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Inchieste

L’attentato a Sigfrido Ranucci e il livello internazionale che l’inchiesta non può ignorare

Di Gianluca Prestigiacomo, Marco Milioni

4 AGOSTO 2026

L’attentato a Sigfrido Ranucci e il livello internazionale che l’inchiesta non può ignorare

Torniamo sull’attentato a Sigfrido Ranucci perché l’individuazione dei presunti esecutori e la conferma del metodo mafioso non esauriscono la ricerca della verità. La natura del bersaglio, le inchieste condotte da Report e la rete di interessi nazionali e internazionali raggiunta dalla redazione impongono di guardare oltre la manovalanza, verso il livello nel quale potrebbero essere maturati il movente e la decisione di colpire.

Un attentato contro un giornalista non si comprende necessariamente identificando soltanto la mano che ha collocato l’ordigno. La manovalanza, la logistica e il metodo impiegato rappresentano il livello operativo dell’azione. Indicano chi può aver procurato l’esplosivo, eseguito un sopralluogo, individuato il luogo, trasportato la bomba e provocato la detonazione. Non rivelano automaticamente l’intera rete degli interessi coinvolti, né consentono da soli di stabilire chi abbia concepito l’azione e quale risultato intendesse ottenere. Nel caso dell’attentato contro Sigfrido Ranucci, il Tribunale del Riesame di Roma ha confermato le misure cautelari nei confronti dei quattro presunti esecutori materiali, tutti campani, mantenendo anche la contestazione del metodo mafioso. Si tratta di una decisione assunta nella fase cautelare, non di una sentenza definitiva: le responsabilità individuali dovranno essere accertate nel processo e per tutti gli indagati vale la presunzione di non colpevolezza.

La conferma del quadro cautelare costituisce comunque un elemento che non può essere minimizzato. L’azione viene descritta dall’accusa come organizzata, affidata a più persone e idonea a produrre un’intimidazione capace di oltrepassare il danno materiale. Ma proprio la contestazione del metodo mafioso impone di non confondere due piani differenti. Il primo riguarda la modalità con cui si è scelto di colpire. Il secondo riguarda l’interesse per il quale si è deciso di farlo. L’origine territoriale dei presunti esecutori non dimostra, di per sé, l’esistenza di una regia unicamente camorristica. Allo stesso modo, il ricorso a persone provenienti da ambienti criminali campani non consente di concludere che il movente debba necessariamente essere ricercato all’interno di quegli stessi ambienti. Una struttura criminale può fornire uomini, mezzi, relazioni e capacità intimidatoria senza coincidere con il livello nel quale è maturata la decisione di agire. Fermarsi alla manovalanza significherebbe scambiare la catena esecutiva per l’intera architettura dell’attentato.

Sigfrido Ranucci non è stato colpito esclusivamente come individuo. È il volto di una redazione che da anni ricostruisce le relazioni esistenti tra criminalità organizzata, politica, amministrazioni pubbliche, imprese, apparati istituzionali e centri di influenza economica. Il lavoro di Report non consiste soltanto nel denunciare singoli reati. Il suo elemento più destabilizzante risiede nella capacità di mostrare le connessioni: la zona nella quale interessi formalmente legittimi entrano in rapporto con strutture criminali; il punto nel quale decisioni pubbliche, affari privati, relazioni politiche e protezioni istituzionali finiscono per sostenersi reciprocamente. Un metodo che trasforma una trasmissione giornalistica in un problema per soggetti molto diversi tra loro. La criminalità organizzata può temere la ricostruzione dei propri investimenti e delle proprie relazioni, un esponente politico può temere che emerga la rete di interessi che ne accompagna le decisioni, un imprenditore può voler impedire che vengano illuminati finanziamenti, appalti o società, un apparato istituzionale può considerare pericolosa la divulgazione di responsabilità, omissioni o complicità, così come un centro di potere straniero può avere interesse a contrastare una redazione capace di rendere pubbliche relazioni che superano i confini italiani.

Non occorre immaginare una cabina di regia nella quale tutti questi soggetti si incontrino e concordino un’unica strategia. Nei sistemi complessi, interessi differenti possono convergere senza essere coordinati. La delegittimazione politica, la pressione aziendale, l’intimidazione criminale, l’azione giudiziaria e la minaccia economica possono nascere separatamente e produrre il medesimo risultato: isolare la redazione, ridurne l’autonomia e comprometterne l’autorevolezza. La ricerca del movente dovrebbe quindi prendere in considerazione non soltanto il contenuto delle inchieste già trasmesse, ma anche quelle in preparazione al momento dell’attentato, le fonti contattate, i documenti acquisiti, le piste ancora non pubbliche, le eventuali pressioni ricevute e gli interessi economici o politici che quelle attività stavano avvicinando. Un attentato può essere concepito per punire ciò che un giornalista ha già pubblicato. Ma, soprattutto, può servire anche a impedire ciò che si teme possa ancora pubblicare. Insomma, ridurre il caso Ranucci a una vicenda esclusivamente italiana significherebbe ignorare la natura stessa delle inchieste condotte da Report. Già nel febbraio 2025, otto mesi prima dell’attentato, la trasmissione aveva dedicato una parte rilevante di una puntata al ruolo di Elon Musk nell’amministrazione di Donald Trump, ai finanziamenti destinati alla campagna presidenziale e al controllo esercitato dall’imprenditore su settori strategici come le telecomunicazioni satellitari, lo spazio, le piattaforme digitali e la robotica. Il servizio collegava esplicitamente quelle concentrazioni di potere a possibili rischi per la sicurezza nazionale. Questo dato non consente di stabilire alcun rapporto tra quell’inchiesta e l’attentato. Dimostra, però, che prima dell’esplosione la redazione aveva già rivolto la propria attenzione verso il cuore politico, finanziario e tecnologico dell’attuale potere statunitense.

Dopo l’attentato, il lavoro è proseguito e si è ulteriormente avvicinato all’entourage presidenziale americano. Nell’aprile e nel maggio 2026 Report ha mandato in onda inchieste sui rapporti tra figure inserite nell’orbita di Trump, la coppia presidenziale e Jeffrey Epstein, utilizzando testimonianze raccolte all’estero e documenti desecretati dal Dipartimento di Giustizia statunitense. Questi servizi sono successivi alla bomba del 16 ottobre 2025 e, proprio per questo, non possono essere retrodatati e trasformati arbitrariamente nel movente dell’attentato. Farlo significherebbe forzare la cronologia e sostituire alle prove una suggestione. Essi dimostrano tuttavia due circostanze rilevanti. La prima è che il raggio d’azione di Report arriva stabilmente fino a reti politiche e relazionali poste ai livelli più elevati del potere internazionale. La seconda è che, dopo l’attentato, la redazione non ha ridotto quella capacità investigativa, continuando a produrre contenuti potenzialmente sgraditi anche a figure collegate alla presidenza degli Stati Uniti.

Allo stato delle conoscenze pubbliche, non esiste alcun elemento che permetta di attribuire all’entourage di Donald Trump un ruolo nell’attentato contro Ranucci. Affermarlo sarebbe irresponsabile e giuridicamente insostenibile. Ma da questa necessaria cautela non deriva l’obbligo opposto di escludere preventivamente ogni dimensione internazionale. L’attività investigativa dovrebbe verificare se, prima dell’attentato, la redazione stesse lavorando su vicende capaci di coinvolgere ulteriori interessi statunitensi, reti economiche transnazionali, circuiti della sicurezza, sistemi di finanziamento politico o relazioni tra la destra italiana e quella americana. Non per costruire un colpevole oltreoceano, ma per evitare che la ricerca del movente venga confinata nel luogo dal quale provengono i presunti esecutori. Le mani possono essere locali mentre l’interesse è altrove. È una possibilità investigativa, non una conclusione.

Nelle indagini sugli attentati complessi, il livello più facilmente individuabile è spesso quello operativo. Chi acquista un telefono, noleggia un’automobile, procura un esplosivo o compare nelle immagini di una telecamera lascia tracce materiali. Il livello superiore opera invece attraverso mediazioni, allusioni, interessi non dichiarati e rapporti che possono non assumere mai la forma di un ordine esplicito. Per questo l’individuazione degli esecutori, pur essenziale, non coincide con l’accertamento del movente. Anche l’eventuale ricostruzione di una catena composta da un mandante, un intermediario e quattro esecutori non esaurirebbe necessariamente l’indagine. Resterebbe da comprendere quale interesse abbia messo in moto quella catena, quali informazioni fossero state trasmesse, quale risultato fosse atteso e chi potesse beneficiare dell’intimidazione.

Il mandante materiale e il portatore dell’interesse non sono sempre la stessa persona. Si può ordinare un’azione per una ragione propria. La si può però compiere anche per accreditarsi presso altri, proteggere relazioni più ampie, impedire che emergano affari condivisi o offrire un servizio a un ambiente di potere dal quale ci si attende una contropartita. Nessuna di queste possibilità può essere applicata automaticamente al caso Ranucci. Rappresentano però categorie investigative necessarie quando il bersaglio è una redazione che ha attraversato mondi criminali, politici, economici e istituzionali molto differenti. La pista internazionale non dovrebbe essere considerata un’alternativa a quella mafiosa. Potrebbe costituirne il livello superiore. L’errore più semplice consisterebbe nel cercare una sola inchiesta capace di spiegare tutto. Un attentato contro Report può non nascere dalla reazione a un singolo servizio. Può derivare dall’accumulo di ostilità prodotto da anni di lavoro, dalla percezione che la redazione abbia raggiunto una soglia pericolosa oppure dalla convinzione che Ranucci rappresenti un ostacolo comune a soggetti diversi. La criminalità organizzata ha interesse a proteggere i propri capitali e le proprie relazioni. La politica può avere interesse a impedire che emergano sistemi di condizionamento o scambio. Alcuni apparati possono voler evitare che diventino pubbliche omissioni, protezioni e conflitti interni. Grandi interessi economici, nazionali o stranieri, possono considerare intollerabile una forma di giornalismo che non si limita a registrare dichiarazioni, ma segue denaro, proprietà, intermediari e rapporti personali. Questi interessi non devono necessariamente comunicare tra loro per esercitare una pressione convergente. La bomba rappresenta la forma più violenta di quella pressione. Non è, però, l’unica. Attorno a Report agiscono contemporaneamente contestazioni politiche, richieste risarcitorie, campagne mediatiche, divulgazione selettiva di intercettazioni, sospetti sulle fonti e verifiche aziendali. Ognuno di questi atti possiede una propria origine e può avere una giustificazione autonoma. Osservati insieme, delineano tuttavia un progressivo restringimento dello spazio nel quale la redazione può operare. Non serve dimostrare l’esistenza di un complotto unitario per riconoscere l’effetto sistemico. Pertanto, potrebbe essere anche questo il quadro da cui emergerebbe la decisione della Rai di sospendere cautelativamente le repliche estive di Report, peraltro accessibili dal portale RaiPlay. Quindi, una decisione fondamentalmente pretestuosa e inutile.

Il provvedimento è stato assunto il 10 luglio, dichiaratamente in attesa che venisse fatta piena chiarezza sulla vicenda Ranucci. Successivamente l’azienda ha attivato la Commissione stabile per il Codice etico e, il 30 luglio, ha comunicato di aver chiesto alla Procura di Roma il via libera necessario per avviare anche un audit interno, evitando interferenze con l’indagine penale. La Rai ha il diritto di verificare il rispetto delle proprie regole. La gestione delle fonti, l’autonomia della redazione, l’accuratezza dei servizi e l’eventuale presenza di condizionamenti esterni sono questioni legittime per un’azienda concessionaria del servizio pubblico. Il significato della sospensione non può però essere valutato soltanto attraverso la sua forma amministrativa. Le puntate escluse dal palinsesto lineare sono rimaste disponibili su RaiPlay. Alla sospensione di una replica dedicata al ponte Morandi, oltre cinquantamila persone si sono collegate alla piattaforma nell’orario in cui sarebbe dovuta andare in onda, facendo registrare accessi dieci volte superiori alla media dei giorni precedenti. Il catalogo di Report continua ancora oggi a essere accessibile sulla piattaforma digitale della stessa Rai. La decisione non ha quindi impedito al pubblico di vedere quei contenuti. Sul piano tecnico, il provvedimento è risultato sostanzialmente inefficace. Sul piano simbolico, invece, ha prodotto un messaggio molto chiaro: l’azienda ha ritenuto necessario prendere pubblicamente le distanze dalla propria trasmissione d’inchiesta mentre l’indagine sulla bomba era ancora in corso e il movente rimaneva da accertare. Il centro istituzionale della vicenda si è così spostato: dalla ricerca di chi aveva deciso di colpire si è passati alla verifica di chi era stato colpito.

Non esistono elementi per sostenere che la sospensione delle repliche sia stata ordinata dal governo statunitense o richiesta da ambienti vicini alla presidenza americana. Non occorre però un ordine esplicito perché un’istituzione politicamente dipendente sviluppi una forma di obbedienza preventiva. Il Media Freedom Rapid Response, nel rapporto pubblicato nel luglio 2026, ha definito persistente l’interferenza politica nella Rai e ha sostenuto che il sistema di nomina permette alla maggioranza di governo di controllare il consiglio di amministrazione e, indirettamente, l’amministratore delegato e la presidenza. Lo stesso rapporto considera i modelli di governo e finanziamento della Rai non conformi agli standard di indipendenza previsti dall’European Media Freedom Act. Anche la Commissione europea ha rilevato il permanere di preoccupazioni sull’indipendenza e sulla sostenibilità finanziaria del servizio pubblico. Il rapporto europeo richiama inoltre l’indicatore di rischio elevato assegnato all’indipendenza dei media pubblici italiani dal Media Pluralism Monitor 2026. In un simile assetto, le scelte della Rai non possono essere lette come se provenissero da un soggetto completamente separato dalla politica. Questo non significa che ogni decisione aziendale venga impartita direttamente dal governo. Significa che i vertici conoscono la struttura dalla quale dipendono, gli equilibri che ne hanno consentito la nomina, le sensibilità della maggioranza e le relazioni internazionali che l’esecutivo considera strategiche. L’obbedienza preventiva nasce proprio da questa consapevolezza. Non attende necessariamente la telefonata con cui viene imposto un comportamento. Anticipa il desiderio del potere, evita il conflitto, riduce il rischio istituzionale e offre un segnale di affidabilità. Quando una redazione del servizio pubblico indaga su soggetti vicini alla presidenza statunitense, sulle relazioni tra la destra americana e quella italiana, sui grandi interessi tecnologici e sui rapporti tra potere politico e reti economiche transnazionali, una Rai strutturalmente dipendente dalla maggioranza può avvertire la necessità di ridimensionarne l’autonomia anche senza ricevere istruzioni da Washington. Non è possibile affermare che questo sia accaduto nel caso specifico. È però possibile osservare che la sospensione delle repliche ha prodotto un risultato oggettivamente funzionale agli interessi di quanti, in Italia e fuori dall’Italia, considerano Report una presenza scomoda: ha indebolito pubblicamente la posizione della redazione e ha trasformato la vittima dell’attentato nel soggetto sottoposto a verifica.

Il rapporto tra il governo italiano e gli Stati Uniti non deve essere rappresentato attraverso una caricatura. La subordinazione politica non consiste necessariamente nell’esecuzione meccanica di disposizioni provenienti dall’estero. Può manifestarsi nell’adozione spontanea delle priorità, delle sensibilità e dei confini stabiliti dall’alleato più forte. Un governo può mantenere divergenze occasionali con Washington e, nello stesso tempo, considerare essenziale la propria appartenenza al sistema politico, militare ed economico guidato dagli Stati Uniti. Può difendere formalmente l’autonomia nazionale e modellare concretamente una parte delle proprie scelte sulla necessità di preservare il rapporto con l’amministrazione americana. In questo contesto, una trasmissione che indaga sui protagonisti dell’attuale potere statunitense non rappresenta soltanto un problema giornalistico. Può diventare un elemento di disturbo nelle relazioni politiche che il governo intende proteggere. La Rai non ha cancellato le inchieste. Ha compiuto qualcosa di più sottile: ha manifestato pubblicamente la propria cautela verso chi le aveva realizzate. La sospensione delle repliche ancora accessibili online non aveva una reale funzione interdittiva. Ha assunto la forma di una dichiarazione di distanza. Ha mostrato che l’azienda non considerava prioritario difendere senza esitazioni la propria redazione, ma proteggere anzitutto la propria immagine e la propria compatibilità con il quadro politico. È questa la ragione per cui la scelta può essere letta come un atto di obbedienza istituzionale. Certo, non costituisce la prova di una regia americana, ma rivela un servizio pubblico disposto a sottoporre a verifica il proprio giornalismo d’inchiesta nel momento in cui quel giornalismo entra in conflitto con interessi molto più grandi della stessa azienda.

Chiedere che il perimetro investigativo venga esteso agli interessi transnazionali raggiunti da Report non significa accusare Donald Trump, la sua amministrazione o il suo entourage di aver avuto un ruolo nell’attentato. Una simile affermazione non è sostenuta, allo stato, da alcun elemento pubblico. Significa sostenere che la ricerca del movente non può arrestarsi alla provenienza dei presunti esecutori né alla prima catena di relazioni ricostruita dagli inquirenti. Dovrebbero essere esaminate tutte le attività della redazione nel periodo precedente all’attentato: le inchieste già trasmesse, quelle in lavorazione, le fonti avvicinate, le richieste di documenti, le comunicazioni ricevute, le minacce, le pressioni legali e gli interessi economici raggiunti. Dovrebbero essere ricostruiti anche i rapporti internazionali dei soggetti che compaiono nella catena investigativa, verificando se il livello operativo sia stato mosso soltanto da un interesse personale o se abbia agito all’interno di una rete più ampia. Perciò, non si tratta di individuare preventivamente un colpevole oltreoceano, ma decidere preventivamente che il colpevole debba trovarsi soltanto in Italia.

L’attentato contro Ranucci ha utilizzato una forma di violenza tipica del metodo mafioso: colpire la casa, coinvolgere simbolicamente la famiglia, dimostrare di conoscere abitudini e vulnerabilità, generare paura ben oltre il momento dell’esplosione. Ma il metodo scelto non identifica necessariamente l’intero sistema che aveva interesse a produrre quell’effetto. Report ha dimostrato nel tempo che le mafie non vivono separate dalla società legale. Si muovono attraverso imprese, professionisti, rappresentanti politici, amministrazioni, finanza e relazioni internazionali. La forza della redazione consiste proprio nell’aver mostrato che il potere criminale non rimane confinato nelle organizzazioni mafiose, ma diventa realmente pericoloso quando incontra parti delle istituzioni e dell’economia legale. La stessa chiave interpretativa dovrebbe essere applicata all’attentato. La presenza di manovalanza criminale e l’uso del metodo mafioso non dovrebbero chiudere l’indagine. Anzi. Dovrebbero aprirla. Dietro gli esecutori può esserci un mandante, dietro il mandante può esserci un interesse, attorno a quell’interesse possono convergere soggetti che non appartengono alla stessa organizzazione, non condividono la medesima storia e forse non si sono mai incontrati. Ciò che li unisce è il beneficio prodotto dall’indebolimento di Report. La sospensione delle repliche, le verifiche sulle fonti e l’eventuale audit non dimostrano l’esistenza di questa regia, ma che l’attentato ha già raggiunto almeno una parte del proprio effetto: la redazione è costretta a difendere il proprio metodo, mentre il servizio pubblico prende le distanze e il movente della bomba rimane ancora privo di una spiegazione definitiva. La verità non sarà completa quando saranno identificati soltanto coloro che avrebbero trasportato e collocato l’esplosivo. Sarà completa quando verrà chiarito quale sistema di interessi abbia ritenuto utile colpire Sigfrido Ranucci e chi, in Italia o fuori dall’Italia, potesse trarre vantaggio dal silenzio, dall’isolamento o dalla delegittimazione della sua redazione. Il rischio più grave è scambiare le mani che hanno eseguito l’attentato per il limite ultimo della vicenda. Quelle mani potrebbero rappresentarne soltanto il livello più individuabile.

Negli ultimi giorni il caso Ranucci è tornato al centro del dibattito pubblico. Una parte rilevante dell’attenzione si è concentrata sui rapporti personali e professionali del giornalista, sulle sue fonti e sulle scelte compiute dalla redazione di Report. Si tratta di aspetti che possono essere legittimamente verificati, ma che non devono sostituire l’accertamento del movente, della committenza e dell’intera rete di interessi che potrebbe aver tratto beneficio dall’intimidazione. Non vi sono, allo stato, elementi pubblici sufficienti per sostenere l’esistenza di una regia unitaria o di un’operazione eversiva. È però necessario verificare se pressioni di diversa natura (criminali, politiche, economiche e istituzionali) abbiano finito per convergere nel medesimo risultato: l’isolamento di Ranucci e l’indebolimento della sua redazione. Un attentato contro il volto pubblico di una trasmissione d’inchiesta produce infatti un messaggio che supera la persona direttamente colpita e raggiunge colleghi, fonti e cittadini disposti a collaborare con il giornalismo investigativo. In questo quadro assume rilievo anche l’intervista trasmessa dal Tg1 il 12 luglio 2026 a monsignor Gianni Fusco, ritratto nel 2023 a cena con Ranucci e Valter Lavitola. Fusco ha riferito che durante l’incontro si parlò della vicenda Becciu e ha negato di essere la fonte vaticana di Report. La sua dichiarazione rende opportuno ricostruire con precisione la provenienza dei materiali utilizzati nelle inchieste vaticane della trasmissione, evitando tuttavia di attribuire a Fusco o ad altri soggetti ruoli che non trovino riscontro in documenti o testimonianze verificabili.

La presenza, nelle vicende affrontate da Report, di figure provenienti dagli ambienti dell’intelligence, della sicurezza e della diplomazia ecclesiastica giustifica un approfondimento delle relazioni e dei flussi informativi esistenti. Non consente, invece, di dedurre automaticamente l’esistenza di un’operazione organizzata per compromettere la credibilità della trasmissione. Tale ipotesi potrebbe essere formulata soltanto in presenza di elementi capaci di dimostrare un coordinamento, una finalità comune e una precisa catena di responsabilità. Il compito dell’informazione indipendente è ampliare il campo dell’analisi senza sostituire alle ricostruzioni ufficiali una diversa narrazione altrettanto priva di riscontri. L’attenzione deve rimanere concentrata sul movente dell’attentato, sui soggetti che possono averlo commissionato e sugli interessi, italiani o internazionali, eventualmente raggiunti dal lavoro di Report. In assenza di prove di una regia unitaria, è già possibile osservare una convergenza oggettiva di pressioni capace di restringere lo spazio del giornalismo d’inchiesta e di condizionare il pluralismo del servizio pubblico.

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