Taranto e la Sovranità Industriale Europea: Dal Declino dell'Ex ILVA al Laboratorio Strategico del Mediterraneo il dibattito contemporaneo su Taranto e sul polo siderurgico dell’ex ILVA ha subito, nei primi mesi del 2026, una metamorfosi radicale, spostandosi da una dimensione puramente locale, sanitaria e occupazionale, a una questione di sicurezza nazionale ed europea. Il susseguirsi di contributi giornalistici, dall’inchiesta di Milena Gabanelli sul Corriere della Sera (“Ilva di Taranto in vendita: offerte inaccettabili, perché ci conviene nazionalizzarla”, 2026) al servizio di PresaDiretta del marzo 2026, ha riportato al centro del dibattito una questione ormai difficilmente riducibile alla sola dimensione locale: Taranto è diventata uno dei nodi della riflessione europea sull’autonomia strategica, sulla sicurezza energetica e sulla sostenibilità ambientale. In un contesto globale segnato dai conflitti del Mar Nero e del Golfo Persico e dalla militarizzazione delle rotte marittime, il valore dell'impianto jonico deve essere ricalibrato non certo sulla base della sua attuale redditività di mercato, ma sulla sua funzione di asset industriale strategico per il continente. Anatomia di una crisi strutturale: i numeri del declino Tra la seconda metà degli anni Settanta e l'inizio degli anni Ottanta, con oltre 20.000 addetti diretti e una capacità produttiva superiore agli 11 milioni di tonnellate annue, Taranto rappresentava uno dei vertici della siderurgia europea. L'impianto era il motore dell'economia del Mezzogiorno e uno dei principali poli di approvvigionamento dell'industria manifatturiera italiana. Nel 2026 la forza lavoro diretta è scesa a circa 8.000 unità, con un indotto in costante contrazione e una quota massiccia di lavoratori in cassa integrazione. La produzione è crollata ai minimi storici, attestandosi nel 2026 su livelli largamente insufficienti a garantire l'equilibrio economico degli impianti a ciclo integrale.
Questa crisi industriale è d’altra parte inscindibile da una crisi sanitaria, ambientale e sociale ampiamente documentata. Nel SIN di Taranto, gli studi epidemiologici del progetto SENTIERI dell'Istituto Superiore di Sanità hanno documentato eccessi di mortalità complessiva e per specifiche cause, tra cui il tumore del polmone e le malattie dell’apparato respiratorio e cardiovascolare. Altri studi condotti sulla popolazione residente hanno evidenziato effetti più marcati nei quartieri Tamburi e Borgo e, nella fascia 0-14 anni, incrementi della mortalità per patologie respiratorie e tumori. A queste evidenze si affiancano le Valutazioni del Danno Sanitario elaborate da ARPA Puglia, AReSS e ASL Taranto con riferimento allo stabilimento siderurgico. Il risultato è una città "sospesa", dove il diritto al lavoro e il diritto alla salute sono entrati in un conflitto apparentemente insanabile, portando alla paralisi della pianificazione territoriale e industriale. Oltre la logica di mercato: il ruolo dell'intervento pubblico L'inchiesta del Corriere della Sera ha evidenziato come le offerte di acquisizione dell'ex ILVA si siano rivelate "inaccettabili" da parte delle autorità governative. Tale giudizio non deriva soltanto dalla valutazione economica delle offerte, ma dalla difficoltà di affidare al solo mercato la valorizzazione di fattori che eccedono la redditività dell'investimento: il valore della sovranità industriale, il costo delle bonifiche ambientali e la continuità delle filiere manifatturiere europee. In questo quadro, un intervento diretto dello Stato, fino all'ipotesi della nazionalizzazione, emerge non come un ritorno a modelli economici obsoleti, ma come una possibile risposta alla difficoltà del mercato di sostenere da solo una trasformazione di questa scala. Lo Stato, diversamente dai fondi di investimento o dalle multinazionali straniere, ha la capacità di internalizzare le esternalità ambientali e sociali, garantendo una governance che punti alla trasformazione tecnologica piuttosto che al semplice profitto trimestrale. Tuttavia, la domanda che sorge spontanea è se una soluzione puramente nazionale sia sufficiente per un impianto che, per dimensioni e posizione, appartiene de facto al sistema industriale europeo. Il ciclone geopolitico: la crisi mediorientale e il blocco di Hormuz.
La crisi mediorientale del 2026 e la de facto chiusura dello Stretto di Hormuz hanno messo a nudo la vulnerabilità energetica e industriale europea, aggravando i costi e i rischi di approvvigionamento dei settori energivori, siderurgia compresa. L'escalation militare nel Golfo Persico e la conseguente chiusura dello Stretto di Hormuz hanno innescato uno shock sistemico che ha aggravato i costi e i rischi di approvvigionamento dei settori energivori europei, siderurgia compresa. Hormuz non è solo un passaggio per il petrolio; è il punto di transito per circa 20 milioni di barili di greggio al giorno e l'unica via d'uscita per il Gas Naturale Liquefatto (GNL) prodotto dal Qatar, uno dei principali fornitori dell'Europa.
Il blocco di Hormuz ha quindi dimostrato che l'autonomia energetica e industriale europea è estremamente fragile. Quando le rotte marittime vengono interrotte, si assiste a un triplice effetto negativo: aumento vertiginoso dei costi energetici; rialzo dei prezzi delle materie prime; rischio di ulteriori pressioni stagflazionistiche.
In questo scenario, la dipendenza dell'Europa dall'acciaio d'importazione - la cui quota sul consumo apparente dell'Unione ha raggiunto il record del 29% nel terzo trimestre del 2025 - rappresenta un elemento di vulnerabilità strategica. Se l'Europa perde ulteriore capacità produttiva interna, aumenta la propria esposizione a fornitori esterni e a rotte commerciali condizionate dalle crisi geopolitiche. In questo stesso quadro di vulnerabilità, dal 1° luglio 2026 il nuovo regolamento europeo sull’acciaio ha ridotto a 18,3 milioni di tonnellate annue i contingenti importabili in esenzione da dazi e ha portato al 50% il dazio sulle quantità eccedenti. La scelta europea segnala una direzione precisa: contenere gli effetti della sovraccapacità globale senza rinunciare alla propria base siderurgica. In questa prospettiva Taranto non è soltanto un problema industriale nazionale, ma una componente della sicurezza delle filiere europee del automotive, della meccanica e delle costruzioni.
La Puglia come dorsale energetica e hub dell'idrogeno? Uno degli aspetti più rilevanti della cornice strategica europea riguarda il ruolo della Puglia come porta d'ingresso energetica dell'Europa. La regione non è solo il luogo fisico che ospita l'acciaieria, ma è il terminale di infrastrutture che definiscono la sicurezza degli approvvigionamenti continentali. La presenza del gasdotto TAP (Trans Adriatic Pipeline), garantendo un afflusso costante di gas dall'Azerbaigian, rafforza la diversificazione degli approvvigionamenti energetici europei e assume particolare rilievo nella fase di transizione del sistema industriale. Parallelamente, la Puglia si è affermata come uno dei principali poli italiani delle energie rinnovabili, con un primato nazionale nell'eolico e una presenza particolarmente rilevante nel fotovoltaico. I dati Terna di febbraio 2026 indicano, più in generale, una crescita del 27,8% della produzione italiana da fonti rinnovabili rispetto allo stesso mese del 2025. In questo quadro, la dotazione pugliese di eolico e fotovoltaico costituisce una base significativa per lo sviluppo di una filiera dell'idrogeno verde. In questo contesto si inserisce il progetto “Puglia Green Hydrogen Valley”, che prevede due impianti, a Brindisi e Taranto, per una capacità di elettrolisi complessiva di 160 MW, alimentati da impianti rinnovabili dedicati per una potenza complessiva di circa 650 MW. A regime, il progetto punta a produrre circa 250 milioni di metri cubi di idrogeno verde all'anno, destinati prevalentemente ai settori industriali difficili da decarbonizzare, tra cui il polo siderurgico di Taranto. La sinergia tra porto, acciaieria e rete energetica è ulteriormente rafforzata dal progetto "SoutH2 Corridor", un corridoio di 3.300 km che collegherà il Nord Africa alla Germania attraverso l'Italia, trasportando idrogeno rinnovabile a costi competitivi. Qui, Taranto figura tra i cluster di domanda italiani individuati lungo il corridoio, posizionando la città al centro della futura "autostrada dell'energia" europea.
La trasformazione tecnologica: dall'altoforno a DRI, forni elettrici e idrogeno? Questa infrastruttura energetica acquista il suo significato industriale proprio nella possibile trasformazione del ciclo siderurgico. Il caso svedese di SSAB (progetto HYBRIT) ha dimostrato come sia possibile produrre acciaio "fossil free" sostituendo il carbone con l'idrogeno nel processo di riduzione del minerale di ferro. L’applicazione di questo modello a Taranto richiede un profondo piano di riconversione industriale basato sull'installazione di forni elettrici ad arco (EAF) e impianti di produzione di preridotto (DRI) a cui la DRI d'Italia (società controllata da Invitalia) sta già lavorando, con l'obiettivo di integrare l'idrogeno verde nel ciclo produttivo.
La transizione tecnologica richiede tuttavia volumi di energia elettrica e di idrogeno che la rete infrastrutturale sta solo ora iniziando a rendere disponibili su scala adeguata. La sfida non è però soltanto tecnologica, ma anche economica e commerciale. In un mercato segnato dalla sovraccapacità globale e dalla pressione esercitata dall’acciaio prodotto a basso costo e con processi ad alta intensità emissiva, l’Europa ha progressivamente rafforzato gli strumenti a tutela della propria transizione industriale. In questa direzione si colloca il CBAM (Carbon Border Adjustment Mechanism), entrato nella sua fase definitiva nel gennaio 2026, che attribuisce un costo alle emissioni di carbonio incorporate in determinate categorie di prodotti importati nell’Unione, tra cui acciaio, alluminio, cemento e idrogeno. Per la siderurgia europea, il CBAM mira quindi a ridurre il divario competitivo rispetto all’acciaio importato prodotto con processi ad alta intensità emissiva, rendendo meno penalizzanti gli investimenti richiesti dalla decarbonizzazione.
E l’ipotesi di una Società Europea dell'Acciaio (modello Airbus)? Se si riconosce che l'acciaio è una risorsa strategica europea e che la sua transizione richiede investimenti che superano le capacità operative di uno Stato come l’Italia, l'ipotesi di una "Società Europea dell'Acciaio" diventa una possibile via d'uscita strutturale. Prendendo a modello il consorzio Airbus nell'aerospazio, si potrebbe immaginare una struttura societaria partecipata da più Stati membri (Italia, Francia, Germania, Spagna) e sostenuta dalle istituzioni finanziarie dell'Unione, come la BEI (Banca Europea per gli Investimenti). Un tale modello permetterebbe di:
• Ripartire il rischio finanziario: I miliardi di euro necessari per la trasformazione tecnologica e le bonifiche non graverebbero solo sul bilancio pubblico italiano.
• Garantire una visione industriale comune: Taranto diventerebbe parte di un sistema integrato di produzione europea, evitando la concorrenza tra i siti siderurgici comunitari.
• Rafforzare il potere negoziale verso l'esterno: Una siderurgia europea unita sarebbe in grado di imporre standard ambientali e commerciali globali, contrastando pratiche di dumping e distorsioni commerciali.
Le premesse tradite
La vicenda di Taranto impone, a questo punto, di tornare alle premesse che hanno accompagnato l'evoluzione del grande insediamento siderurgico. Il IV Centro siderurgico nasce in una stagione precedente la moderna legislazione ambientale: la prima pietra fu posta nel 1960, l'impianto entrò in esercizio nel 1965 e fu poi ampliato nei primi anni Settanta. La sua storia attraversa però per intero il passaggio culturale e normativo che, a partire dagli anni Ottanta, ha modificato il modo di valutare le grandi trasformazioni industriali.
Con la direttiva europea del 1985 sulla valutazione dell'impatto ambientale e con il successivo recepimento italiano si afferma un principio destinato a cambiare il rapporto tra industria e territorio: un grande investimento non può essere giudicato soltanto per la produzione generata o per l'occupazione creata, ma deve essere misurato anche per gli effetti che produce sulla salute, sull'ambiente, sulle infrastrutture e sull'organizzazione sociale. La valutazione ambientale non nasce, dunque, come una preclusione allo sviluppo industriale, ma come uno strumento per renderne visibili e governabili i costi complessivi. Applicato a un sistema delle dimensioni di Taranto, questo criterio conduce inevitabilmente oltre il semplice bilancio aziendale. Uno stabilimento siderurgico assorbe energia e materie prime, utilizza porto, reti e territorio, genera lavoro e reddito, ma produce anche emissioni, rischi sanitari e trasformazioni urbane che ricadono sulla comunità. Il vero rapporto costi-benefici deve quindi comprendere anche queste esternalità e confrontare il percorso di sviluppo determinato dall'impianto con gli scenari alternativi che il territorio avrebbe potuto seguire. È in questa capacità di considerare insieme economia, ambiente e società che si misura la qualità di una politica industriale.
In questa evoluzione culturale, da un modello nel quale la produzione industriale tendeva a prevalere sulle conseguenze generate sul territorio, a una concezione nella quale tecnologia, qualità dell’ambiente e organizzazione della vita civile avrebbero dovuto essere considerate come parti di uno stesso sistema, non si trattava di negare lo sviluppo industriale, ma di affidare proprio all’innovazione tecnologica e alla prevenzione il compito di renderlo compatibile con la tutela della salute e dell’ambiente. Le premesse tradite stanno soprattutto qui. Non nell’idea anacronistica che un impianto concepito negli anni Sessanta avrebbe dovuto rispettare regole e standard ancora inesistenti, ma nel fatto che il successivo cambiamento culturale, normativo e tecnologico non si sia mai tradotto in una trasformazione strutturale del ciclo produttivo. È proprio in questa distanza tra le premesse enunciate e la loro mancata realizzazione che si misura il fallimento. Il superamento di una siderurgia fondata sul carbone e caratterizzata da elevate esternalità ambientali avrebbe richiesto una strategia continuativa di investimenti, controlli pubblici efficaci e una programmazione capace di assumere la prevenzione come parte integrante del processo produttivo. Quel passaggio non si è compiuto. E il conflitto tra fabbrica e città, anziché essere progressivamente ridotto, è diventato nel tempo una condizione strutturale. La decisione della Corte d'appello di Milano del 27 luglio 2026 rende questo nodo ancora più evidente. I giudici hanno disposto la sospensione dell'attività produttiva dell'area a caldo entro novanta giorni, subordinando la possibilità di ripresa alla completa bonifica dell'amianto e alla riduzione delle emissioni di polveri sottili entro condizioni di sicurezza. Non è una decisione che possa essere letta soltanto come un nuovo capitolo dello scontro tra produzione e ambiente: certifica piuttosto l'impossibilità di rinviare ancora la soluzione di problemi accumulati nel tempo. Proprio per questo lo stop dell'attuale area a caldo non coincide necessariamente con la rinuncia alla funzione siderurgica di Taranto. Impone, semmai, di distinguere con maggiore nettezza la conservazione degli impianti esistenti dalla conservazione di una capacità produttiva strategica. Se il ciclo attuale non è più compatibile con le condizioni sanitarie e ambientali richieste, la risposta non può consistere nel prolungarne indefinitamente la vita; ma neppure, in un'Europa che sta rafforzando la protezione della propria base siderurgica, nel disperdere senza alternativa un patrimonio industriale, logistico e professionale costruito in oltre sessant'anni.
Taranto come banco di prova della civiltà industriale europea
È precisamente su questo terreno che Taranto diventa un banco di prova della civiltà industriale europea. Trasformare il polo siderurgico senza disperderne il valore strategico, tenendo insieme tutela della salute, transizione ecologica e autonomia industriale, significa superare definitivamente la dimensione locale e chiamare direttamente in causa la capacità dell'Europa di governare il cambiamento della propria base industriale.
Il futuro di Taranto diventa così una misura della forza politica e industriale dell'Europa: della sua possibilità di affrontare la transizione ecologica senza trasformarla in deindustrializzazione e, nello stesso tempo, di riconoscere che nessuna ragione di autonomia strategica può giustificare condizioni produttive incompatibili con la tutela della salute e dell’ambiente.
Nel 2026, la scelta non è più rinviabile. Gli eventi geopolitici nello Stretto di Hormuz e la crisi climatica ne hanno reso ancora più evidente l'urgenza. Taranto, per posizione mediterranea, infrastrutture e vocazione industriale, è uno dei luoghi in cui l'Europa deve decidere se essere protagonista della propria trasformazione industriale o ridursi a consumatore di tecnologie e prodotti altrui.
Quanto vale un'infrastruttura che tiene insieme lavoro, energia, salute e geopolitica? La risposta è semplice: vale il futuro stesso dell'autonomia industriale europea.