Riccardo Sindoca è morto nelle prime ore di questa mattina, 18 luglio, in ospedale, dopo una lunga malattia. Lo conoscevamo personalmente. Lo avevamo incontrato più volte e con lui avevamo discusso a lungo soprattutto degli anni del terrorismo, delle mafie e delle molte pagine della storia repubblicana sulle quali, ancora oggi, continuano a proiettarsi interrogativi, omissioni e verità soltanto parziali. Raccontarlo adesso non è semplice. La morte induce spesso ad attenuare le contraddizioni, a levigare gli spigoli di una biografia e a trasformare il ricordo in una celebrazione. Nel caso di Riccardo Sindoca sarebbe un errore. Ma sarebbe altrettanto ingiusto lasciare che a raccontarlo fossero soltanto le inchieste giudiziarie, le appartenenze politiche, le qualifiche controverse e le definizioni che nel corso degli anni gli sono state attribuite. Sindoca è stato una figura difficile da collocare e ancora più difficile da riassumere. Nella sua storia personale si sono intrecciati ambienti della destra radicale, strutture di sicurezza non convenzionali, relazioni reali o rivendicate con il mondo dell’intelligence, procedimenti penali dagli esiti profondamente differenti e un interesse costante per alcuni dei casi più oscuri della storia italiana. Eppure, l’uomo che avevamo conosciuto non coincideva interamente con il personaggio restituito dalle cronache. Era una persona empatica, disponibile, capace di ascoltare. Fondamentalmente buona. Un’affermazione che può apparire in contrasto con alcuni passaggi della sua vita pubblica, ma proprio per questo merita di essere formulata con chiarezza. La bontà individuale non cancella le responsabilità pubbliche, così come le scelte politiche e gli errori commessi non esauriscono necessariamente l’identità di una persona. Sono piani diversi, che una ricostruzione onesta deve saper mantenere insieme.
La politica e la Dssa All’inizio degli anni Duemila Sindoca partecipò, insieme a Gaetano Saya, alla nascita del Nuovo Msi–Destra Nazionale, assumendo anche il ruolo di capo di gabinetto del movimento. La sua collocazione politica era esplicita e affondava le proprie radici in una cultura di destra radicale, segnata da una forte concezione dell’autorità, della sicurezza nazionale e della difesa dello Stato. Sindoca rivendicò inoltre esperienze e rapporti nel mondo dell’intelligence, presentandosi negli anni come esperto di criminalistica, antiterrorismo e analisi strategica, nonché come appartenente o collaboratore di strutture informative collegate alla rete atlantica. Si tratta di qualifiche che accompagnarono costantemente la sua identità pubblica, ma il cui effettivo perimetro istituzionale non è sempre ricostruibile attraverso documenti pubblicamente accessibili. Il rigore impone, pertanto, di distinguere gli incarichi documentati da quelli da lui personalmente rivendicati. Il passaggio che più di ogni altro segnò la sua vita fu quello della Dssa, il Dipartimento studi strategici antiterrorismo, del quale Sindoca era vicedirettore. La struttura si presentava come un organismo di studio e supporto nel campo della sicurezza e della prevenzione del terrorismo. Secondo l’ipotesi formulata dagli inquirenti nel 2005, invece, si sarebbe trattato di una sorta di “polizia parallela”, formata anche da appartenenti o ex appartenenti alle forze dell’ordine e capace di acquisire informazioni riservate. Il primo luglio 2005 Sindoca e Saya furono arrestati. Le accuse comprendevano l’associazione per delinquere finalizzata all’usurpazione di funzioni pubbliche e, a vario titolo, l’utilizzazione illecita di dati riservati. L’inchiesta ebbe una risonanza enorme. La Dssa venne descritta come una “Gladio bis”, mentre su Sindoca si addensarono riferimenti alla destra eversiva, alla massoneria, ai servizi segreti e persino al sequestro dell’imam Abu Omar. Quella rappresentazione finì per aderire alla sua persona molto più dell’esito giudiziario della vicenda. Dopo sei anni, infatti, il procedimento si concluse dinanzi al giudice per le indagini preliminari di Milano con un non luogo a procedere perché il fatto non sussiste. Un esito che non può essere collocato in una nota marginale, perché costituisce parte essenziale della storia. Sindoca non venne condannato per aver costituito la presunta polizia parallela sulla quale era stata costruita la sua immagine pubblica. Rimase tuttavia la conseguenza più difficile da rimuovere: il sospetto. L’arresto aveva ricevuto titoli, fotografie e aperture dei giornali; il proscioglimento non ebbe la stessa forza narrativa. Anche per questo Sindoca si considerò per tutta la vita vittima di un errore giudiziario e, soprattutto, di una condanna mediatica pronunciata prima di quella dei tribunali. È una dinamica che riguarda molti casi italiani: l’accusa costruisce un’identità pubblica in poche ore, mentre l’esito favorevole, maturato anni dopo, raramente riesce a restituire alla persona ciò che le è stato sottratto.
Gli altri procedimenti giudiziari Quell’esito non consente, tuttavia, di cancellare o confondere le vicende giudiziarie successive. Nel 2018 Sindoca venne arrestato a Vicenza per il possesso di tesserini, distintivi e contrassegni ritenuti idonei a simulare quelli appartenenti alle forze di polizia. Secondo quanto successivamente riportato dalla stampa, quella vicenda portò a una condanna definitiva a un anno e sette mesi. A essa si aggiunse il procedimento nato nell’ambito dell’affaire Safond-Martini, la complessa vicenda ambientale dell’Alto Vicentino nella quale Sindoca era intervenuto come consulente. Fu definitivamente condannato a quattro anni e sei mesi per calunnia nei confronti di alcuni appartenenti alla Guardia di finanza. Sindoca continuò a dichiararsi innocente, sostenendo di essere stato colpito per avere denunciato ciò che riteneva uno scandalo ambientale e istituzionale. Anche questi fatti appartengono alla sua biografia e non sarebbe corretto ometterli. Allo stesso modo, però, non possono essere utilizzati retroattivamente per riscrivere l’esito della vicenda DSSA, conclusasi con una decisione favorevole. Ogni procedimento deve conservare la propria autonomia, giuridica e storica: un’assoluzione non cancella una successiva condanna, ma una condanna successiva non rende colpevole una persona per fatti dai quali era stata precedentemente prosciolta.
L’attrazione per i misteri italiani Sindoca era attratto soprattutto dalle zone rimaste irrisolte della storia repubblicana. Gli interessavano i punti nei quali le versioni ufficiali mostravano una crepa, i documenti sembravano contraddirsi e le vicende criminali incontravano apparati, interessi politici o relazioni internazionali. Si occupò, con ruoli e livelli di coinvolgimento differenti, del caso Moro e dell’agguato di via Fani, della strage di Capaci, della scomparsa di Emanuela Orlandi, dell’attentato a Giovanni Paolo II, del delitto di Garlasco e di altre vicende nelle quali riteneva di individuare errori investigativi, depistaggi o elementi non adeguatamente approfonditi. Negli ultimi anni era divenuto anche procuratore speciale e interlocutore italiano di Mehmet Ali Ağca, l’uomo che il 13 maggio 1981 sparò a Giovanni Paolo II. Attraverso Sindoca, Ağca aveva chiesto di essere ascoltato dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sulle scomparse di Emanuela Orlandi e Mirella Gregori e, dopo la morte di papa Francesco, aveva manifestato la volontà di partecipare ai funerali del pontefice. Le interpretazioni proposte da Sindoca non erano tutte verificabili né potevano essere assunte come verità soltanto in ragione delle fonti o delle relazioni che affermava di possedere. Alcune erano suggestive, altre controverse, altre ancora avrebbero richiesto riscontri che non sempre arrivavano. Ma il confronto con lui non era mai banale. Possedeva una conoscenza vasta della storia italiana, una memoria capace di stabilire collegamenti tra fatti lontani e un’intelligenza che emergeva soprattutto nel dialogo. Parlava volentieri, ma sapeva anche ascoltare. Ci si poteva trovare in disaccordo con le sue conclusioni, con la sua cultura politica o con il modo in cui interpretava determinati avvenimenti; tuttavia, il confronto rimaneva aperto, vivo e intellettualmente stimolante.
L’uomo oltre il personaggio È questo il Riccardo Sindoca che le cronache hanno raccontato meno. Dietro le qualifiche, i simboli, i procedimenti e l’immagine dell’uomo vicino agli apparati esisteva una persona disponibile, affabile e dotata di una sensibilità che poteva sorprendere chi si fosse fermato alla sua biografia pubblica. Nei nostri incontri non avevamo di fronte una caricatura ideologica, né un uomo impegnato soltanto ad alimentare il mistero attorno alla propria vita. Avevamo davanti un interlocutore colto, curioso e profondamente interessato alle fratture della democrazia italiana. Questo non significa aderire a tutte le sue ricostruzioni, condividere le sue appartenenze o sospendere il giudizio sui passaggi più controversi della sua vita. Significa riconoscere che una persona è sempre più complessa dell’archivio giudiziario che porta il suo nome. La morte non deve diventare né una beatificazione né un ultimo processo celebrato in assenza dell’imputato. Riccardo Sindoca va ricordato mantenendo insieme ogni parte della sua storia: la militanza nella destra radicale e la disponibilità al confronto; la DSSA e il proscioglimento che ne concluse la vicenda giudiziaria; le successive condanne definitive e la sua ostinata proclamazione d’innocenza; le ricostruzioni controverse e la sua indiscutibile cultura; il personaggio pubblico e l’uomo capace di empatia. Ha attraversato alcune delle zone più controverse della Repubblica, talvolta da protagonista, talvolta da accusato, talvolta da studioso e narratore. Era difficile separare, nel suo racconto, ciò che aveva vissuto, ciò che aveva appreso e ciò che aveva interpretato. Forse anche questa ambiguità faceva parte di lui. Noi conserveremo soprattutto il ricordo delle conversazioni, della sua disponibilità e dell’intelligenza con la quale affrontava argomenti che non ammettevano superficialità. E conserveremo il ricordo di una persona fondamentalmente buona, anche quando la sua storia sembrava raccontare qualcosa di diverso. Alla sua famiglia va il nostro abbraccio più sincero.