- La nuova Unità Antimafia annunciata dal presidente Alberto Stefani si propone di contrastare le “infiltrazioni”. Ma la Regione dispone già degli strumenti previsti dalla legge 48/2012 e di un Osservatorio appena rinnovato. Dopo anni di indagini e processi, la questione è un’altra: riconoscere organizzazioni radicate e rapporti con settori dell’economia che non sempre nascono dalla sopraffazione -
Il presidente della giunta regionale veneta Alberto Stefani ha annunciato l’istituzione di una specifica Unità organizzativa regionale antimafia. Nelle intenzioni, la nuova struttura dovrebbe rafforzare il ruolo della Regione nella difesa della legalità, sostenere enti locali e terzo settore nei percorsi di riutilizzo dei beni confiscati e coordinare meglio le iniziative di contrasto alla criminalità organizzata. È un’iniziativa che merita attenzione. Sarebbe sbagliato liquidarla sulla base di una contrapposizione politica o considerare inutile, in partenza, qualsiasi ulteriore strumento destinato alla prevenzione e al contrasto delle mafie. Ma proprio perché il tema è serio occorre partire da una domanda altrettanto seria: quale fenomeno vogliamo contrastare? Nel presentare la nuova struttura, Stefani ha parlato della necessità di contrastare le «infiltrazioni di carattere mafioso nella nostra terra». Le organizzazioni mafiose continuano a penetrare nei mercati, ad acquisire imprese, a investire capitali, a inserirsi nei settori più esposti e a cercare opportunità economiche nei territori più ricchi del Paese. Quindi, il problema è un altro. Anni di indagini, processi e risultanze giudiziarie hanno documentato una realtà differente. Nella relazione per l’inaugurazione dell’anno giudiziario 2025, la Procura generale presso la Corte d’appello di Venezia descrive di una criminalità organizzata «diffusa territorialmente» e «radicata oramai da lungo tempo». Ricostruisce presenze riconducibili alla ’ndrangheta in diverse province venete e richiama il radicamento dei casalesi nel territorio del Sandonatese, tra Eraclea e San Donà di Piave. Una criminalità che tenta di infiltrarsi e una criminalità che si è radicata pongono problemi diversi. Nel primo caso l’obiettivo principale è impedirne l’ingresso. Nel secondo bisogna domandarsi quali relazioni abbia costruito, quali interessi sia riuscita a intercettare, quali servizi illegali sia in grado di offrire e, soprattutto, quali interlocutori abbia trovato nel territorio.
Dunque, osservando il contesto generale emerge una delle questioni più difficili da affrontare, perché costringe a superare un’altra rappresentazione rassicurante: quella dell’imprenditore sempre e soltanto vittima. Le mafie cercano le imprese, le minacciano, la condizionano, ne assumono progressivamente il controllo. Già nel dicembre del 2015, in un’interrogazione parlamentare rivolta al ministro dell’Interno, alcuni deputati veneti richiamavano una dinamica diversa. Da una parte, scrivevano, le organizzazioni criminali entravano nelle imprese locali per ampliare la propria influenza e i propri affari; dall’altra vi erano imprenditori veneti che cercavano capitali per nuove operazioni rivolgendosi anche a soggetti collegati alla criminalità organizzata. Si trattava di una denuncia parlamentare e non di una sentenza. Ma quella ricostruzione introduceva già allora un elemento che oggi non può essere ignorato: l’impresa non è necessariamente soltanto il soggetto sul quale la mafia esercita una pressione. Può diventare anche il soggetto che cerca il rapporto con la criminalità perché lo ritiene conveniente. Le organizzazioni mafiose, d’altra parte, non dispongono soltanto della violenza e dell’intimidazione. Dispongono di capitali, di società. Possono garantire liquidità, recuperare crediti attraverso metodi che nessuna procedura legale consentirebbe, movimentare denaro, mettere a disposizione strutture societarie, produrre falsa documentazione fiscale e offrire una serie di servizi che acquistano valore proprio perché operano fuori dalle regole.
Uno studio di Unioncamere Veneto dedicato alle mafie e alla criminalità nella regione richiamava già il problema del riciclaggio di capitali provenienti dall’evasione fiscale e osservava come le organizzazioni mafiose potessero trovare appoggio e disponibilità negli ambienti dell’economia legale. Lo stesso lavoro riportava valutazioni investigative secondo cui flussi finanziari di provenienza casalese sarebbero stati accolti favorevolmente almeno da una parte dell’imprenditoria veneta. Non significa, naturalmente, che l’imprenditoria veneta possa essere rappresentata indistintamente come disponibile alla criminalità organizzata. Una generalizzazione del genere sarebbe falsa oltre che ingiusta nei confronti della grande maggioranza delle imprese che operano rispettando le regole. E non significa neppure sostenere che l’evasione fiscale conduca automaticamente alla mafia, ma riconoscere l’esistenza di un’area nella quale interessi diversi possono incontrarsi. La relazione della Procura generale di Venezia quantifica in circa sei miliardi di euro annui l’imposta evasa nella regione. Nello stesso quadro descrive il tessuto economico veneto come particolarmente attrattivo per le organizzazioni criminali e richiama procedimenti per riciclaggio e falsa fatturazione aggravati dall’agevolazione mafiosa. Sono fenomeni che non possono essere sovrapposti automaticamente, ma nemmeno osservati come compartimenti stagni. Perché anche all’interno dell’economia formalmente legale può formarsi una domanda di illegalità. Un’impresa in difficoltà può cercare liquidità dove il credito ordinario non arriva. Un imprenditore può voler recuperare un credito fuori dalle procedure previste dalla legge. Altri soggetti economici possono avere bisogno di fatture false, società schermate, disponibilità finanziarie o circuiti attraverso i quali occultare, movimentare o reimpiegare denaro sottratto alla legalità. Pertanto, il rapporto tradizionale tra mafia ed economia può ribaltarsi. Le mafie non sono più solo il soggetti che produce denaro illecito e cerca di immetterlo nell’economia legale attraverso il riciclaggio Anche l’economia formalmente legale può produrre denaro illecito e avere bisogno di qualcuno capace di nasconderlo, movimentarlo o reimpiegarlo.
Il Veneto dispone già di una normativa specifica. La legge regionale 28 dicembre 2012, numero 48 ha istituito presso il Consiglio regionale l’«Osservatorio per il contrasto alla criminalità organizzata e mafiosa e la promozione della trasparenza.» Non si tratta di un organismo puramente simbolico. La legge gli attribuisce il compito di raccogliere e analizzare la documentazione sulla presenza delle diverse forme di criminalità organizzata e mafiosa nel territorio regionale, studiare le iniziative adottate per contrastarle ed elaborare proposte utili a rafforzare gli strumenti di prevenzione e di contrasto. E non si tratta neppure di un organismo appartenente al passato. Nel marzo scorso è stato pubblicato l’avviso per la nomina dei cinque componenti e il 14 luglio il Consiglio regionale ha proceduto al loro rinnovo per la legislatura in corso. Un mese prima, dunque, dell’annuncio della nuova Unità organizzativa regionale antimafia. La Regione dispone inoltre di una programmazione attuativa della stessa legge 48 per il biennio 2025-2026, che comprende interventi dedicati al contrasto alla criminalità organizzata, alla cultura della legalità e alla formazione degli enti locali anche in materia di antiriciclaggio.
L’Osservatorio è istituito presso il Consiglio regionale e svolge soprattutto funzioni di studio, analisi e proposta. La nuova unità dovrebbe invece operare all’interno dell’amministrazione regionale e sembra destinata a svolgere compiti più direttamente operativi, anche nel sostegno agli enti locali per la gestione e il riutilizzo dei beni confiscati. Ma proprio perché una normativa, un Osservatorio e una programmazione esistono già, sarebbe utile comprendere con precisione quale spazio dovrà occupare la nuova struttura. Quali competenze avrà? Con quali professionalità opererà? Quali informazioni potrà acquisire? Come si coordinerà con l’Osservatorio appena rinnovato? Quale rapporto avrà con le attività già previste dalla legge regionale? E, soprattutto, quale lettura del fenomeno mafioso orienterà la sua azione? Nessun pregiudizio, sia chiaro. Ma sono solo domande che dovrebbero precedere qualsiasi politica pubblica sul contrasto al sistema mafioso. L’efficacia dell’antimafia non si misura dal numero degli organismi ai quali attribuiamo quel nome. Si misura dalla capacità di comprendere il fenomeno che si vuole contrastare e di predisporre strumenti adeguati alla sua evoluzione. Il Veneto deve certamente proteggersi da chi tenta ancora di entrare nei suoi mercati e nelle sue imprese, ma deve anche riconoscere ciò che nel frattempo è accaduto. Le organizzazioni mafiose hanno saputo radicarsi, costruire relazioni, trovare interlocutori, mimetizzarsi nell’economia, offrire servizi e intercettare interessi che non sempre sono stati determinati dalla paura o dalla sopraffazione. Continuare a parlare di infiltrazioni non solo è insufficiente, ma anacronisticamente sbagliato sotto vari aspetti, perché descrive il movimento di chi arriva, ma non quello di chi è già presente. E soprattutto rischia di lasciare nell’ombra il passaggio più inquietante: quello nel quale mafie ed economia non si incontrano più soltanto perché la prima aggredisce la seconda, ma perché, in alcuni casi, entrambe possono trovare conveniente incontrarsi.
Di più, da troppo tempo alcune organizzazioni mafiose, italiane e straniere, si sono strutturate come veri e propri «service», che mettono a disposizione del cliente, il proprio expertise criminale a chi ricompensa, in danaro o meglio in termini di influenza, affinché siano svolte mansioni con le quali l’ambito politico, istituzionale o economico non può sporcarsi le mani. In questa costellazione di interstizi e di cointeressenze non ci sono quindi solo le mafie storiche o quelle straniere, ma pure, tanto per dirne una, le ecomafie e le cybermafie: si tratta di mondi in cui il tasso di colletti bianchi è spesso superiore rispetto a quelli tipici delle cosiddette mafie tradizionali. Il nuovo strumento pensato da Stefani, pertanto, non dovrà solo essere un ottimo cannocchiale sul fenomeno malavitoso: ma anche un microscopio elettronico in grado di individuarne vasi sanguigni, tessuto connettivo e sistema linfatico.