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Mafie

Quando l’antimafia disturba il potere. Il caso WikiMafia e la delegittimazione del controllo civile

Di Gianluca Prestigiacomo

15 SETTEMBRE 2026

Quando l’antimafia disturba il potere. Il caso WikiMafia e la delegittimazione del controllo civile

La vicenda che negli ultimi giorni ha coinvolto WikiMafia merita di essere analizzata in una dimensione più ampia perché ciò che emerge non riguarda soltanto il rapporto tra un’associazione e alcuni esponenti della maggioranza, ma la tendenza, sempre più evidente, a sottoporre anche l’associazionismo antimafia a processi di delegittimazione politica, dopo che analoghe dinamiche hanno già investito magistrati, inquirenti e componenti della Commissione parlamentare antimafia.

Il 9 settembre WikiMafia denuncia pubblicamente una serie di attacchi che, secondo l’associazione, si sarebbero intensificati dopo la campagna referendaria sulla giustizia, nella quale aveva assunto una posizione esplicita per il No. Tra gli episodi richiamati figurano un commento attribuito al consigliere comunale milanese di Fratelli d’Italia Francesco Rocca, che avrebbe definito WikiMafia «un delirio di repressi», a cui l’associazione ha reagito contestando la rappresentazione del proprio impegno contro le mafie. WikiMafia colloca inoltre una parte della campagna all’interno dell’attività della pagina social «Siete dei poveri comunisti» e sostiene che dietro l’insieme di questi interventi sia riconoscibile una «chiara regia di partito». Certo, un’affermazione che richiede cautela. La stessa pagina «Siete dei poveri comunisti» viene definita da Alberto Di Benedetto, responsabile della comunicazione social di Fratelli d’Italia, come un «progetto autonomo». Un dato da non ignorare, ma che non esaurisce la questione, perché la comunicazione politica contemporanea non si sviluppa più soltanto attraverso strutture ufficiali, uffici stampa, dichiarazioni dei dirigenti o canali direttamente riconducibili ai partiti. Attorno alla comunicazione istituzionale esiste infatti un ambiente più ampio, formato da pagine social, reti informali, soggetti politicamente riconoscibili, professionisti della comunicazione e comunità digitali che possono condividere lessico, riferimenti culturali e rappresentazioni dell’avversario senza che ciò implichi necessariamente una direzione centralizzata. Il punto, quindi, non consiste tanto nel dimostrare l’esistenza di un ordine impartito dall’alto quanto nel comprendere se si stia consolidando un clima nel quale determinate forme di critica vengano progressivamente ricondotte a un’appartenenza politica e, attraverso questa, private della loro credibilità.

La questione assume una particolare rilevanza quando il bersaglio è un soggetto che opera nell’ambito dell’antimafia civile. La dinamica è quella già osservata in altri casi: si interviene sulla credibilità dell’interlocutore associandolo preventivamente a un campo politico e rendendo così secondario il contenuto di ciò che afferma. È lo stesso metodo riservato a Sigfrido Ranucci. Da tempo, del resto, nel dibattito pubblico italiano una parte crescente del confronto tende a svilupparsi attraverso la delegittimazione preventiva dei soggetti di controllo. Accade con la magistratura, quando una decisione giudiziaria viene ricondotta immediatamente all’orientamento politico del magistrato; accade con il giornalismo d’inchiesta, quando l’attenzione viene spostata dall’oggetto dell’indagine alla presunta faziosità di chi la conduce; accade con l’associazionismo antimafia quando l’intervento critico verso l’azione di governo viene interpretato non come esercizio di autonomia civile, ma come manifestazione di appartenenza all’opposizione.

La distinzione non è secondaria. Il contrasto alle mafie implica necessariamente la capacità di analizzare le relazioni tra criminalità, economia e istituzioni, e proprio per questa ragione entra spesso in territori nei quali non esistono soltanto responsabilità penali già accertate, ma anche relazioni, frequentazioni, sottovalutazioni e forme di prossimità che devono essere comprese sul piano politico e sociale. Ridurre l’antimafia alla sola celebrazione della memoria significherebbe separarla dalla dimensione concreta nella quale oggi operano le organizzazioni criminali. Perciò, il problema non riguarda la possibilità di contestare WikiMafia. Ogni associazione che interviene nel dibattito pubblico deve poter essere criticata e sottoposta a verifica, soprattutto quando assume posizioni politicamente rilevanti. Il problema nasce quando la critica non entra più nel merito delle analisi, ma tende a modificare la natura dell’interlocutore agli occhi dell’opinione pubblica. In quel passaggio, la discussione non riguarda più la fondatezza di una denuncia o la qualità di una proposta, ma la presunta appartenenza politica di chi la formula. Si produce così una dinamica che può avere conseguenze profonde sul funzionamento della democrazia. Se chi esercita una funzione di controllo viene sistematicamente rappresentato come parte dell’opposizione, ogni atto di vigilanza può essere neutralizzato prima ancora di essere discusso. La magistratura diventa politica, il giornalismo d’inchiesta diventa fazioso, l’associazionismo diventa militante. In questo modo il potere non è più chiamato necessariamente a rispondere nel merito, perché può concentrare la propria attenzione sulla legittimazione di chi pone le domande. L’antimafia è particolarmente vulnerabile a questo processo perché il suo campo di azione coincide spesso con le zone di maggiore permeabilità del potere. Le mafie contemporanee operano attraverso strutture imprenditoriali, professionisti, reti economiche e relazioni istituzionali che non possono essere comprese soltanto attraverso la dimensione repressiva. La qualità dell’azione antimafia dipende quindi dalla possibilità di osservare anche ciò che si colloca prima o intorno alla responsabilità penale, senza confondere l’analisi delle relazioni con l’attribuzione di colpe giudiziarie.

Per questa ragione l’autonomia dell’antimafia rispetto a governi e partiti costituisce una condizione essenziale della sua credibilità. Un’associazione che critica una maggioranza non diventa per questo espressione dell’opposizione, così come una critica rivolta a un’amministrazione di centrosinistra non la trasforma automaticamente in una realtà vicina alla destra. Il valore del controllo civile dipende precisamente dalla possibilità di esercitarlo indipendentemente dalla collocazione politica di chi, in un determinato momento, detiene il potere. La vicenda WikiMafia dovrebbe quindi essere letta non soltanto come un conflitto tra soggetti contrapposti, ma come un indicatore della qualità dello spazio pubblico. La domanda che pone riguarda la possibilità che l’antimafia continui a svolgere una funzione critica senza essere ricondotta sistematicamente a un’identità partitica. Se questa possibilità viene progressivamente ridotta, non è necessario che qualcuno vieti formalmente l’attività delle associazioni: è sufficiente che la loro credibilità venga erosa fino a rendere marginale ciò che denunciano. È un processo meno visibile di un attacco diretto, ma proprio per questo più difficile da riconoscere. Non produce necessariamente censura, ma una progressiva ridefinizione dei confini entro i quali l’antimafia viene considerata legittima. Finché commemora le vittime, richiama i valori della legalità o opera sul terreno educativo, il consenso può essere ampio e trasversale. Quando però interviene sulle scelte legislative, sui rapporti tra politica ed economia, sulle responsabilità delle classi dirigenti o sulle aree oscure che circondano il potere, il suo ruolo diventa inevitabilmente più conflittuale. La maturità democratica di un sistema politico non la si misura nella capacità di celebrare l’antimafia quando essa coincide con una memoria condivisa, ma nella disponibilità ad accettarne l’autonomia quando quella stessa antimafia formula domande scomode, contesta decisioni o mette in discussione relazioni che il potere preferirebbe non vedere sottoposte a esame.

Il caso WikiMafia consente di osservare l’emergere di un metodo politico e comunicativo nel quale la critica al potere rischia di essere trasformata in prova di appartenenza politica, e l’appartenenza politica utilizzata a sua volta per neutralizzare la critica. Occorre prestare molta attenzione, perché la questione non riguarda soltanto WikiMafia, né l’attuale maggioranza. Riguarda il limite che una democrazia decide di porre alla propria capacità di tollerare il controllo, soprattutto quando quel controllo non proviene dalle istituzioni, ma da una società civile che rivendica il diritto di osservare il potere senza doverne ottenere preventivamente il consenso.

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