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Inchieste

Fanelli: «Guardare oltre l’apparenza, altrimenti il giornalismo non è sé stesso»

Di Marco Milioni

5 AGOSTO 2026

Fanelli: «Guardare oltre l’apparenza, altrimenti il giornalismo non è sé stesso»

«La verità va sempre cercata». È questo il refrain che accompagna il percorso professionale di Raffaella Fanelli. Giornalista e scrittrice, il suo nome è associato a numerose inchieste da lei condotte sul campo, tra le carte e gli archivi. Dal delitto di via Poma a quello Pecorelli, dalle vicende della «Banda della Magliana» fino all’omicidio di Sarah Scazzi, la giornalista non si è mai fermata alla superficie. «Bisogna guardare oltre l’apparenza, altrimenti il giornalismo non è sé stesso» spiega Fanelli ai taccuini di Legalità etica.

Dunque, Raffaella, visto che si parla di giornalismo, di recente c'è stata una svolta nella vicenda dell'attentato esplosivo alla famiglia del giornalista e conduttore di Report Sigfrido Ranucci. La magistratura ha disposto alcuni arresti che riguardano i presunti esecutori del delitto. Rimane però l'incognita su movente e mandanti. E così per l'ennesima volta si riapre un dibattito senza fine sui cosiddetti livelli superiori. Perché questo leitmotiv intossica da decenni l'Italia?

«Eravamo convinti che, nel 2026, i giornalisti si cercasse di metterli a tacere con le querele temerarie, con le intimidazioni giudiziarie, con le richieste di risarcimento milionarie usate come arma per frenare le inchieste. Non con gli esplosivi. Non con la violenza. Con l'attentato a Sigfrido Ranucci è stato superato un confine che pensavamo appartenesse al passato. Eppure, è accaduto. L'indagine ha individuato quelli che, secondo l'accusa, sarebbero gli esecutori materiali dell'attentato. Ma il punto decisivo resta ancora senza risposta: chi ha ordinato l'attentato? Chi lo ha finanziato? Chi ha deciso che un giornalista dovesse essere colpito in quel modo? Ancora una volta emergono gli esecutori, mentre i mandanti rimangono nell'ombra».

Il 20 marzo di quest'anno è caduto il quarantasettesimo anniversario della morte del giornalista Mino Pecorelli. Su quel delitto la nebbia appare ancora fitta. Con un tuo libro del 2020 ossia La strage Continua, e poi con le tue inchieste giornalistiche dedicate all'argomento, sei riuscita ad aprire uno squarcio sulla vicenda. Oggi come stanno le cose?

«Con La strage continua ho permesso la riapertura delle indagini sul delitto del giornalista: ho trovato testimonianze importanti oltre al nome di chi per anni ha custodito la pistola usata dal killer di Pecorelli».

Che approccio hai seguito in questa tua inchiesta giornalistica?

«Ho continuato la mia indagine non considerando la morte di Mino Pecorelli come un delitto isolato, ma come un tassello inserito nella storia più ampia dell'Italia degli anni Settanta: caratterizzata dall'intreccio tra terrorismo, apparati dello Stato, criminalità organizzata e interessi politici.»

Più nel dettaglio come ti sei mossa?

«Attraverso documenti, testimonianze e nuovi elementi emersi nel corso degli anni, ho cercato di mettere in luce connessioni che, a mio avviso, meritano ancora di essere approfondite. Almeno da una Procura, quella di Roma. Ma a Roma è tutto fermo, purtroppo. Ho intervistato Vincenzo Vinciguerra. Ho parlato con Cristiano Fioravanti, con Walter Sordi e con altri ex appartenenti ai Nar.»

Parli dei Nuclei Armati Rivoluzionari, il gruppo terrorista legato alla galassia dell'estrema destra, che fu molto attivo negli anni Settanta?

«Sì, esatto. Ho raccolto e registrato la testimonianza di un ex funzionario della Dia, la Direzione Investigativa Antimafia, il quale indica il nome di chi intervenne per confondere le indagini. Ho rintracciato il primo carabiniere arrivato sul luogo dell'omicidio di Pecorelli, il quale mi ha parlato di Antonio Cornacchia.»

La cosa ha suscitato in te un dubbio?

«Direi più d'uno. Le domande che continuo a pormi sono diverse. Perché queste persone non vengono ascoltate dalla Procura? O meglio, come mai persone che potrebbero contribuire a chiarire le responsabilità dell'omicidio non vengono convocate dalla Procura di Roma? Chi sta ostacolando le indagini? C'è qualcuno che ha dato disposizioni particolari affinché il tutto avvenga sotto una cappa di immobilismo? È semplice pigrizia? È paura?»

Che risposte ti sei data?

«Non spetta a un giornalista stabilire la verità processuale. Spetta però al giornalismo continuare a porre domande quando ritiene che esistano piste ancora da approfondire. Spesso ho pensato che, se Mino Pecorelli fosse stato ucciso a Bologna e non a Roma, forse l'inchiesta non sarebbe destinata all'archiviazione. Perché la sensazione è che sulla capitale sia tornata quella nebbia che troppe volte ha avvolto le pagine più oscure della nostra storia.»

Proprio in ragione delle tue rivelazioni, il 22 marzo del 2023 tu fosti intervistata in una memorabile puntata di Atlantide, che costituisce per certi versi il lascito del conduttore e giornalista Andrea Purgatori: morto pochi mesi dopo in circostanze ancora da chiarire, in riferimento alle quali ben tre medici sono finiti a processo per omicidio colposo. Che ricordo hai di quella trasmissione? Perché la vicenda di Mino Pecorelli viene spesso descritta come il crocevia della storia italiana dopo la Seconda guerra mondiale? Sei d'accordo con questa definizione?

«Di Andrea Purgatori ricordo una telefonata. E ho scoperto, parlando con uno dei figli, che Andrea di massima non chiamava nessuno. So che il nostro Paese ha perso una voce libera. Ha perso uno dei suoi più bravi giornalisti, uno dei pochi capaci di affrontare le pagine più controverse della nostra storia senza pregiudizi, ma con il rigore dell'inchiesta. Quella puntata di Atlantide rappresenta uno dei momenti più importanti della mia vita, non solo professionale.»

C'è qualcosa che ricordi del suo modo di rapportarsi con le inchieste?

«Andrea Purgatori aveva una qualità rara: sapeva ascoltare i documenti prima ancora delle opinioni. Non era interessato alle suggestioni, ma ai fatti, agli atti, alle testimonianze. Per questo accettò di dedicare un'intera trasmissione al caso Pecorelli. Era convinto che quella vicenda non fosse soltanto un omicidio irrisolto, ma una chiave per comprendere una parte decisiva della storia della Repubblica. Quanto a Mino Pecorelli, sì, condivido la definizione secondo cui il suo omicidio rappresenta un crocevia della storia italiana del dopoguerra.»

Come affrescheresti la figura di Pecorelli?

«Pecorelli era un giornalista atipico, con fonti incredibili. In Pecorelli e nei suoi articoli confluiscono le vicende principali della nostra storia, dal terrorismo alla strategia della tensione, dal caso Moro ai rapporti tra apparati dello Stato, criminalità organizzata, logge massoniche e poteri politici. Per questo ritengo che il delitto Pecorelli non possa essere letto come un semplice omicidio di cronaca. È uno spartiacque».

Continuerai a occupartene?

«Sì. Certo, lo farei non per riaprire polemiche, ma perché sono convinta che su quel delitto non sia stata ancora scritta l'ultima parola. Ogni nuovo documento, ogni nuova testimonianza, ogni tassello recuperato può contribuire a restituire un pezzo di verità non solo su Mino Pecorelli, ma su un'intera stagione della nostra democrazia. A fronte di tutto ciò, continuo a domandarmi come mai la Procura capitolina sia così poco incisiva sul punto.»

In ambito giornalistico tu sei una di quelle persone che nella vicenda Pecorelli ci hanno messo anima e corpo. La cosa però ti è costata un processo penale per diffamazione per aver seguito la pista dell'eversione nera. Ne sei uscita a testa alta con un'assoluzione dopo un processo al Tribunale di Verona, definito proprio da te assurdo. Come mai, tranne qualche eccezione, i media ti hanno snobbata in questa vicenda? La posta in gioco è troppo alta?

«La pista che porta ai Nar e che emerge dalle testimonianze, tante, e dai documenti che ho raccolto evidentemente ha infastidito chi non poteva querelarmi personalmente. Ma poco importa. Sono stata assolta, e quella sentenza ha confermato la correttezza del mio lavoro. Quanto al silenzio di gran parte dei colleghi, preferisco non attribuirlo ad altro se non a una mancanza di attenzione.»

E poi?

«E poi che cosa vuoi che ti dica. Noi giornalisti siamo sempre tutti affaccendati in altre notizie. Che la vicenda Pecorelli tocchi equilibri delicati, interessi e pagine ancora controverse della storia italiana è fuori discussione. Ed è di questo che dovremmo continuare a occuparci, non della sottoscritta. Mino Pecorelli era un giornalista ed è stato ucciso per il suo lavoro. E non è solo Raffaella Fanelli a doversi interrogare sull'inerzia di una parte della magistratura. Pecorelli era un nostro collega.»

Dove potrebbe portare la tua pista?

«La mia inchiesta è finita a Bologna. Nella sentenza che ha condannato all'ergastolo per la strage alla stazione l'ex Nar Gilberto Cavallini c'è un intero capitolo sull'omicidio Pecorelli. C'è la mia inchiesta. Dove porta? Porta ai Nar.»

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