L’analisi pubblicata il 13 luglio sul canale YouTube di Limes, intitolata «Riarmo Germania: dall’auto ai cannoni. Le ripercussioni per l’Europa e l’Italia», descrive una trasformazione destinata ad andare ben oltre i confini tedeschi. Lo stesso scenario emerge dal numero della rivista pubblicata nel giugno di quest’anno, significativamente intitolato «Vogliamo la guerra totale?». Non si tratta soltanto di incrementare la produzione di armamenti, ma di riposizionare interi segmenti dell’economia europea attorno alle nuove priorità militari del continente. La transizione tedesca «dall’auto ai cannoni» non può infatti essere interpretata come un semplice cambio di catena di montaggio. L’espansione dell’industria della difesa coinvolge la siderurgia, la meccanica di precisione, l’elettronica, la chimica e una rete di subfornitura che attraversa l’Europa e interessa direttamente anche il sistema produttivo italiano. Nel dibattito sul riarmo, tuttavia, un elemento continua a rimanere quasi sempre sullo sfondo: il costo chimico e ambientale della produzione militare. Una parte delle tecnologie impiegate nell’industria della difesa utilizza ancora le sostanze perfluoroalchiliche, conosciute con l’acronimo Pfas. Si tratta di una famiglia composta da migliaia di sostanze sintetiche, apprezzate dall’industria per la loro resistenza all’acqua, agli oli, alle alte temperature e all’aggressione chimica. Le stesse caratteristiche che le rendono utili nei processi produttivi spiegano però anche la loro persistenza nell’ambiente e la difficoltà di eliminarle una volta disperse.
Nel comparto militare i Pfas sono stati impiegati, tra l’altro, nelle schiume antincendio, nei tessili tecnici, negli indumenti protettivi e in materiali destinati a resistere a condizioni operative particolarmente severe. Lo stesso Dipartimento della Difesa statunitense ha riconosciuto l’impiego di finiture contenenti «composti perfluorurati» per conferire agli equipaggiamenti proprietà idrorepellenti, oleorepellenti e di resistenza agli agenti chimici. Questo non significa che ogni sistema d’arma dipenda inevitabilmente dai Pfas, né che non esistano alternative. Significa, però, che in numerose applicazioni ad alte prestazioni la sostituzione rimane tecnicamente complessa e non sempre può essere realizzata in tempi brevi senza modificare prodotti, impianti e procedure di sicurezza. È dunque ragionevole domandarsi quali conseguenze possa produrre l’accelerazione della capacità industriale militare europea. Se aumentano le commesse, gli impianti e i volumi produttivi, può aumentare anche l’impiego di sostanze fluorurate, la quantità di acque reflue da trattare e il volume dei rifiuti contaminati. Non è una conseguenza automatica e indistinta, ma un rischio che dovrebbe essere valutato prima, non scoperto quando la contaminazione è già avvenuta.
Il cortocircuito europeo
È in questo passaggio che emerge una delle contraddizioni più rilevanti delle politiche europee. Da una parte, l’Unione europea sta procedendo verso una restrizione generale dei Pfas. Nel marzo 2026 l’Agenzia europea per le sostanze chimiche, l’Echa, ha espresso il proprio sostegno a una restrizione accompagnata da deroghe mirate, mentre il completamento della valutazione scientifica della proposta è previsto entro la fine dell’anno. Dall’altra parte, proprio la disciplina delle schiume antincendio mostra quanto il percorso sia complesso. Il regolamento europeo approvato nell’ottobre 2025 ha stabilito una progressiva limitazione delle schiume contenenti Pfas, ma ha previsto periodi transitori differenziati, tra i quali un termine di cinque anni per alcuni impieghi nell’aviazione civile e nella difesa. La normativa impone inoltre piani di gestione e misure specifiche per le scorte, le acque reflue e i rifiuti contaminati. Le deroghe e i periodi transitori non rappresentano necessariamente un privilegio concesso all’industria militare. Possono rispondere a problemi tecnici reali e alla necessità di evitare sostituzioni che compromettano la sicurezza degli impianti e delle persone. Proprio per questo, tuttavia, devono essere circoscritti, motivati e sottoposti a controllo pubblico. Il punto politico non è soltanto stabilire se un determinato impiego debba essere temporaneamente consentito. Bisogna chiedere per quanto tempo, in quali quantità, con quali sistemi di contenimento e attraverso quale tracciabilità. Soprattutto, occorre sapere chi sosterrà i costi della prevenzione, della bonifica e dello smaltimento. Il rischio è che la categoria dell’uso essenziale venga progressivamente dilatata fino a trasformarsi in una zona di eccezione permanente. E che, in nome della sicurezza strategica, gli obblighi ambientali vengano percepiti come ostacoli alla produzione anziché come parte integrante della sicurezza collettiva.
Il precedente veneto
Nel Veneto questa domanda non possiede nulla di astratto. Le indagini condotte a partire dal 2013 hanno documentato una contaminazione diffusa delle acque superficiali, sotterranee e potabili in alcune aree delle province di Vicenza, Verona e Padova. L’Arpav individuò nel sito produttivo della Miteni di Trissino nell’Ovest vicentino, la principale fonte della contaminazione. La vicenda ha dimostrato quanto sia difficile ricostruire, a distanza di anni, l’origine, la diffusione e le conseguenze di sostanze progettate proprio per non degradarsi. Ancora oggi il monitoraggio prosegue: nell’aprile 2026 l’Arpav ha reso disponibile una mappa contenente i risultati delle analisi effettuate nelle acque venete dal luglio 2013 al dicembre 2025. Nelle ultime settimane il rapporto elaborato dalla Regione Veneto con l’Istituto superiore di sanità ha inoltre riportato l’attenzione sulla presenza dei Pfas nei prodotti di origine animale. Su 703 campioni esaminati, 680 sono risultati entro i limiti previsti. È un dato descritto dai vertici di palazzo Balbi come complessivamente positivo, che però conferma la necessità di mantenere una sorveglianza stabile sulle filiere alimentari delle zone interessate. Il Veneto, dunque, dovrebbe essere il primo territorio a pretendere che ogni incremento delle produzioni potenzialmente interessate dall’impiego di Pfas sia accompagnato da controlli preventivi. Non perché sia possibile affermare che la crescita delle commesse militari stia già producendo nuove contaminazioni, ma perché l’esperienza maturata impedisce di considerare questo rischio puramente teorico. Lo stesso vale per il polo chimico di Spinetta Marengo, nell’Alessandrino. I monitoraggi di Arpa Piemonte relativi al 2025 hanno confermato la persistenza di contaminazioni da Pfas nelle acque sotterranee sia all’interno del sito sia all’esterno, lungo la direzione di deflusso della falda verso il fiume Bormida. Le analisi dell’aria hanno inoltre rilevato la presenza di Pfas nelle frazioni più fini del particolato, pur in assenza, allo stato attuale, di limiti normativi specifici per queste sostanze nell’aria ambiente. Sono casi differenti, con storie industriali e responsabilità che non possono essere sovrapposte. Mostrano però il medesimo problema: quando una sostanza persistente viene dispersa, la collettività è costretta a misurarsi per decenni con costi sanitari, ambientali e tecnologici difficilmente quantificabili.
Dalla fabbrica al fine vita
La dispersione dei Pfas non riguarda soltanto la loro produzione. Può avvenire negli stabilimenti che utilizzano sostanze fluorurate, attraverso le acque reflue, durante l’impiego di schiume antincendio, nella manutenzione dei materiali e, infine, quando prodotti e componenti giungono al termine del loro ciclo di vita. I Pfas possono accumularsi nei fanghi, nei terreni e nelle falde, trasferendosi successivamente agli organismi viventi e alle catene alimentari. Il fine vita rappresenta uno degli aspetti più problematici. La persistenza di queste molecole rende difficile non soltanto rimuoverle dall’acqua o dal suolo, ma anche distruggerle nei rifiuti. Secondo l’Agenzia europea dell’ambiente, la completa degradazione di alcuni fluoropolimeri richiederebbe temperature comprese tra 1.050 e 1.400 gradi, mentre gli impianti ordinari per i rifiuti non pericolosi possono operare a temperature inferiori, senza garantire necessariamente una distruzione completa. La gestione legale di questi materiali richiede dunque impianti adeguati, sistemi di tracciabilità, capacità tecnologiche oggi impraticabili secondo il grosso della comunità scientifica e costi considerevoli. Più aumentano i volumi prodotti, più diventa importante sapere dove finiranno gli scarti, chi li prenderà in carico e con quali procedure saranno classificati. È qui che il tema ambientale incontra o si scontra quello della legalità. L’elevato costo dello smaltimento costituisce da sempre un incentivo alla ricerca di scorciatoie. Nel caso di rifiuti complessi e difficili da analizzare, il rischio può manifestarsi attraverso classificazioni inesatte, certificazioni compiacenti, esportazioni poco trasparenti, diluizioni o conferimenti in impianti non adeguati. Non vi ci sono elementi sufficienti per affermare che esista già una filiera criminale organizzata attorno ai rifiuti contenenti Pfas provenienti dalla produzione militare europea. Sarebbe altrettanto irresponsabile, tuttavia, attendere che un sistema illecito venga scoperto prima di predisporre controlli capaci di impedirne la formazione. La crescita delle commesse militari, la riservatezza che accompagna alcuni contratti e la complessità delle catene di subfornitura possono rendere più difficile la ricostruzione dei flussi dei materiali. La sicurezza nazionale non deve perciò diventare un argomento utilizzabile per sottrarre al controllo ambientale le sostanze impiegate, i quantitativi prodotti, gli scarichi e il destino dei rifiuti.
La sicurezza che manca
La questione non consiste nello stabilire se l’Europa debba difendersi. Consiste nel decidere quale idea di sicurezza intenda perseguire. Un continente può rafforzare le proprie capacità militari senza rinunciare alla tutela dell’acqua, del suolo e della salute? Può pretendere che le aziende destinatarie di grandi investimenti pubblici finanzino anche la ricerca delle alternative, il monitoraggio delle emissioni e il trattamento dei rifiuti? Può garantire che le deroghe siano temporanee, verificabili e revocabili? Queste domande dovrebbero precedere l’aumento della produzione, non seguirlo. Servirebbe una disciplina europea capace di imporre almeno la registrazione degli impieghi di Pfas nel settore della difesa, la tracciabilità dei quantitativi utilizzati, il monitoraggio degli scarichi e delle falde nei pressi degli stabilimenti e delle basi militari, la pubblicazione dei dati ambientali non coperti da reali esigenze operative e la responsabilità economica dei produttori per l’intero ciclo di vita dei materiali. Altrimenti il riarmo rischia di essere accompagnato da un’amnistia ecologica silenziosa: non formalmente dichiarata, ma costruita attraverso proroghe, eccezioni, carenza di controlli e opacità delle filiere. Il vero tabù non è riconoscere che alcune tecnologie militari utilizzano ancora i Pfas. Il vero tabù è discutere apertamente chi dovrà sopportarne il costo collaterale. Per proteggere i propri confini esterni, l’Europa non può accettare di compromettere le riserve idriche, gli ecosistemi e la salute delle comunità che dovrebbe difendere. Una sicurezza ottenuta trasferendo i rischi dalla frontiera alle falde acquifere sarebbe una sicurezza soltanto apparente: la sostituzione di una minaccia visibile con una contaminazione destinata a durare per generazioni.