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Mafie

La sicurezza non si costruisce inseguendo soltanto l’ultimo anello

Di Gianluca Prestigiacomo, Marco Milioni

2 AGOSTO 2026

La sicurezza non si costruisce inseguendo soltanto l’ultimo anello

Il dibattito politico sulla sicurezza, tanto a livello nazionale quanto nei territori, continua a essere prigioniero della stessa rappresentazione superficiale. Più pattuglie, videosorveglianza, illuminazione, vigili di quartiere e presìdi territoriali possono essere misure utili per controllare lo spazio pubblico, scoraggiare alcuni comportamenti e restituire ai cittadini la percezione della presenza dello Stato. Ma presentarle come la soluzione significa confondere il contenimento degli effetti con la rimozione delle cause. Lo spacciatore che vediamo in una strada, in un parco o nei pressi di una stazione rappresenta soltanto l’ultimo anello della catena: il più debole, il più esposto e, soprattutto, il più facilmente sostituibile. Arrestato o allontanato uno, il mercato ne trova rapidamente un altro. Nel frattempo, restano intatti i canali di approvvigionamento, i depositi, la logistica, i finanziatori, i fornitori, i sistemi di raccolta del denaro e coloro che reinvestono i profitti senza comparire mai sulla strada.

Una politica seria della sicurezza dovrebbe quindi chiedere innanzitutto il rafforzamento delle indagini di polizia giudiziaria: intercettazioni telefoniche e telematiche nei casi previsti dalla legge, osservazioni, pedinamenti, attività sotto copertura, consegne controllate, analisi dei flussi finanziari, accertamenti patrimoniali e cooperazione con le autorità straniere. Occorre seguire contemporaneamente la droga e il denaro, ricostruendo l’intera filiera criminale fino a raggiungere chi la dirige e ne trae i maggiori profitti. Il narcotraffico è infatti un fenomeno strutturalmente transnazionale, non un problema circoscritto alla strada o al quartiere nel quale si manifesta. Questo non significa che non servano più operatori. Significa che non basta aumentarne il numero per destinarli esclusivamente alla presenza visibile o agli interventi emergenziali. Servono investigatori specializzati, analisti, strumenti tecnologici, interpreti, risorse economiche e tempo per sviluppare indagini complesse, sotto il coordinamento dell’autorità giudiziaria e, quando ne ricorrano i presupposti, delle strutture distrettuali e nazionali competenti.

Il vero nodo, tuttavia, del quale la politica evita quasi sempre di parlare, è economico. Le indagini complesse costano. Non basta, dunque, chiedere genericamente altro personale: occorrono risorse economiche certe, adeguate e continuative, destinate ai reparti investigativi e agli uffici giudiziari che coordinano le indagini. Senza questi stanziamenti, anche un aumento degli organici rischia di tradursi soltanto in una maggiore presenza visibile nelle strade e nella gestione quotidiana dell’emergenza. Il personale serve, certamente, ma deve essere messo nelle condizioni di investigare, altrimenti si continuerà a intervenire sull’ultimo spacciatore della catena, lasciando sostanzialmente indisturbati coloro che organizzano gli approvvigionamenti, gestiscono i capitali e controllano il mercato. Questo dovrebbero chiedere al Governo tutte le forze politiche: non soltanto nuove assunzioni, telecamere o una maggiore presenza visibile degli operatori di polizia, ma investimenti strutturali nella capacità investigativa dello Stato. E dovrebbero farlo assumendosi anche la propria parte di responsabilità, soprattutto quando provengono da schieramenti che, nel corso degli anni, hanno sostenuto o formato maggioranze di governo, espresso propri rappresentanti nell’esecutivo e concorso alle decisioni sugli stanziamenti e sugli strumenti destinati alla sicurezza. Non è credibile presentarsi oggi come semplici osservatori o accusatori di un sistema al quale si è partecipato. La sicurezza non può diventare, alternativamente, uno strumento di propaganda per chi governa e un argomento di opposizione per chi ha governato.

La domanda da porre è molto più concreta: quante risorse si intendono realmente investire per colpire le reti criminali e non soltanto per contenerne le manifestazioni più visibili? Eppure, le proposte avanzate dalle diverse forze politiche, pur partendo spesso dalla constatazione condivisibile del fallimento delle politiche finora adottate, finiscono quasi sempre per riprodurre la stessa risposta: più visibilità, più controllo territoriale, più telecamere e più divise. Cambiano gli schieramenti, i governi e le amministrazioni, ma non l’impostazione. Il risultato è che il problema viene semplicemente spostato. Si presidia una strada e lo spaccio si trasferisce in quella successiva; si intensificano i controlli in un quartiere e la rete modifica luoghi, uomini e modalità operative. È una continua rincorsa agli effetti di un sistema che, a monte, rimane sostanzialmente intatto. La prevenzione non consiste soltanto nel trovarsi sul posto quando il reato è già visibile. Prevenire significa anche sviluppare indagini capaci di intercettare un carico prima che venga distribuito, individuare una rete prima che conquisti nuove piazze, sequestrare i profitti prima che siano reinvestiti e impedire che le organizzazioni criminali possano continuare a reclutare manovalanza facilmente sostituibile.

Ai cittadini bisognerebbe finalmente dire la verità: non esiste un piano credibile per la sicurezza che si limiti all’illuminazione, alle telecamere, ai vigili di quartiere e alla moltiplicazione dei presìdi. Questi strumenti possono essere utili, ma da soli non sono in grado di disarticolare le organizzazioni che alimentano i mercati criminali. O si costruisce una strategia investigativa stabile, coordinata e dotata di mezzi adeguati, capace di colpire le reti criminali nei territori e lungo le loro ramificazioni nazionali e internazionali, oppure la politica continuerà a utilizzare l’insicurezza come argomento permanente di propaganda e di consenso. E, a ogni nuova emergenza, ricomincerà esattamente lo stesso dibattito. Mentre nei territori non cambierà nulla.

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