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L'Osservatorio della Legalità

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Ambiente

Il veleno non conosce campanile

Di Massimo Follesa

29 LUGLIO 2026

Il veleno non conosce campanile

Dal 13 luglio 2026 è divenuto obbligatorio il rispetto dei nuovi parametri nazionali relativi alla presenza di Pfas nelle acque destinate al consumo umano. Si tratta di una vasta famiglia di composti chimici di sintesi, utilizzati per decenni in numerosi processi industriali e caratterizzati da un’elevatissima persistenza nell’ambiente e nell’organismo umano. In Veneto, la contaminazione più grave è stata ricondotta allo stabilimento Miteni di Trissino, per anni produttore di sostanze fluorurate e successivamente divenuto il centro di uno dei più estesi casi di inquinamento ambientale verificatisi in Italia. La dispersione delle sostanze nelle falde ha interessato una vasta area compresa tra le province di Vicenza, Verona e Padova, esponendo centinaia di migliaia di persone alla presenza di Pfas nell’acqua. La nuova disciplina introduce, in particolare, il parametro denominato «somma di 4 Pfas», relativo alla concentrazione complessiva di Pfoa, Pfos, Pfna e Pfhxs. La presenza totale di queste quattro sostanze nell’acqua potabile non può superare 0,02 microgrammi per litro, equivalenti a venti nanogrammi per litro. Questo limite più restrittivo si affianca al parametro generale denominato «somma di Pfas», per il quale è previsto un valore massimo di 0,10 microgrammi per litro, pari a cento nanogrammi. Nel calcolo di tale parametro rientrano numerosi composti appartenenti alla famiglia dei PFAS, comprese sei sostanze indicate con la sigla Adv: Adv-N2, Adv-N3, Adv-N4, Adv-N5, Adv-M3 E Adv-M4. Questi composti erano già stati inseriti dal decreto legislativo n. 102 del 19 giugno 2025 nell’elenco delle sostanze da considerare ai fini del controllo delle acque. La legge n. 199 del 30 dicembre 2025, vale a dire la legge di bilancio per il 2026, ha tuttavia disposto un rinvio di sei mesi dell’applicazione del parametro relativo alla «somma di 4 Pfas». Durante lo stesso periodo ha inoltre stabilito che le concentrazioni degli Adv non concorressero al calcolo del limite previsto per la più ampia «somma di Pfas». Dal 13 luglio 2026 è quindi cessata anche questa esclusione transitoria. Le concentrazioni degli Adv eventualmente rilevate devono ora essere conteggiate insieme a quelle degli altri composti sottoposti al parametro generale, ai fini della verifica del rispetto del limite complessivo di cento nanogrammi per litro. Il 13 luglio non rappresenta, pertanto, una semplice scadenza amministrativa. Dietro una disposizione apparentemente tecnica emerge una precisa scelta politica: l’applicazione di una soglia più rigorosa e la piena inclusione degli Adv nei parametri di conformità dell’acqua sono state posticipate di sei mesi. Tuttavia, la questione non riguarda soltanto il tempo necessario ai gestori e agli organismi di controllo di adeguare le procedure di analisi. Riguarda la decisione di differire l’effettiva operatività di strumenti destinati a rafforzare la tutela della salute pubblica in territori nei quali gli effetti dell’inquinamento da Pfas sono conosciuti da anni. È in questo rinvio, nelle sue motivazioni e nelle responsabilità politiche che lo hanno determinato, che la vicenda assume un significato ben più ampio di quello contenuto in una norma dal linguaggio apparentemente tecnico.

Nel corso degli anni, la vicenda Miteni è stata definita nei modi più diversi: «caso Veneto», «caso Miteni», «caso Trissino», «caso delle falde», «caso degli acquedotti». Denominazioni differenti che hanno finito per frammentare, anche sul piano della percezione pubblica, una questione in realtà unitaria. La stessa frammentazione si ritrova spesso nel racconto giornalistico. Le conseguenze della contaminazione vengono affrontate attraverso servizi e notizie presentati come episodi separati, senza ricondurli a una trama comune, sebbene il loro collegamento sia evidente. Un giorno si riferisce della richiesta di un maxi-risarcimento avanzata dai gestori del servizio idrico nei confronti degli ex amministratori della Miteni. In un altro momento si discute della revisione dei regolamenti sull’impiego dei prodotti fitosanitari o della necessità di limitare l’uso di diserbanti contenenti glifosato. Successivamente emergono le proteste degli agricoltori contro gli enti pubblici, accusati di non avere adottato misure adeguate a contrastare la siccità, mentre la scarsità d’acqua induce le autorità a valutare restrizioni ai prelievi destinati all’irrigazione e agli allevamenti. A prima vista possono apparire questioni differenti. In realtà, appartengono tutte allo stesso problema: la progressiva compromissione della risorsa idrica, la competizione tra usi civili, agricoli e produttivi e l’incapacità delle istituzioni di affrontare in modo unitario gli effetti ambientali, sanitari ed economici di una crisi maturata nel corso di decenni.

Più o meno sistematicamente, queste notizie finiscono nelle cronache locali di questa o quella provincia, per poi disperdersi tra i pensieri di chi fa zapping con il telecomando o di chi si limita a leggere i titoli e, tutt’al più, i sommarietti dei servizi, «surfando» da un social network all’altro. A ben vedere, tuttavia, non si tratta di frammenti: è la narrazione a essere frammentata. Abbiamo invece a che fare con un unico oggetto reale, l’ambiente nella sua complessità, che non rimane confinato nelle categorie attraverso le quali cerchiamo di interpretarlo. La tendenza di chi fruisce delle notizie, ma anche di chi contribuisce a orientare il dibattito pubblico, è spesso quella di circoscrivere ogni problema al luogo nel quale si manifesta. Questa rappresentazione produce un effetto rassicurante: consente a chi vive altrove di considerare la questione distante e di non interrogarsi sulla sua natura e sulle sue possibili conseguenze. Se l’inquinamento emerge a Trissino, sembra riguardare soltanto Trissino. Se l’impiego di un fitofarmaco viene disciplinato dal regolamento comunale di San Donà di Piave, la questione appare confinata a quel territorio. Se l’acqua scarseggia nel comprensorio delle risorgive, il problema viene presentato come una difficoltà esclusiva degli agricoltori della zona. Se viene contaminato un fiume, si finisce per considerare avvelenato soltanto quel corso d’acqua, senza chiedersi dove giungano le sostanze nocive trasportate verso valle e, infine, fino al mare. Ma l’ambiente non conosce le delimitazioni attraverso le quali lo rappresentiamo. Una volta immesse nell’ecosistema, molte sostanze inquinanti si muovono soprattutto attraverso l’acqua, penetrano nelle falde, attraversano territori diversi e si trasferiscono da un comparto ambientale all’altro. Non rispettano confini amministrativi né appartenenze di campanile. In buona sostanza, è questo il modo in cui una comunità e, più precisamente, il suo ceto dominante, tenta di ricondurre l’ansia entro un ambito ristretto e definito: dentro una mappa catastale, entro un confine comunale, nell’ambito di una conferenza dei servizi, nella tubazione di un acquedotto, all’interno di una zona rossa o tra le sole righe di un verbale. Ma l’acqua non legge i verbali. La falda non conosce i confini amministrativi. Il fiume non si ferma davanti a un’insegna municipale.

Per comprendere un fenomeno di questo tipo può essere particolarmente utile il pensiero di Timothy Morton, filosofo contemporaneo britannico e autore di Iperoggetti. Filosofia ed ecologia dopo la fine del mondo. Morton definisce «iperoggetti» quelle entità che si estendono nello spazio e nel tempo in misura tale da eccedere la nostra percezione ordinaria: il riscaldamento globale, la plastica, le scorie nucleari, il petrolio e, più in generale, le trasformazioni profonde della biosfera. Non si tratta semplicemente di «temi ambientali». Sono realtà concrete, ma troppo vaste e diffuse per poter essere osservate da un unico punto di vista. Ne facciamo esperienza soltanto attraverso frammenti: un temporale anomalo, una siccità più lunga del consueto, un referto sanitario, la chiusura di un pozzo, l’installazione di un filtro a carboni attivi, un regolamento comunale, una bolletta idrica o una sentenza. Morton insiste su una caratteristica decisiva: l’iperoggetto è «viscoso». Aderisce alla nostra esperienza, si appiccica alla quotidianità e impedisce di stabilire una distanza rassicurante tra noi e il problema. Non possiamo tenerlo lontano attraverso l’ironia, rifugiarci nella retorica della competenza tecnica o limitarci ad affermare che «non è un problema nostro». Se respiriamo, beviamo, mangiamo, irrighiamo, costruiamo e abitiamo, siamo già dentro l’oggetto. Da questo punto di vista, i Pfas costituiscono un esempio quasi perfetto di iperoggetto. Sono sostanze persistenti e mobili, capaci di trasferirsi dall’attività industriale alla falda, dalla falda agli acquedotti, dagli acquedotti all’organismo umano. Da lì, le loro conseguenze raggiungono le strutture sanitarie, i procedimenti giudiziari, le amministrazioni pubbliche e, infine, i bilanci destinati a sostenere i costi della contaminazione e della bonifica. I Pfas, dunque, non sono semplicemente «là fuori», in un luogo circoscritto e lontano dalla vita quotidiana. L’espressione ricorre spesso nel linguaggio di chi conosce il problema soltanto in modo sommario o tende a minimizzarlo perché lo considera distante. La loro diffusione dimostra invece che la separazione tra un «dentro» protetto e un «fuori» contaminato non regge più come alibi, ammesso che abbia mai realmente retto.

Se si parla di mezzi di informazione è perché la rappresentazione mediatica assume un peso cruciale nella più ampia riflessione culturale sui problemi ambientali. Gli articoli di cronaca del passato e del presente e, con ogni probabilità, anche quelli del futuro, raccontano quasi sempre accadimenti circoscritti e apparentemente separati gli uni dagli altri. Troppo spesso i servizi giornalistici, anche quando descrivono fenomeni preoccupanti, li confinano in una dimensione esterna, lontana da ciò che appartiene all’esperienza quotidiana del lettore. Eppure, una volta rimosso questo velo narrativo, la realtà si mostra per ciò che è: un sistema di conseguenze che si propagano ben oltre il luogo nel quale il problema si è inizialmente manifestato. Quando il gestore di un acquedotto chiede un risarcimento a chi viene indicato come responsabile della contaminazione, non sta soltanto domandando denaro. Sta affermando che il costo dell’inquinamento non scompare con il fallimento dell’impresa che lo ha prodotto. Quel costo si trasferisce o, per riprendere Morton, si appiccica ai bilanci del gestore, alle tariffe sostenute dagli utenti, agli impianti di filtrazione, agli interventi di mitigazione, alle attività di manutenzione e monitoraggio. A questi oneri si aggiungono quelli sostenuti dalla sanità pubblica per assistere le popolazioni esposte e fronteggiare le conseguenze sanitarie associate alla contaminazione. Il danno, inoltre, non è soltanto economico: cresce fino a compromettere la fiducia dei cittadini nelle istituzioni chiamate a tutelare l’acqua, la salute e il territorio. Allo stesso modo, il dibattito sull’impiego del glifosato e degli altri prodotti fitosanitari non può essere ridotto a una controversia sulla manutenzione di un giardino pubblico. Esso riguarda il punto nel quale agricoltura, gestione del verde urbano, salute pubblica e principio di precauzione si incontrano e, talvolta, entrano in conflitto. Anche la siccità non è soltanto un fenomeno meteorologico. È la severa contabilità di un territorio che per decenni ha utilizzato l’acqua come una risorsa inesauribile e che ora scopre quanto siano fragili i propri equilibri. In condizioni di scarsità, persino una captazione destinata all’irrigazione può essere limitata o vietata da un provvedimento amministrativo di poche righe. Dietro quelle righe, tuttavia, si misura il peso di scelte produttive, urbanistiche e politiche maturate nel corso di molti anni.

L’iperoggetto ambientale fa saltare anche la comoda distinzione tra emergenza e normalità. Siamo abituati a immaginare l’emergenza come un incendio: arriva, brucia e infine si spegne. L’inquinamento persistente e la crisi idrica agiscono invece secondo un tempo diverso. Sono fenomeni lenti, cumulativi, quasi educati nella loro caparbia ferocia. Non bussano alla porta: entrano nei cicli. E quando ne percepiamo gli effetti, spesso hanno già attraversato suoli, falde, colture, corpi, acquedotti, archivi amministrativi, cause civili e processi penali. Per questo il nuovo parametro relativo alla presenza di Pfas nelle acque destinate al consumo umano è importante, ma non sufficiente. Un limite misura non cancella. Rende visibile la contaminazione, ma non la rimuove. Stabilisce la conformità dell’acqua rispetto a un valore normativo; non certifica che al di sotto di quella soglia il problema cessi di esistere o che l’acqua sia priva di ogni possibile rischio. La determinazione di un limite non è mai un atto puramente neutrale: esprime una scelta regolatoria e politica sul livello di rischio ritenuto accettabile, tenendo insieme tutela della salute, possibilità tecniche di trattamento e continuità del servizio. Restano allora alcune domande inevitabili. Quali responsabilità hanno concorso a produrre la contaminazione? Vi sono state carenze nei procedimenti autorizzativi o nei controlli? Chi sosterrà i maggiori costi necessari a garantire la sicurezza del ciclo idrico? Chi subisce oggi l’inquinamento e chi continuerà a subirne gli effetti nel tempo? La chimica mette in crisi il nostro modo di amministrare perché non rispetta i tempi elettorali, quelli processuali o quelli di un ufficio stampa. L’ambiente non è il paesaggio osservato fuori dalla finestra: è l’infrastruttura invisibile della vita comune. È l’acqua potabile, il campo coltivato, il giardino scolastico, il depuratore, la cava, il laboratorio di analisi, la falda profonda e il rubinetto della cucina. Quando diciamo «ambiente» parliamo del sistema che tiene insieme salute, economia, agricoltura, urbanistica, giustizia e memoria. E quando quel sistema viene avvelenato, non si ammala soltanto una parte del territorio: si deteriora anche la relazione tra cittadini e istituzioni. Il Veneto, in questa storia, non rappresenta un’eccezione folkloristica né una realtà separata dal resto del mondo. È piuttosto un laboratorio nel quale l’illusione di poter circoscrivere il problema alla dimensione locale si è mostrata per ciò che è: una difesa psicologica e, talvolta, uno schermo dietro il quale responsabilità e interessi rischiano di scomparire. La contaminazione delle falde, i fitofarmaci, la siccità, le responsabilità industriali, le richieste di indennizzo, i regolamenti comunali e le nuove soglie nazionali raccontano invece una medesima trasformazione storica. Non possiamo più considerare l’ambiente una competenza residuale da relegare tra le «varie ed eventuali» del dibattito pubblico, magari dopo le strade, i cantieri, i bilanci e il consenso. Nel sottotitolo del suo libro Morton parla di una filosofia e di un’ecologia «dopo la fine del mondo». Non perché tutto sia finito, ma perché è entrata in crisi l’idea rassicurante del mondo come uno sfondo stabile e separato da noi, sul quale l’umanità possa recitare la propria parte senza curarsi di ciò che la rende possibile. L’iperoggetto mostra che lo sfondo è salito sul palco. O, più precisamente, che è sempre stato parte della rappresentazione, anche quando ci ostinavamo a non vederlo. La falda parla. Il pozzo parla. Il campo assetato parla. Il regolamento sui pesticidi parla. Il filtro dell’acquedotto parla. E parlano tutti insieme, anche quando continuiamo a convocarli separatamente, in procedimenti diversi, davanti a uffici diversi e sotto responsabilità differenti. Il problema non è che l’ambiente si manifesti per frammenti: siamo noi che continuiamo ad ascoltarlo come se quei frammenti non appartenessero alla stessa voce.

Alcuni giorni fa, in un precedente articolo pubblicato su Legalità Etica, avevo raccolto le posizioni del presidente della Regione del Veneto, Alberto Stefani, e del direttore generale di ARPAV, Loris Tomiato, su un tema a dir poco delicato: il risanamento del bacino del Fratta-Gorzone. Si tratta di uno dei corsi d'acqua più inquinati del Paese perché lì, di fatto, scaricano le fonti di contaminazione tra le più preoccupanti del Veneto. Dalla concia del distretto Agno Chiampo, alla ex Miteni di Trissino, oggi fallita, dalla Fis coi suoi stabilimenti di Montecchio Maggiore e Lonigo, il carrello con le pietanze è ricco e abbondante. Su quei vassoi, ma la magagna ha toccato anche l'Alto vicentino, la magistratura, ha pure scodellato una inchiesta dedicata ai cascami ambientali dell'impatto dei cantieri della Superstrada pedemontana veneta o Spv che dir si voglia: la arteria di quasi cento chilometri che connette Montecchio Maggiore nell'Ovest vicentino a Spresiano nel Trevigiano.

Stefani, che da poco si è seduto sul più alto scranno regionale, dopo aver vinto le elezioni regionali nell'ottobre del 2025 col centrodestra, ha spiegato a più riprese di credere nella necessità di un cambio di passo sui dossier ambientali più importanti. Proprio a noi di Legalità Etica il capo dell'esecutivo, «un giovanissimo», visto che compirà trentacinque anni il 16 novembre, aveva detto una cosa molto impegnativa. Ovverosia, detto di credere nella necessità di affrontare le problematiche ecologiche in senso «olistico»: cioè con un approccio che sul piano materiale, filosofico e spirituale, viene inteso complessivo e unitario. I dossier ambientali sul tappeto sono tanti e hanno un peso specifico notevole: Tav lungo l'asse Verona Vicenza Padova, hub delle terre rare a Venezia-Marghera, i gravami del caso Pfas e del caso Spv, il dibattito sulla prosecuzione Nord della Pirubi sino al Trentino, la gestione delle cave e molto altro. Alla luce di tutto quanto basteranno poche settimane per capire se Stefani abbia in animo una vera svolta, o se lo status quo, vale a dire l'attuale modello di sviluppo, l'imputato numero uno non solo in terra veneta, rimarrà al suo posto: nella vetrina degli iperoggetti insondabili, nella vetrina dei tabù che non possono nemmeno essere messi in discussione.

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