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Ambiente

L'ambiente? «È un sistema complesso». Il Fratta Gorzone? «Uno dei corpi idrici più monitorati d'Italia»

Di Massimo Follesa

27 LUGLIO 2026

L'ambiente? «È un sistema complesso». Il Fratta Gorzone? «Uno dei corpi idrici più monitorati d'Italia»

Il presidente della Giunta Regionale veneta e il direttore dell'Arpav, delineano alcune sfide cruciali in materia ecologica che impegneranno il Nordest negli anni a venire

Sul finire di gennaio del 2026 la Regione Veneto ha dato conto dello sblocco di un pacchetto da dieci milioni di euro pensato per il risanamento ambientale del bacino del Fratta Gorzone. Questo corso d’acqua a regime prevalentemente torrentizio parte dall’Ovest vicentino attraversa parte del Veronese e del Padovano per poi giungere nella Laguna veneziana cambiando più volte nome: Agno, Guà, Frassine, Gorzone, Fratta-Gorzone per sfociare nel Brenta a pochi passi da Chioggia. Da anni si parla del suo bacino come di uno dei più ammalorati del Paese. Il motivo? Su quell'asta fluviale pesa l'impatto ecologico del polo chimico dell'Ovest vicentino. Un comprensorio noto per la presenza del distretto Agno-Chiampo, il più importante distretto conciario d'Europa, cui si aggiungono gli stabilimenti chimici della Fis tra Montecchio Maggiore e Lonigo nonché quello della Miteni di Trissino, oggi fallita. Quest'ultima da oltre dieci anni è al centro di un colossale scandalo da contaminazione da derivati del fluoro, i Pfas, considerato tra i più gravi al mondo. Decenni di chimica e di agricoltura intensiva, senza trascurare anche il peso di altri settori come l'industria cartaria, per non parlare della agricoltura e degli allevamenti intensivi, hanno snaturato in profondità gli ecosistemi del Fratta. Da molto tempo gli enti pubblici cercano di affrontare, con alterne fortune un problema di proporzioni vastissime per stessa ammissione dei soggetti coinvolti. Nel Nordest del Paese, peraltro, la questione è nota da illo tempore.

«Nella seduta odierna, la Giunta regionale del Veneto, su proposta dell'assessore all'ambiente Elisa Venturini e dell'assessore alle Infrastrutture Marco Zecchinato, ha approvato l'atto che sblocca risorse per oltre dieci milioni di euro destinate al prolungamento del collettore del Consorzio Arica». Tanto precisa una nota di palazzo Balbi pubblicata il 20 gennaio del 2026. Il collettore del consorzio vicentino Arica altro non è che un grande tubo che raccoglie, tra le altre, i reflui del settore conciario dell'Ovest vicentino. Si tratta di un comprensorio, tanto per avere un'idea, che da solo ha più o meno il peso ambientale di una città come Milano. Sempre stando a quanto sostiene la Regione Veneto l'opera permetterà di spostare lo scarico dei reflui del distretto conciario vicentino a valle dell'abitato di Cologna Veneta nel Veronese, garantendo un significativo miglioramento della qualità delle acque.

«Questo finanziamento - si legge nella nota - costituisce un altro fondamentale tassello per l'azione di progressiva riduzione dell'impatto delle attività produttive sul territorio». Prolungare il collettore del consorzio Arica, così la pensano a palazzo Balbi, «non è solo un intervento infrastrutturale necessario ma un atto di responsabilità verso i Comuni del bacino del Fratta-Gorzone. Attraverso una pianificazione attenta e un dialogo costante con le amministrazioni locali e gli enti d'ambito competenti diamo oggi concretezza - così recita la nota - a un'opera attesa da tempo. È un investimento che tutela la salute dei cittadini e restituisce dignità ambientale all'area, per una gestione delle risorse idriche sempre più efficiente e sostenibile». L'atto approvato «dovrà ora essere sottoscritto formalmente - questa la chiusa del dispaccio - dalla Regione del Veneto, dal Ministero dell'ambiente, nonché dagli enti locali e dai portatori di interesse individuati dall'accordo originario» settore conciario compreso.

Ma sul piano strettamente tecnico quali sono i presupposti che hanno portato la Regione Veneto assieme agli altri enti collegati, Arpav in primis, a decidere in questo senso? «L'Arpav chiaramente non determina le strategie politiche», ma ha il compito di misurare le questioni, per l'appunto sul piano tecnico-scientifico. Così spiega ai taccuini di Legalità etica l'ingegnere Loris Tomiato giustappunto il direttore generale di Arpav: ossia l'agenzia della Regione Veneto incaricata della tutela ambientale. Sulla scorta di questa premessa Tomiato squaderna punto dopo punto il dossier Fratta Gorzone definendo il corso d'acqua «uno dei corpi idrici più monitorati d'Italia». Infatti dal 2000, tale sorveglianza può fare affidamento su «trentasei punti di controllo lungo l'asta». Il che si traduce in migliaia di campioni e centinaia di migliaia di analisi.

C'è di più però. Secondo Tomiato il bacino, che arriva fino alla «Laguna di Venezia», resta segnato da una forte pressione antropica: c'è il cromo della concia, ci sono i Pfas, detti anche inquinanti eterni derigvati appunto dalla aggregazione tra fluoro e carbonio. Ci sono i cloruri, i solfati, le sostanze di origine fitosanitaria. E poi ci sono le sostanze originate dal degrado degli erbicidi. Nonostante tutto però il direttore parla di un sistema in miglioramento per alcuni parametri: sebbene patisca un peso di non poco conto. Il motivo? L'acqua superficiale, i sedimenti e la falda, come ben noto ai geologi, «in qualche modo» dialogano tra loro. «Non sono sistemi chiusi». A supporto della sua analisi il direttore fornisce alcuni dati in cui si dà comunque conto di alcuni miglioramenti. «Più o meno lungo l'arco di un quindicennio, dal 2010 al 2024, la concentrazione media del cromo disciolto è passata da 18 microgrammi per litro a sette microgrammi per litro. Quindi siamo scesi a concentrazioni di più della metà. Che è un valore prossimo allo standard di qualità previsto dalla norma».

Occorre quindi, secondo Arpav, inquadrare la partita del prolungamento del collettore Arica in un'ottica precisa. Arica peraltro è una sigla che sta per consorzio «Acque risanate integrate collettore Arzignano». L'ente è stato istituito nel 2000 per gestire, per l'appunto, il collettore delle acque reflue provenienti dai depuratori di Arzignano, Trissino, Montecchio Maggiore, Montebello Vicentino e Lonigo. La novità annunciata dalla Regione in gennaio, quindi, non viene descritta come una bonifica dei carichi storici ma come un intervento tecnico volto alla razionalizzazione e miglioramento della situazione complessiva.

Secondo gli intenti di palazzo Balbi, perciò, lo scarico viene spostato più a valle, oltre l'abitato di Cologna Veneta, dopo l'apporto del canale articiale Leb, il principale canale artificiale irriguo del Veneto gestito dal consorzio Lessineo euganeo berico. Il quale gestisce proprio l'omonima opera idraulica. Come gestisce anche il canale Zerpano. Che scarica le acque dell'Est veronese e dell'Ovest vicentino. Poiché quei territori garantiscono un maggiore apporto d'acqua, le maggiori portate indotte dai canali artificiali potrebbero favorire una diluizione, una certa ossigenazione e quindi un miglioramento complessivo dell'ecositema. Questo in generale è l'approccio scelto negli anni dalla Regione Veneto.

Tomiato, tuttavia, pone l'accento su un aspetto diverso. Il tratto di corso d'acqua liberato a monte dalla vecchia immissione potrebbe persino diventare un «laboratorio pilota di vivificazione», monitorato dall'Arpav e costruito con una «progettazione partecipata: anche con Legambiente e con le comunità locali». In questa cornice «il tubo» smette di essere solo infrastruttura. E potrebbe divenire un banco di prova. «Se funziona - precisa l'ingegnere - potremo indicare un metodo replicabile». Ai taccuini di Legalità etica poi Tomiato ha pure parlato di un altro dossier ambientale che riguarda non solo l'Ovest vicentino ma anche l'Alto vicentino.

Si tratta della contaminazione da derivati del fluoro di tipo Pfba. La quale secondo la magistratura vicentina va addebitata ai cantieri della Superstrada pedemontana veneta: una infrastruttura di quasi cento chilometri, nota come Spv, completata da un paio d'anni. Che connette Montecchio Maggiore nell'Ovest vicentino a Spresiano alle porte di Treviso. Il direttore dell'Arpav approfondisce la natura chimica di queste sostanze, adoperate in primis per accelerare l'indurimento del calcestruzzo. «Il Pfba - precisa l'alto dirigente - si accumula meno di altri composti, ma si muove più rapidamente con l'acqua». Per quanto riguarda un possibile nesso tra la presenza di queste sostanze nell'ambiente e le attività svolte nei cantieri della Spv, Tomiato è prudente. E rimarca come sia necessario che gli enti interessati si dotino «di un modello concettuale» adeguato a meglio comprendere la portata del problema poiché è necessario imbastire «una lettura idro-chimica complessiva».

Più marcato invece è l'atteggiamento degli enti regionali nei confronti di tutti quei soggetti che nel tempo hanno presentato agli enti competenti istanze di accesso agli atti per conoscere la documentazione di specie: almeno stando all'avvocato Cesare Lanna, a capo della «Direzione valutazioni ambientali, supporto giuridico e contenzioso» della Regione Veneto. Il quale ritiene la trasparenza una condizione imprescindibile nel rapporto con la cittadinanza. Ancora, l'avvocato, sulla scorta delle interlocuzioni intervenute con gli uffici regionali, spiega che a breve è prevista la pubblicazione, sul sito della Direzione regionale acqua, rifiuti e bonifiche della Regione Veneto, dei verbali delle conferenze dei servizi e del tavolo tecnico sui dossier Pfba «in versione integrale, con le sole cautele dovute a dati sensibili» cioè sui dati relativi a «sicurezza e geolocalizzazione dei pozzi»: si tratta peraltro di una tutela espressamente prevista dalla norma nazionale.

A ogni buon conto se questo è il binario eminentemente tecnico lungo il quale si muove l'Arpav, sul piano più eminentemente politico la Regione Veneto che strada ha intrapreso? «L'approccio che la Regione del Veneto sta tenendo sul tema dei Pfas, così come su ogni altro problema ambientale, è coerente. L'ambiente infatti - fa sapere ai taccuini di Legalità etica il presidente della giunta regionale Alberto Stefani - è di per sé un sistema complesso. La sua tutela è fra le priorità del nostro mandato. Le istituzioni, quindi, debbono fare riferimento ai migliori standard tecnico-scientifici. Allo stesso tempo la visione deve essere complessiva, olistica se si vuole usare un termine più specifico». Inoltre, secondo il presidente, tale approccio deve essere anche «interdisciplinare» e deve procedere supportato da una collaborazione fattiva «con le università» nonché con «gli enti tecnici nazionali e regionali». Così si garantirà «la piena partecipazione dei cittadini e la massima trasparenza dei dati. Su queste basi, per tutti gli interventi pubblici e privati sul territorio regionale, l'impegno è ad operare con solerzia ed efficacia».

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