«Io so», scrisse Pier Paolo Pasolini sul Corriere della Sera il 14 novembre 1974, aggiungendo poi la frase destinata ad attraversare mezzo secolo di storia italiana: «Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi». L’approccio seguito mezzo secolo fa dallo scrittore di natali bolognesi si presta perfettamente a leggere in controluce l’affaire Lavitola-Ranucci. Ovviamente non ha senso sovrapporre pedissequamente vicende incomparabili, come non ha senso riproporre in modo meccanico di quelle parole per certi versi irripetibili. Di quel metodo però bisogna far tesoro. Pasolini distingueva la prova processuale dalla capacità intellettuale di mettere in relazione ciò che la realtà aveva già disseminato davanti agli occhi di tutti. Quel metodo non sostituiva il poeta al magistrato; però lo scrittore rivendicava il diritto, e probabilmente il dovere, di osservare i fatti nel loro insieme quando la loro separazione impedisce di comprenderne il significato.
Per tentare di comprendere una parte del mondo nel quale viviamo, non basta conoscere gli avvenimenti: bisogna conoscere gli esseri umani che li producono, gli interessi che li muovono, le fragilità che li rendono ricattabili, le ambizioni che li trasformano e i meccanismi attraverso i quali il potere riesce a fare apparire normale ciò che di normale ha ben poco. È un percorso difficile e, qualche volta doloroso, perché costringe a rinunciare alle rassicuranti rappresentazioni del bene e del male, alle appartenenze ideologiche e alla comodità di dividere il mondo in schieramenti. Ma proprio per questo, alla fine, conduce davanti a una realtà molto più semplice e molto più inquietante: il potere non possiede necessariamente un solo colore politico, non appartiene stabilmente a destra o a sinistra, non è sempre riunito intorno a un tavolo e non ha bisogno, ogni volta, di una regia unica. Molto più frequentemente si riconosce, converge, si protegge e soprattutto pretende che chiunque entri nel suo campo gravitazionale ne accetti le regole. Chi si ribella deve essere ricondotto nei ranghi. È un’espressione brutale, ma non ne troviamo una migliore. Ricondurre nei ranghi significa lasciare formalmente intatta la libertà di una persona limitandone però progressivamente lo spazio reale: puoi parlare, purché tu sappia fino a dove; puoi indagare, purché alcuni collegamenti rimangano separati; puoi criticare, purché la critica non produca conseguenze; puoi essere libero, purché la tua libertà sia compatibile con gli interessi di chi dispone degli strumenti necessari per stabilire quanto quella libertà possa costarti. È un surrogato di libertà, e i ranghi sono esattamente questo: luoghi apparentemente aperti, amministrati da uomini e donne convinti di poter stabilire il limite della libertà altrui perché ritengono la propria posizione, la propria ricchezza, il proprio interesse o la propria funzione più importanti del diritto di chiunque altro a sottrarsi al loro controllo. Alla radice vi è spesso un concetto elementare: il possesso. Possesso di denaro, di status, di relazioni, di informazioni, di reputazione, di influenza, della possibilità di decidere per altri. Il possesso si alimenta di modelli che cambiano nel tempo e che vengono chiamati strategie, orientamenti politici, interessi nazionali, esigenze economiche, equilibri internazionali.
Mutano le parole, cambiano le giustificazioni, si alternano le classi dirigenti, ma molto spesso l’obiettivo rimane identico: conservare ciò che si possiede e aumentare la propria capacità di conservarlo. È all’interno di questa cornice che ieri abbiamo deciso di assistere lo spettacolo Diario di un trapezista di e con Sigfrido Ranucci. Una pièce a metà strada tra l’orazione civile e il racconto in presa diretta. Ieri non siamo andati a Fiera di Primiero per recensire uno spettacolo, non cercavamo un giudizio estetico e neppure conferme che, per la riflessione che avevamo già sviluppato, non ci sarebbero servite. Volevamo vedere altro: volevamo capire, anche attraverso il filtro del pubblico, capire fino a quale punto un sistema di potere possa spingere un essere umano quando decide che quell’essere umano costituisce un problema; volevamo provare a misurare quanto possa essere devastante la pressione esercitata su una persona fino a farle attraversare il confine della propria fragilità, fino a portarla a interrogarsi perfino sulla possibilità di continuare. Perché questo è l’aspetto che viene rimosso più frequentemente quando parliamo di giornalisti minacciati, magistrati delegittimati, investigatori isolati, uomini e donne trasformati in bersagli. Parliamo della funzione e dimentichiamo l’essere umano; dimentichiamo che dietro un’inchiesta esiste una persona che torna a casa, una famiglia, la paura, il dubbio, la stanchezza, la possibilità di chiedersi se valga ancora la pena. Ed è precisamente lì che il potere più aggressivo cerca di arrivare quando non riesce a fermare un lavoro attraverso gli strumenti ordinari.
Ieri quasi un migliaio di persone ha ascoltato Sigfrido Ranucci. Il silenzio della platea non era quello di chi assiste passivamente a una rappresentazione teatrale; era il silenzio di persone costrette, per qualche ora, a misurarsi con fatti che normalmente vengono consumati nella velocità dell’informazione quotidiana e subito sostituiti da qualcos’altro. Quando Ranucci ha raccontato l’inchiesta sull’uso del fosforo bianco a Falluja, sulle vittime, sui corpi devastati e sulle formule attraverso le quali le responsabilità politiche e militari riescono spesso a muoversi sul confine delle definizioni giuridiche, il punto non era soltanto ciò che era avvenuto durante una guerra, era il meccanismo, la capacità del potere di utilizzare le parole per modificare la percezione dei fatti. Una definizione tecnica può diventare la distanza tra ciò che un cittadino vede e ciò che un’istituzione sostiene sia accaduto; un cavillo può separare la materialità di un corpo devastato dalla qualificazione normativa dell’arma che lo ha devastato. Il dettaglio, allora, non è più marginale, diventa il luogo dentro il quale si decide la responsabilità. E il giornalismo che cerca quei dettagli risulta pericoloso, perché il potere può convivere con una denuncia generica, può sopportare l’indignazione e sa perfino utilizzarla; ma ciò che teme è il collegamento tra i fatti, perché il collegamento restituisce responsabilità, interessi e conseguenze. Lo abbiamo percepito ancora più chiaramente quando Ranucci ha ricostruito la vicenda legata all’allora sindaco di Verona Flavio Tosi. Molti tra il pubblico probabilmente non la conoscevano. Noi sì. E forse proprio per questo ascoltarla nuovamente ha prodotto in noi una rabbia difficile da descrivere, trattenuta soltanto dall’esperienza che gli anni insegnano ad accumulare. Non era la vicenda di un singolo amministratore a interessarci, ma ancora una volta il metodo: persone che ruotano intorno al potere, anche quando quel potere coincide soltanto con quello di un sindaco, possono arrivare a sacrificare la propria dignità pur di preservare una posizione, un rapporto, un vantaggio, una possibilità futura. Possono trasformare una ricerca giornalistica in un’accusa contro chi la conduce, costruire rappresentazioni alternative dei fatti e spostare progressivamente il sospetto dall’oggetto dell’indagine a colui che indaga. È questo il passaggio che ci riporta a Ranucci, perché ciò che sta accadendo intorno al direttore di Report non può più essere letto soltanto attraverso un singolo episodio, una singola fonte, una singola amicizia o una singola polemica. Abbiamo assistito a uno spostamento: una vittima è progressivamente diventata oggetto di indagine pubblica sulla propria moralità; le sue relazioni sono diventate più interessanti delle ragioni per cui qualcuno ha messo un ordigno davanti alla sua abitazione; le sue fonti sono state trasformate in argomento di delegittimazione; la sua indipendenza professionale è stata sottoposta a un esame che, se fosse fondato su elementi concreti, sarebbe assolutamente legittimo, ma che diventa altro quando la frequentazione di una persona viene presentata come se costituisse già una prova di contaminazione professionale.
Dunque, noi, per dirla con Pasolini, sappiamo perché conosciamo il sistema. Non perché possediamo un elenco segreto di mandanti e complici: ma perché abbiamo visto abbastanza volte lo stesso metodo per non riconoscerlo quando ritorna. Prima si isola, poi si insinua, successivamente si delegittima e infine si trasforma il comportamento anomalo del potere in una conseguenza delle caratteristiche della vittima. Era troppo ostinato, troppo esposto, aveva amicizie sbagliate, si era spinto troppo avanti, non conosceva i limiti. Il rovesciamento, a quel punto, è perfetto: il problema non è più ciò che è accaduto a una persona, ma ciò che quella persona avrebbe fatto per meritare che accadesse. Con un gioco di prestigio la catena di aberrazioni documentate da chi oggi viene posto sulla graticola «svanisce d’emblée». Le storture denunciate dalla vittima finiscono dietro il sipario marcio fatto di attacchi gratuiti alla vittima. Non crediamo che questo modus operandi sia figlio solo del Belpaese. Il potere contemporaneo o meno possiede ormai una dimensione globale. Le economie sono interdipendenti, le classi dirigenti dialogano, gli apparati si relazionano, le grandi concentrazioni finanziarie attraversano i confini e gli interessi strategici di una potenza condizionano le scelte dei governi apparentemente sovrani. Su queste colonne abbiamo sostenuto che una parte delle ragioni della crescente pressione esercitata intorno a Ranucci possa essere ricercata anche oltre il Mediterraneo, anche oltre l’Atlantico, in particolare nel fastidio prodotto da alcune inchieste che hanno raggiunto ambienti e relazioni vicini all’attuale amministrazione statunitense. Non abbiamo una prova che consenta di trasformare questa lettura in un’accusa, e non intendiamo farlo, ma il problema politico esiste e può essere posto: quanto sono realmente autonomi i governi europei, e quelli italiani in particolare, quando entrano in gioco gli interessi strategici degli Stati Uniti e del suo proxy più aggressivo ossia Israele? È una domanda che attraversa almeno mezzo secolo di storia repubblicana. Belgrado, l’Iraq e, più recentemente, l’Iran, il genocidio dei palestinesi, e molto altro, sono soltanto alcune delle vicende nelle quali il rapporto tra alleanza, dipendenza strategica e autonomia politica europea meriterebbe una riflessione ben più profonda di quella consentita dalla contrapposizione quotidiana tra schieramenti: destra, sinistra, centro, sopra o sotto che sia. Non è necessario immaginare ricatti per riconoscere una relazione asimmetrica di potere: è sufficiente osservare quanto raramente le classi dirigenti europee abbiano saputo assumere una posizione realmente autonoma quando questa autonomia entrava in collisione con gli interessi dell’alleato dominante. E anche qui qualche giornalista, qualche magistrato, qualche investigatore ha provato nel tempo ad andare oltre le versioni consolidate, a cercare relazioni, responsabilità, connessioni. Alcuni hanno pagato un prezzo enorme. Le vicende non sono tutte uguali: sarebbe storicamente scorretto e intellettualmente povero sostenerlo. Sosteniamo invece che esiste un problema permanente nel rapporto tra ricerca della verità e conservazione del potere.
Diario di un trapezista acquista per noi significato esattamente in questa chiave. Non è uno spettacolo al quale assistere come a una lezione ex cathedra e non è neppure la narrazione di un uomo che pretende di essere creduto perché occupa un palcoscenico. È l’occasione di sospendere per qualche ora il sistema di appartenenze attraverso il quale normalmente interpretiamo il mondo e trasferire quei fatti dentro uno spazio più profondo e più difficile da manipolare: quello della coscienza individuale. Luogo in cui ciascuno dovrebbe provare a togliersi di dosso l’ideologia, la rabbia, il bisogno di avere sempre ragione, perfino il desiderio di vedere sconfitto chi appartiene al campo avverso. Solo una società capace di ammettere la propria fragilità potrebbe non avere più bisogno di persone come Ranucci. Perché una società realmente sana, per certi versi, non avrebbe bisogno di Report, non avrebbe bisogno di giornalisti costretti a mettere a rischio la propria esistenza per far emergere ciò che le istituzioni dovrebbero spontaneamente rendere trasparente; non avrebbe bisogno di magistrati, investigatori e cronisti trasformati in simboli perché hanno cercato di fare semplicemente il proprio lavoro. E, soprattutto non dovrebbe avere bisogno di morti da commemorare ogni anno per ricordarsi quanto fosse importante ciò che dicevano quando erano ancora vivi. Infatti, è questo il pensiero più doloroso: continuiamo a celebrare persone che abbiamo lasciato sole quando erano in grado di parlare. Le trasformiamo in esempi dopo che non possono più disturbare nessuno, le assolviamo retrospettivamente, le commemoriamo, intitoliamo loro strade, aule e scuole. Ma il problema democratico non è riconoscere il coraggio quando appartiene ai morti; è riconoscerlo nei vivi mentre disturba. Esattamente ciò che oggi dovremmo fare con Sigfrido Ranucci: difendere il suo diritto a continuare a cercare senza che ogni strumento disponibile venga progressivamente utilizzato per trasformare il giornalista nel problema. Per questo invitiamo ad assistere a Diario di un trapezista. Non per vedere uno spettacolo, ma per guardarsi intorno, osservare il mondo attraverso gli episodi raccontati e domandarsi che cosa abbiano in comune; per liberarsi, almeno per qualche ora, dalle convinzioni che altri hanno costruito per noi, dalle appartenenze, dalle tifoserie politiche e dalle narrazioni comode. Ascoltare, collegare, pensare. Forse, mettendo ogni tassello al proprio posto, si vedrà ciò che abbiamo visto noi: non una verità processuale e non la prova di un complotto universale, ma qualcosa di più semplice e, proprio per questo, più difficile da accettare, ossia un sistema che tende naturalmente a preservare sé stesso e che considera pericoloso chiunque ne renda visibili le contraddizioni.
È per questo che continuiamo a dire che sappiamo. Sappiamo perché abbiamo imparato a riconoscere gli uomini, prima ancora delle strutture. Conosciamo la mediocrità di chi vive ai margini del potere sperando che un giorno il potere si accorga di lui; conosciamo la disponibilità a rinunciare a una parte della propria dignità pur di essere ammessi nella stanza successiva; conosciamo la facilità con la quale il tornaconto personale viene trasformato in convinzione politica e la convenienza in ideologia. È così che un sistema sopravvive; non soltanto grazie a chi lo governa, ma grazie a coloro che aspirano a esserne riconosciuti. Per questo non servono sempre ordini, non servono sempre complotti e non servono sempre mandanti che telefonano agli esecutori. Molto spesso è sufficiente che ciascuno sappia quale comportamento possa avvicinarlo al potere e quale, invece, possa allontanarlo. Quando qualcuno decide di sottrarsi a questo meccanismo, deve essere ricondotto nei ranghi. Forse è proprio questo il significato più profondo del trapezista: continuare a passare da una presa all’altra sapendo che, per qualche istante, si rimarrà sospesi nel vuoto. Il potere può tollerare chi rimane fermo. Molto meno chi continua a saltare. E noi, dopo ieri sera, sappiamo ancora meglio perché.