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L'Osservatorio della Legalità

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Mafie

Sporcare la vittima: il metodo del sospetto rovesciato

Di Gianluca Prestigiacomo, Marco Milioni

9 LUGLIO 2026

Sporcare la vittima: il metodo del sospetto rovesciato

C’è una premessa necessaria, soprattutto quando si parla di un attentato, di un’indagine in corso e di persone che hanno diritto alla presunzione di innocenza. Nessuno può essere sottratto alle domande. Non lo può essere Sigfrido Ranucci, non lo può essere Valter Lavitola, non lo può essere alcun protagonista diretto o indiretto della vicenda. Il giornalismo d’inchiesta vive anche di relazioni complesse, di fonti difficili, di rapporti opachi, di zone grigie che meritano sempre di essere illuminate. Ma una cosa è interrogare criticamente un contesto. Un’altra è trasformare, senza elementi solidi, la persona colpita da un attentato nel possibile regista dell’attentato stesso. Altrimenti continuiamo a rimanere incagliati dentro al solito porto delle nebbie.

Allo stato dei fatti, la vicenda giudiziaria dice altro. Valter Lavitola è indagato nell’inchiesta sull’attentato compiuto nell’ottobre 2025 contro Sigfrido Ranucci; secondo quanto riferito da Ansa, gli inquirenti lo considerano il presunto mandante, mentre il movente resta ancora oggetto di accertamento. RaiNews ha riferito che nel procedimento a Lavitola è contestato anche il reato di strage e che quattro persone erano già state arrestate per l’attentato. Lavitola, ascoltato dai magistrati, ha negato ogni responsabilità, si è avvalso della facoltà di non rispondere e ha rilasciato dichiarazioni spontanee. Ranucci, da parte sua, ha dichiarato di essere convinto dell’innocenza di Lavitola fino alla prova contraria, ricordando il rapporto di amicizia che li legava.

È esattamente questo l’intreccio: l’attentato, l’indagine, l’amicizia, il movente ancora oscuro, che hanno aperto lo spazio pericoloso della suggestione. Da qui il passaggio, insinuato in alcuni ambienti mediatici e social, secondo cui l’attentato potrebbe essere stato addirittura costruito per produrre una vittima, un martire, una nuova legittimazione pubblica. È un salto enorme, che nella storia italiana conosciamo bene. Quindi, non è stabilire analogie improprie tra vicende diverse. Il punto è riconoscere un meccanismo ricorrente. Cioè, quando un fatto violento, scomodo o politicamente destabilizzante, non può essere negato, si tenta di sporcarne il significato. È il modo più efficace per delegittimare la vittima.

Partiamo da Natale Mondo. Natale Mondo non era un giornalista. Era un agente della Polizia di Stato, uomo vicino a Ninni Cassarà, sopravvissuto all’agguato del 6 agosto 1985 in cui furono assassinati lo stesso Cassarà e l’agente Roberto Antiochia. Proprio quella sopravvivenza divenne, paradossalmente, l’origine del sospetto. Secondo la ricostruzione di RaiNews, su Mondo si abbatté una campagna diffamatoria sottotraccia: venne accusato di essere la “talpa” che avrebbe informato il commando mafioso degli spostamenti di Cassarà. La sua colpa, in fondo, era di essersi salvato. In seguito, a suo favore intervennero la vedova Cassarà e altri colleghi chiarendo che Mondo si era infiltrato tra i clan dell’Arenella su ordine dello stesso funzionario di Polizia.

Quell’accusa infamante cadde. Mondo fu scagionato, prosciolto in fase istruttoria da un sospetto che lo aveva colpito nella sua dignità prima ancora che nella sua posizione giudiziaria. Ma la riabilitazione non fu sufficiente a cancellare lo stigma pubblico. Il 14 gennaio 1988 Cosa Nostra lo uccise davanti al negozio di giocattoli della moglie, “Il mondo dei balocchi” in via Papa Sergio, nel quartiere Arenella, appunto, di Palermo. Le cronache del tempo parlavano di decine di colpi, sembrano addirittura 54, sparati da un commando mafioso: una esecuzione che non colpiva soltanto un poliziotto, ma cancellava fisicamente un uomo che, dopo essere stato ingiustamente sospettato, era stato scagionato proprio perché aveva servito lo Stato infiltrandosi nelle cosche. Il caso Mondo è decisivo perché mostra una variante particolarmente feroce del sospetto rovesciato: quando una vittima sopravvive a un attentato, a un agguato, la sua sopravvivenza può essere trasformata in indizio contro di lei. Non si guarda più alla violenza subita, ma alla circostanza di non essere morta. Non si cerca la rete che ha colpito, ma si insinua che la persona colpita sapesse, partecipasse, recitasse una parte. È il modo più brutale per completare l’opera del potere criminale: non basta isolare chi combatte la mafia; bisogna anche renderlo sospetto agli occhi degli altri.

Il precedente più vicino, per struttura simbolica, è l’Addaura. Il 21 giugno 1989 venne scoperto un ordigno nei pressi della villa dove Giovanni Falcone si trovava per incontrare anche i magistrati svizzeri Carla Del Ponte e Claudio Lehmann. La storia dell’Addaura non fu soltanto la storia di un attentato fallito. Fu anche la storia di un clima. Prima e dopo l’attentato, Falcone venne raggiunto da sospetti, lettere anonime, veleni, insinuazioni. Secondo ricostruzioni giornalistiche successive, a Palermo circolò persino la voce infamante secondo cui “la bomba se l’era messa lui”. In altre parole: non bastava colpire Falcone fisicamente. Bisognava renderlo sospetto, isolarlo, degradarne l’autorevolezza, trasformare la sua esposizione al rischio in una colpa. L’Addaura consegna anche un’altra lezione, che non va trasformata in formula retorica né in scorciatoia complottista.

Dopo il fallito attentato del 21 giugno 1989, Giovanni Falcone parlò di “menti raffinatissime”, lasciando intendere che alcune azioni mafiose non possono essere limitate alla sola manovalanza o alla superficie esecutiva. Infatti, il valore di quella espressione, oggi, non sta nel sovrapporre vicende diverse, o di suggerire analogie improprie. Sta piuttosto nel metodo: quando un attentato colpisce una figura esposta il dovere dell’indagine e della lettura pubblica è risalire la catena dei moventi, degli interessi, dei vantaggi e delle possibili utilizzazioni. Non per sostituire le prove con le suggestioni, ma per evitare l’errore opposto. Cioè, ridurre tutto alla dimensione più comoda, più immediata, più facilmente archiviabile. Proprio per tali motivi, allora, la vicenda che pone Sigfrido Ranucci al centro dell’attenzione mediatica, va sottratta alla scorciatoia del sospetto rovesciato.

Ovviamente, al giornalismo, oltre a indicare eventuali mandanti, apparati, responsabilità o moventi che solo le indagini di polizia giudiziaria potranno accertare, spetta l’obbligo deontologico di rifiutare una manipolazione evidente, che trasforma l’attentato contro una persona, in questo caso un giornalista, in un processo morale alla persona colpita. E dal momento che il movente è ancora tutto da chiarire, la domanda corretta non dovrebbe essere se la vittima avesse costruito la propria vittimizzazione, ma chi avesse avuto interesse a colpirla, intimidirla, isolarla o delegittimarla. E, soprattutto, chi potrebbe trarre vantaggio dal fatto che, invece di discutere dell’attentato, del suo significato e della rete che potrebbe averlo reso possibile, il dibattito pubblico venga trascinato sul terreno più tossico: insinuare che la vittima non sia davvero vittima. In questo senso la lezione delle “menti raffinatissime” resta attuale non perché autorizzi a evocare fantasmi, ma perché impedisce di fermarsi alla superficie. Ogni volta che la discussione pubblica sposta l’attenzione dall’ordigno alla presunta ambiguità morale di chi quell’ordigno lo ha subito, non sta cercando la verità. Sta contribuendo a renderla più lontana.

La dinamica è ancora più evidente nel caso di Peppino Impastato. Dopo l’assassinio del 9 maggio 1978 la morte del militante e giornalista antimafia, venne inizialmente rappresentata come un attentato terroristico fallito o come un suicidio. Il “Centro Impastato” ricostruisce come, nelle prime fasi venne confermata la tesi del “suicidio compiendo scientemente un attentato terroristico”, mentre solo molti anni dopo le sentenze avrebbero accertato le responsabilità mafiose. Anche “Rai Teche” ricorda che la mafia cercò di far passare il delitto come un attentato fallito o un suicidio. La vittima non deve essere riconosciuta come voce antimafia assassinata, ma come deviante, estremista, suicida, terrorista. Metodo che non solo nega il delitto, ma, soprattutto, la dignità politica e morale della persona uccisa.

Un’altra vicenda emblematica è quella di Mauro Rostagno, assassinato a Valderice il 26 settembre 1988. Anche in quel caso, per anni, la pista mafiosa venne oscurata o marginalizzata da piste alternative. Solo dopo oltre venticinque anni la Corte d’assise riconobbe il movente mafioso dell’omicidio, legato alle denunce di Rostagno sugli interessi di Cosa Nostra nel Trapanese. Il Manifesto, ricostruendo il clima delle prime indagini, ricordava le ipotesi alternative: droga, questioni sentimentali, piste interne alla comunità Saman. Anche qui il dispositivo è riconoscibile: se il giornalista viene ucciso per ciò che ha scoperto o per ciò che racconta, bisogna allora cercare un’altra narrazione. Una narrazione che lo riporti nella sfera del disordine personale, della marginalità, della confusione privata.

La stessa logica ritorna nel caso di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, uccisi a Mogadiscio il 20 marzo 1994. Anche qui il meccanismo non è semplicemente giudiziario. Dal momento che stavano inseguendo una pista indicibile, occorreva riportare l’attentato dentro la casualità, l’occasione, il disordine di un Paese lontano, lasciando che la verità diventasse rumore di fondo.

Nel caso Cucchi, il meccanismo ha assunto una forma diversa ma non meno violenta. Stefano Cucchi, morto nell’ottobre 2009 dopo l’arresto, è stato per anni raccontato attraverso la lente della tossicodipendenza, della fragilità fisica, della marginalità. In seguito, la vicenda giudiziaria ha accertato responsabilità e depistaggi. La Cassazione ha chiuso nel 2026 il processo sui depistaggi con due condanne e tre assoluzioni. Nelle motivazioni richiamate dalla stampa, la Cassazione ha parlato di una “chiara volontà” di impedire che le condizioni fisiche di Cucchi fossero ricondotte a responsabilità di appartenenti all’Arma dei Carabinieri. Anche in questo caso il punto non era soltanto nascondere, ma orientare l’opinione pubblica: non guardate le lesioni, la custodia (imperdonabile) dello Stato, ma guardate la biografia, la vita della vittima.

La vicenda Regeni mostra lo stesso schema su scala internazionale. Giulio Regeni venne rapito al Cairo il 25 gennaio 2016 e il suo corpo fu ritrovato il 3 febbraio con segni di tortura. Il The Guardian riferì già allora che le autorità italiane chiedevano un’indagine piena, mentre fonti egiziane avevano inizialmente parlato anche di incidente stradale. In seguito, la Commissione parlamentare italiana ha condannato l’Egitto per i depistaggi e la mancata collaborazione sul caso Regeni. Anche qui si vede il riflesso automatico del potere quando è chiamato a rispondere: produrre alternative, moltiplicare piste, disperdere il fatto principale dentro spiegazioni incompatibili tra loro.

Naturalmente, questi casi non sono sovrapponibili. Non hanno gli stessi protagonisti, gli stessi mandanti e non hanno nemmeno la stessa struttura giudiziaria. Ma presentano una morfologia comune. Prima c’è un fatto traumatico. Poi c’è una parte di potere che quel fatto rischia di disturbare. Poi arriva una narrazione alternativa. Infine, la vittima passa direttamente dall’essere il centro della violenza subita, all’oggetto di un processo morale.

È proprio questo medesimo meccanismo che oggi rende pericolosa l’ipotesi insinuata intorno a Ranucci. Non perché sia intoccabile, o Report non possa essere criticato. Nemmeno perché il rapporto con Lavitola non meriti domande: anzi. È proprio perché quella relazione appare anomala, perché Lavitola è indagato e al tempo stesso nega ogni responsabilità e perché Ranucci lo considera un amico, il dovere del giornalismo è restare aderente ai fatti. E i fatti, oggi, non consentono di trasformare una contraddizione in un auto-attentato.

Per quale motivo allora il sospetto rovesciato può risultare così utile? Semplicemente perché colpisce Ranucci nel punto esatto in cui è più vulnerabile: la sua credibilità. Ranucci non è soltanto una persona fisica destinataria di minacce. È il volto di un programma d’inchiesta che da anni entra in conflitto tra poteri politici, economici, criminali e istituzionali. Dopo l’attentato del 2025, RaiNews riportò le sue parole: quello era stato un “salto di qualità preoccupante”, anche perché davanti alla sua abitazione erano già stati trovati proiettili. “Lavialibera” ha ricordato che Ranucci era sotto scorta dopo minacce di morte legate alla mafia e aveva denunciato un clima di isolamento e delegittimazione, a seguito di altri episodi intimidatori. Il “The Guardian” ha ricostruito il contesto delle minacce e delle inchieste su criminalità organizzata e corruzione, ricordando anche l’aumento della protezione dopo l’attentato.

In questo quadro, la tesi dell’auto-costruzione dell’attentato produce un effetto preciso: non serve a dimostrare qualcosa, o rendere tutto indistinto. E nemmeno deve convincere tutti. Basta solo a introdurre un dubbio permanente. Da quel momento, ogni domanda sul mandante, sul movente, sul clima, sulle minacce, sulle responsabilità eventuali, viene preceduta da un’altra domanda: “E se fosse tutta una messinscena?”. È così che il sospetto non sarà più uno strumento di conoscenza, ma di neutralizzazione. Il dubbio, nel giornalismo, è indispensabile, ma ha una disciplina. Si fonda su elementi, proporzioni, riscontri, nessi logici. Il sospetto rovesciato, invece, funziona al contrario: si appropria di una zona d’ombra e la trasforma in accusa implicita, parte da una relazione controversa e la trasforma in movente, usa l’assenza di una spiegazione definitiva e la riempie con una più distruttiva per la vittima.

Per provare a misurare come questa china, in qualche modo si stia materializzando è sufficiente una breve sgroppata su Instagram, social network che più di ogni altro, almeno nel Belpaese, sta ospitando parecchi interventi costruiti con questo meccanismo della narrazione invertita. Questo non è garantismo. È un’altra cosa. Il garantismo tutela l’indagato, pretende prove, rifiuta i processi mediatici, impedisce le condanne preventive. Il sospetto rovesciato, invece, usa il linguaggio del garantismo per colpire la persona offesa. Dice: “Non accusiamo nessuno”. Ma intanto semina l’idea che la vittima possa essere colpevole della propria vittimizzazione. È una forma più sottile di fango, perché non ha bisogno di affermare. Le basta insinuare. Per questo la vicenda Ranucci va tenuta dentro un doppio binario. Da una parte, massimo rispetto per l’indagine e per la presunzione di innocenza di Lavitola. Dall’altra, rifiuto netto della scorciatoia retorica che trasforma l’attentato in spettacolo, la vittima in stratega, la complessità in complotto.

La storia italiana insegna che la verità non viene ostacolata soltanto dal silenzio. A volte viene ostacolata dal rumore, dalla proliferazione di piste, dal dettaglio ambiguo elevato a prova morale, dalla biografia della vittima usata come arma. O dal sospetto costruito non per capire, ma per impedire agli altri di capire. Ecco perché il caso Ranucci non riguarda soltanto Ranucci, ma il modo in cui un Paese reagisce quando un giornalista d’inchiesta viene colpito. Non solo. Riguarda anche la capacità della discussione pubblica di distinguere tra critica e delegittimazione. Quindi, tra prudenza e insinuazione e tra garantismo e fango. Ancora, la storia della strategia della tensione ci insegna come certi ambienti, specie dei servizi deviati, siano ben addestrati in questo senso. Puntare il faro dell’opinione pubblica sul finto bersaglio perché il cono d’ombra impedisca uno sguardo perforante sul bersaglio vero: è uno degli strumenti più oliati nella cassetta degli attrezzi di quel mondo di mezzo.

Se veramente avessimo la reale intenzione di sapere chi fosse il reale mandante dell’attentato a Sigfrido Ranucci, perché lo abbia fatto e dentro quale rete di interessi si collochi, dovremmo partire da un principio semplice: non si cerca la verità sporcando la vittima. Lo si è fatto troppe volte. E dopo anni, sentenze, archiviazioni, commissioni, depistaggi e morti rimaste senza piena giustizia, abbiamo scoperto che quel fango non era un errore del dibattito pubblico. Era parte del problema.

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