare sono uomini che appartengono alle istituzioni, la violenza non produce soltanto morte. Produce sfiducia. Produce smarrimento. Produce la sensazione che il confine tra protezione e minaccia possa rovesciarsi. Ed è esattamente questo il terreno su cui Legalità Etica può intervenire: non per formulare sentenze, ma per interrogare il rapporto tra legalità apparente e verità sostanziale. La Uno Bianca non è soltanto una storia di rapine e omicidi. È una storia sul potere opaco, sulle istituzioni ferite dall’interno, sulla difficoltà dello Stato di indagare su sé stesso quando l’ombra cade dentro i propri apparati. Il documento dei familiari, da questo punto di vista, non è soltanto memoria delle vittime. È una forma di resistenza civile alla normalizzazione. Rifiuta che una delle sequenze criminali più sanguinose della storia repubblicana venga archiviata come follia predatoria di pochi uomini. Chiede che ogni anomalia venga rimessa in fila: i bottini irrisori, le rapine simulate, le vittime inutili rispetto allo scopo economico, le armi pesanti, i depistaggi, i falsi colpevoli, le rivendicazioni, le piste abbandonate, le dichiarazioni successive agli arresti, il possibile ruolo di altri soggetti, la mancata contestazione dell’aggravante terroristica.
La questione, dunque, non è se la Banda della Uno Bianca sia stata solo una banda criminale o certamente un’organizzazione terroristica inserita in un disegno superiore. La questione è un’altra: se la spiegazione puramente criminale sia ancora sufficiente di fronte alla massa di elementi che il documento richiama. E la risposta, almeno sul piano storico, civile e giornalistico, è che quella spiegazione appare insufficiente. Non perché le sentenze siano irrilevanti. Ma perché le sentenze, talvolta, accertano ciò che è processualmente dimostrabile senza riuscire a illuminare tutto ciò che è storicamente necessario comprendere.
La Banda della Uno Bianca resta una ferita aperta anche per questo. Perché appartiene a quella parte della storia italiana in cui il sangue non basta a produrre verità, le condanne non bastano a produrre pacificazione, e la memoria delle vittime continua a chiedere qualcosa di più della commemorazione: chiede responsabilità, chiarezza, coraggio istituzionale. L’esposto dei familiari va letto in questa prospettiva. Non come un documento definitivo, ma come un atto che riapre una domanda essenziale: che cosa accade quando la violenza criminale assume forme, effetti e linguaggi propri del terrorismo, ma viene trattata prevalentemente come criminalità comune? È una domanda che riguarda la Uno Bianca. Ma riguarda anche il modo in cui lo Stato italiano ha spesso affrontato le proprie zone d’ombra. Dove finisce la rapina e dove comincia il terrore? Dove finisce l’errore investigativo e dove comincia il depistaggio? Dove finisce la responsabilità individuale e dove comincia la protezione sistemica? Dove finisce la verità giudiziaria e dove comincia la verità storica? Sono queste le domande che il documento consegna oggi all’opinione pubblica. E sono domande che non possono essere liquidate come suggestioni. Perché nascono dalle carte, dalle sentenze, dalle testimonianze, dalle anomalie, dalle vittime e dai loro familiari.
In ultima analisi, la vicenda della Uno Bianca ci costringe a guardare oltre l’apparenza della rapina. A interrogarci sul terrore come strumento, sulla violenza come messaggio, sul depistaggio come metodo, sulla verità come dovere pubblico. E forse proprio qui si trova il punto più importante: non basta sapere chi ha sparato. Occorre capire perché quella violenza sia stata possibile così a lungo, chi abbia contribuito a renderla invisibile, e quale parte della storia italiana sia rimasta fuori dalle sentenze. A rendere ancora più attuale questa domanda è intervenuta, da ultimo, l’intervista concessa da Roberto Savi a Francesca Fagnani. Un passaggio televisivo che non può essere assunto come prova, né trasformato in verità giudiziaria, ma che sarebbe altrettanto sbagliato liquidare come semplice spettacolarizzazione del male. Le parole di Savi vanno maneggiate con estrema cautela. Un condannato all’ergastolo può mentire, depistare, manipolare, riscrivere il proprio ruolo, spostare responsabilità, inviare messaggi. Può cercare di attribuire ad altri ciò che è stato suo. Può usare la verità a frammenti, mescolandola alla convenienza. Ma proprio per questo il punto non è credere a Savi. Il punto è verificare Savi.
Secondo quanto riportato dalle cronache sull’intervista, Savi avrebbe alluso all’esistenza di soggetti estranei alla criminalità comune, capaci di garantire coperture investigative alla banda. Avrebbe inoltre riletto il duplice omicidio dell’armeria di via Volturno non come una rapina ordinaria, ma come un’azione finalizzata all’eliminazione di Pietro Capolungo, indicato dallo stesso Savi come figura collegata a settori particolari dell’Arma. Dichiarazioni gravissime, contestate dai familiari delle vittime e da assumere, dunque, solo come materia da sottoporre a verifica giudiziaria. È qui che l’intervista e l’esposto si toccano, pur restando su piani diversi. L’esposto dei familiari non nasce dalle parole televisive di Savi, né ha bisogno di esse per reggersi. La sua forza sta nella ricostruzione documentale delle anomalie: la sproporzione tra violenza e bottini, le azioni prive di finalità economica, i falsi colpevoli, le piste investigative deviate, le rivendicazioni della Falange Armata, la possibile esistenza di livelli ulteriori mai pienamente accertati. Le dichiarazioni rese a Fagnani non dimostrano questa tesi, ma ne confermano almeno l’urgenza investigativa. Il caso dell’armeria Volturno, in questo senso, diventa emblematico. Nell’esposto quell’episodio è già collocato tra le azioni più anomale della banda, accomunate dall’assenza o dalla marginalità del movente economico e dall’altissimo rischio operativo per gli stessi autori. Se oggi uno dei protagonisti di quella stagione rilegge quel fatto come un omicidio mirato e non come una rapina degenerata, la questione non può essere consumata nel circuito televisivo. Deve essere portata, verificata, riscontrata o smentita nelle sedi giudiziarie competenti.
L’intervista, dunque, non aggiunge una verità definitiva. Aggiunge un’urgenza. Rende ancora più evidente che la vicenda della Uno Bianca non può essere consegnata alla sola memoria criminale dei suoi esecutori materiali. Se uno dei capi della banda parla di coperture, richieste esterne, obiettivi non economici, il dovere pubblico non è credergli, ma costringerlo alla verifica. Domandare nomi, luoghi, circostanze, riscontri. Separare il racconto dalla prova, la suggestione dal fatto, la manipolazione dall’eventuale frammento di verità. Il rischio, naturalmente, è che la parola del carnefice occupi più spazio della memoria delle vittime. Per questo l’intervista non deve diventare il centro della vicenda. Il centro resta l’esposto dei familiari, cioè la richiesta di una verità più ampia, non affidata alla narrazione del reo ma alle carte, alle sentenze, agli atti, alle omissioni, alle indagini ancora possibili. Savi non può diventare il narratore della Uno Bianca. Può essere, al massimo, un soggetto da interrogare dentro una storia che appartiene prima di tutto alle vittime e a chi, da trent’anni, chiede che ogni zona d’ombra venga finalmente illuminata.