C’è un punto, nella discussione pubblica italiana, che continua a restare nascosto dietro le parole solenni. Si parla di legalità, di sicurezza, di giustizia, di rispetto delle sentenze, di garantismo, di carcere, di ordine. Ma raramente ci si chiede se questi principi vengano applicati in modo universale o se, al contrario, vengano invocati soltanto quando servono a colpire qualcuno.
La questione non riguarda soltanto Roberto Vannacci, Gianni Alemanno, Ilaria Salis o Mauro Moretti. Riguarda qualcosa di più profondo: il modo in cui una parte della politica italiana usa la giustizia come categoria morale variabile. Inflessibile con il nemico, comprensiva con l’amico; carceraria con chi appartiene a un campo avverso, rieducativa con chi appartiene al proprio mondo; formalista quando la sentenza colpisce gli altri, sentimentale quando la sentenza riguarda figure riconoscibili del potere politico, economico o amministrativo. E qui il cosiddetto “mondo al contrario” mostra la sua vera natura, non tanto nel riconoscimento dei diritti civili, nell’identità di una persona, nell’orientamento sessuale, nella libertà di esistere fuori da un modello sociale imposto. Il vero mondo al contrario è quello in cui la legalità non è più misura comune, ma appartenenza, o quando il carcere viene invocato come destino naturale per alcuni e descritto come ingiustizia intollerabile per altri.
Il caso Alemanno è emblematico. Un ex sindaco della Capitale condannato in via definitiva esce dal carcere dopo aver scontato la pena e viene accolto politicamente non con una riflessione sobria sulla responsabilità pubblica, ma come risorsa, come esperienza, come patrimonio da recuperare. In sé, il fatto che una persona dopo aver scontato una pena possa rientrare nella società non solo è legittimo, ma appartiene alla parte migliore della Costituzione. L’articolo 27 non descrive la pena come vendetta, bensì come percorso che deve tendere alla rieducazione. Pertanto, negare a Gianni Alemanno il diritto di ricominciare, sarebbe un errore giuridico e morale. La questione è un’altra: perché questa cultura del reinserimento, della seconda possibilità, della distinzione tra persona e condanna, non viene riconosciuta con la stessa forza quando il soggetto appartiene al campo politico opposto?
Ilaria Salis, per esempio, non era stata condannata in via definitiva in Ungheria. Era imputata e aveva trascorso lunghi mesi in una carcerazione preventiva. Le sue condizioni di detenzione avevano suscitato critiche e la sua difesa aveva contestato la solidità delle accuse e la possibilità di un processo pienamente garantito. Eppure, attorno alla sua vicenda una parte della destra ha costruito una narrazione opposta: non il dubbio, non la cautela, non la presunzione di innocenza, non il tema delle garanzie processuali in uno Stato europeo da anni al centro di rilievi sullo Stato di diritto, ma la richiesta politica e simbolica di consegnarla al circuito giudiziario ungherese. E qui nasce la contraddizione. Se Gianni Alemanno, condannato definitivamente e uscito dal carcere, può essere considerato interlocutore politico, perché Ilaria Salis, non condannata, è stata trattata come colpevole prima ancora di una sentenza? Se la pena espiata restituisce agibilità pubblica a chi appartiene alla propria area, perché il semplice rinvio a giudizio o l’accusa formulata all’estero dovrebbero cancellare ogni legittimità politica dell’avversario? Questa non è legalità. È tribalismo giudiziario.
Il caso Moretti aggiunge un ulteriore livello. Dopo diciassette anni dalla strage di Viareggio, dopo trentadue morti, dopo un percorso giudiziario lunghissimo, la condanna definitiva dell’ex amministratore delegato di Ferrovie dello Stato e Rfi, ha provocato una levata di scudi trasversale. Si è parlato di condanna ingiusta, di precedente pericoloso per i manager, di cultura dello scalpo. Il garantismo, in quel caso, si è mobilitato rapidamente, con toni accorati. Anche qui occorre essere rigorosi. È sempre legittimo discutere una sentenza e interrogarsi sulla responsabilità penale nelle organizzazioni complesse. Così come è legittimo chiedersi fino a che punto un vertice aziendale debba rispondere per scelte operative, omissioni, sistemi di controllo, culture manageriali fondate sulla compressione dei costi. Ma diventa moralmente insopportabile quando tutta la commozione pubblica si concentra sul destino del manager e molto meno sulla lunghissima attesa dei familiari delle vittime. Per diciassette anni quelle famiglie hanno attraversato processi, rinvii, prescrizioni, impugnazioni, dolore e memoria. Hanno chiesto verità e giustizia non come vendetta, ma come riconoscimento. E quando finalmente la giustizia arriva, la prima reazione di una parte del sistema pubblico sembra essere lo sgomento per il carcere del dirigente, non il rispetto per chi ha atteso quasi due decenni.
Il problema, allora, non è il garantismo. Il garantismo è una conquista della civiltà giuridica. Il problema è il garantismo selettivo. Ovverosia, quello che si accende per i potenti e si spegne per gli sconosciuti. Quello che diventa nobile principio quando riguarda un manager, un ex ministro, un esponente del proprio campo, e diventa improvvisamente indulgenza verso il crimine quando riguarda un’attivista, un migrante, un marginale, un oppositore politico. L’etica della legalità, invece, impone una regola diversa: o i principi valgono per tutti, oppure non sono principi. Sono strumenti. Vale per Alemanno: ha scontato la pena, e nessuno dovrebbe trasformare la condanna in una pena sociale perpetua. Ma vale anche per Ilaria Salis: fino a condanna definitiva, non può essere trattata come colpevole, soprattutto quando vi sono dubbi seri sul contesto giudiziario in cui avrebbe dovuto essere processata. Vale per Mauro Moretti: una sentenza definitiva può essere criticata, ma non può essere raccontata rimuovendo i trentadue morti e il centinaio di vittime di cui la maggior parte ustionate gravemente, e la fatica dei loro familiari. Vale per ogni cittadino: la dignità della persona non deve mai dipendere dal suo peso politico, economico o mediatico.
Il paradosso italiano è che spesso chi predica ordine non accetta l’ordine quando tocca i propri riferimenti. Chi invoca il carcere come soluzione sociale lo scopre disumano quando vi entra qualcuno del proprio mondo. Chi chiede rispetto delle sentenze ne contesta l’esito quando la sentenza raggiunge i vertici del potere. Chi denuncia la “giustizia a due pesi e due misure” finisce per praticarla come metodo quotidiano.
Ecco il vero mondo al contrario: non quello inventato contro i diritti, ma quello costruito contro la coerenza. Un Paese serio non misura la legalità sulla simpatia per l’imputato, sul ruolo sociale del condannato o sulla convenienza politica della vicenda. Occorre distinguere tra responsabilità penale, responsabilità politica e responsabilità morale senza dimenticare mai che la pena non deve annientare la persona. Non solo. Un Paese serio sa che la funzione pubblica richiede un supplemento di credibilità e che il garantismo non è assoluzione preventiva dei potenti, ma tutela di chiunque si trovi davanti allo Stato. E sa anche che la presunzione di innocenza non può essere invocata a giorni alterni. Pertanto, inequivocabilmente, il discorso sulla legalità incontra il tema della giustizia sociale. Perché non esiste soltanto una giustizia penale amministrata nei tribunali. Esiste anche una giustizia narrata nello spazio pubblico, costruita dai media, dalle forze politiche, dagli apparati culturali, dai rapporti di forza. E quasi normalmente è questa seconda giustizia, più ancora della prima, a stabilire chi meriti comprensione e chi debba essere consegnato alla condanna morale preventiva.
Nel caso Vannacci-Alemanno, l’attenzione pubblica tende a concentrarsi sulla superficie ideologica del fenomeno: le provocazioni, il linguaggio identitario, la retorica del “mondo al contrario”, la costruzione di un nemico culturale interno. Ma dietro questa polemica si intravede anche altro: la capacità di aggregare ambienti, interessi, nostalgie, reti di consenso e settori sociali che non si limitano alla protesta, ma cercano una nuova rappresentanza politica dentro la crisi delle forme tradizionali della destra. In questo senso l’elemento più significativo non è soltanto ciò che Vannacci dice, ma ciò che attorno a Vannacci si muove.
Parallelamente, il caso Moretti mostra una dinamica speculare. Qui non siamo davanti alla destra radicale o alla retorica dell’ordine, ma a un garantismo di sistema che si attiva con particolare intensità quando la condanna raggiunge figure apicali del potere manageriale. La sofferenza del singolo condannato diventa immediatamente tema pubblico, mentre la sofferenza lunga, composta e quasi invisibile dei familiari dei trentadue morti e dal centinaio di feriti gravi, resta sullo sfondo come se fosse ormai un dato acquisito, una cornice emotiva da evocare ma non da porre realmente al centro.
Due mondi apparentemente opposti finiscono così per produrre lo stesso effetto: consolidare l’idea che il trattamento pubblico della giustizia dipenda dalla collocazione sociale del soggetto coinvolto. Da una parte, chi appartiene a un campo politico amico può essere recuperato, reinserito, valorizzato. Dall’altra, chi appartiene a un circuito economico e istituzionale elevato viene circondato da una comprensione che raramente si concede ai cittadini comuni. Questa è, in fondo, una forma contemporanea di lotta di classe dall’alto verso il basso. Non una lotta dichiarata, non una lotta esplicita, ma una dinamica incorporata nel linguaggio pubblico. Le narrazioni contrapposte servono spesso a dividere la base sociale, a trasformare la giustizia in appartenenza, a impedire che il ceto subalterno riconosca il tratto comune della propria esclusione: essere destinatario delle regole, raramente beneficiario delle garanzie.
La distrazione di massa nasce anche da qui. Dal fatto che la discussione pubblica viene continuamente trascinata sul terreno dell’identità, dello scontro simbolico, dell’indignazione selettiva, mentre resta ai margini la domanda essenziale: chi dispone davvero del diritto alla clemenza, al dubbio, alla seconda possibilità, alla comprensione del contesto? E chi, invece, viene consegnato immediatamente alla colpa, alla pena, alla rimozione? Quando la legalità viene separata dall’uguaglianza sostanziale, resta solo l’apparenza della giustizia. E un Paese che riconosce garanzie diverse a seconda del peso politico, economico o mediatico delle persone coinvolte, non è un Paese più garantista. È un Paese più diseguale.