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Violenza

Violenza di Genere: breve Analisi e Strategie di Prevenzione Sociale

Di Annalisa Zabonati

5 MARZO 2026

Violenza di Genere: breve Analisi e Strategie di Prevenzione Sociale

Le dinamiche relazionali conseguenti esprimono strumenti in cui il controllo e la coercizione sono utilizzati per mantenere il potere maschile, generando terreno fertile per la violenza nelle relazioni intime, interpersonali, sociali, istituzionali. Studi recenti confermano come queste disuguaglianze strutturali siano tra le cause principali della persistenza della violenza di genere, che è una violazione sistemica e sistematica dei diritti umani (Heise et al., 2019; World Health Organization, 2021). L’approccio intersezionale, introdotto da Kimberlé Crenshaw (1991), amplia la comprensione della violenza di genere, riconoscendo che essa non si manifesta in modo uniforme, ma è mediata da molteplici fattori identitari come razza/etnia, classe sociale, orientamento sessuale, identità di genere, disabilità, status migratorio e altre forme di marginalizzazione. Questi fattori interagiscono tra loro e amplificano la vulnerabilità delle persone, creando esperienze di violenza che sono specifiche e differenziate, in cui possono essere sperimentate forme di violenza e discriminazione che si sovrappongono e si rafforzano reciprocamente, complicando i percorsi di resilienza, post-traumatizzazione, guarigione.

La violenza di genere va intesa, quindi, come il risultato di complesse interazioni tra strutture socioculturali, ideologiche, politiche oppressive, dinamiche psicologiche profonde e fattori identitari intersecanti.

Le persone che sperimentano la violenza di genere esprimono effetti psicologici e emotivi che possono manifestarsi in disturbi da stress post-traumatico (PTSD), depressione, ansia e altre forme di disagio psichico (Campbell, 2002; Golding, 1999). Il trauma derivante da abusi fisici, psicologici, economici, identitari o sessuali può compromettere profondamente il senso di sicurezza, l’autostima e la capacità di regolazione emotiva, con effetti a lungo termine sulla salute mentale e sul funzionamento quotidiano (Briere e Jordan, 2004; Johnson e Zlotnick, 2006). La complessità del trauma spesso si intreccia con fattori intersezionali, come sopra menzionato, che aggravano l’impatto psicologico e complicano i percorsi di guarigione (Bryant-Davis e Ocampo, 2005).

Affrontare le implicazioni psicologiche della violenza di genere attraverso un approccio intersezionale significa non solo curare le ferite individuali, ma anche contribuire a un cambiamento strutturale più ampio, capace di riconoscere e valorizzare la forza e la resilienza delle donne e delle comunità colpite dalla violenza.

Uno degli interventi sociali più efficaci per contrastare la violenza di genere è rappresentato dall’educazione critica alle norme di genere, al sessismo e alle altre discriminazioni intersezionali, che mira a decostruire stereotipi, pregiudizi e modelli di comportamento diseguali, promuovendo relazioni basate sull’uguaglianza, il rispetto e la responsabilità e la cura condivise (Jewkes et al., 2017; Barker et al., 2010). Questo tipo di educazione stimola una riflessione critica sulle radici culturali e sociali della violenza, incoraggiando un cambiamento profondo nelle percezioni e nei comportamenti individuali e collettivi (Kimmel, 2017). La cura include non solo l’assistenza diretta a bambini, anziani, persone malate o disabili, ma anche il lavoro emotivo, la gestione degli spazi di vita e la manutenzione delle relazioni sociali (Hochschild, 1983; Tronto, 1993). La cura va intesa come pratica trasformativa, atto di resistenza e di costruzione di comunità solidali, che sfida logiche di sfruttamento e individualismo (Federici, 2012; Tronto, 2013). È una pratica che può rigenerare legami sociali e promuovere giustizia sociale, riconosce le diverse esperienze di oppressione e privilegio, promuovendo un’attenzione alle specificità di ciascuna persona (Fraser, 1997; Collins, 2000). Si possono riconoscere i seguenti punti chiave di questo importante concetto: riconoscimento e redistribuzione: è fondamentale riconoscere il valore della cura e chiedere una redistribuzione equa di questo lavoro tra generi e classi sociali (Fraser, 1997; Folbre, 2001); rappresentazione e partecipazione: dare voce alle persone che svolgono lavori di cura, soprattutto quelle marginalizzate, nelle decisioni politiche ed economiche (Tronto, 2013; Kittay, 1999); sostenibilità e benessere: la cura non è solo un dovere, ma un elemento essenziale per la salute collettiva e la sostenibilità delle società (Kleinman, 2000; Folbre, 2012). La cura è un nodo cruciale per comprendere e trasformare le disuguaglianze strutturali, valorizzando un lavoro spesso invisibile e costruendo un modello di società più giusto e inclusivo (Federici, 2012; Tronto, 2013). I programmi scolastici inclusivi, che integrano l’educazione di genere e la prevenzione della violenza fin dalla giovane età, si sono dimostrati particolarmente efficaci nel promuovere consapevolezza precoce e nel ridurre atteggiamenti sessisti, discriminatori e violenti (Flood, 2019; UNESCO, 2018). La sensibilizzazione nelle comunità, attraverso campagne pubbliche, workshop e gruppi di discussione, favorisce la diffusione di nuovi modelli culturali e la costruzione di reti di supporto che contrastano la normalizzazione della violenza (Heise, 2011; Michau et al., 2015).

L’inserimento di prospettive intersezionali che riconoscono come le norme di genere si intreccino con altre forme di discriminazione, quali etnia, colore, classe sociale, abilismo, ageismo e identità sessuale (Crenshaw, 1991; Sokoloff e Dupont, 2020), permette di sviluppare interventi più sensibili e mirati, capaci di raggiungere gruppi diversi e di affrontare le molteplici radici della violenza, attivando comportamenti e atteggiamenti di prevenzione della violenza, per promuovere il rispetto, il riconoscimento delle differenze e la non violenza (Flood, 2015; Barker et al., 2010).

La trasformazione culturale richiede un impegno continuo e multilivello, che coinvolga istituzioni, media, sistemi educativi e comunità, per costruire una cultura della parità di genere e della non violenza sostenibile nel tempo (World Health Organization, 2019), con programmi di educazione critica diffusa e radicata per rompere il ciclo della violenza e promuovere società più giuste, inclusive e empatiche. Iniziative educative e comunitarie per una consapevolezza diversa del maschile e della mascolinità positiva sono strumenti efficaci per responsabilizzare gli uomini e i ragazzi, promuovendo consapevolezza critica sulle proprie posizioni di privilegio e sul ruolo che possono svolgere nella lotta contro la violenza di genere (Flood, 2015; Casey et al., 2013). Uno degli scopi di programmi di questo tipo è la rottura del silenzio e della complicità sociale che spesso circondano la violenza di genere, promuovendo una cultura di responsabilità condivisa e solidarietà (Flood, 2019; Jewkes et al., 2015).

Le reti sociali e comunitarie svolgono un ruolo cruciale nella prevenzione della violenza di genere, offrendo sostegno diretto alle vittime e promuovendo norme culturali di solidarietà, rispetto e non violenza (Ellsberg et al., 2015; Heise, 2011), agendo come fattori protettivi, riducendo l’isolamento sociale delle persone colpite dalla violenza e facilitando l’accesso a risorse fondamentali quali assistenza legale, sanitaria e psicologica (Michau et al., 2015; Abramsky et al., 2014; Goodman et al., 2016; Bacchus et al., 2019). La presenza di comunità resilienti, capaci di rispondere collettivamente alle sfide e di sostenere i componenti vulnerabili, contribuisce a rompere il ciclo della violenza e a costruire un tessuto sociale più coeso e inclusivo (Jewkes e Morrell, 2018; Walsh, 2020). L’implementazione di politiche pubbliche efficaci, che includano leggi contro la violenza di genere, finanziamenti per i servizi di supporto e formazione per operatori/operatrici, è fondamentale per creare un ambiente sociale che non sostenga la violenza (WHO, 2019). Le politiche devono essere sensibili alle differenze intersezionali, per rispondere alle esigenze di tutte le persone che sono oggetto di violenza.

La violenza di genere, radicata in strutture sociali complesse con disuguaglianze sistemiche, richiede politiche pubbliche che non si limitino a interventi emergenziali, ma che agiscano in modo strutturale, integrato e intersettoriale, promuovendo l’uguaglianza di genere, la tutela dei diritti umani e l’empowerment delle persone che escono da percorsi di violenza, tenendo conto delle diverse identità e contesti culturali (Heise, 2011; UN Women, 2015). Una normativa chiara, rigorosa e applicata con coerenza è fondamentale per garantire la protezione delle persone che hanno avuto esperienza e trauma da violenza e la responsabilizzazione degli autori. Le leggi devono includere: • definizioni estese e aggiornate di violenza di genere, comprendendo tutte le forme di abuso fisico, psicologico, sessuale, economico e digitale (World Health Organization, 2013); • procedure di protezione immediate e accesso facilitato a misure cautelari e ordini restrittivi; • formazione obbligatoria per operatori/operatrici della giustizia, forze dell’ordine e servizi sociali per una gestione sensibile, coordinata e competente dei casi (Jewkes, Flood & Lang, 2015); • riconoscimento del principio del consenso; la prevenzione della vittimizzazione secondaria, garantendo supporto psicologico e tutela della privacy (Campbell, 2008); • attivare percorsi di giustizia trasformativa, che mirano non solo alla riparazione del danno ma anche alla trasformazione delle relazioni sociali e delle strutture di potere che alimentano la violenza, rappresenta un approccio fondamentale per affrontare la violenza di genere in modo inclusivo e sostenibile (Braithwaite, 2002; Zehr, 2002; Richie, 2012; Palomba, 2023).

Anche le politiche devono riconoscere e affrontare le molteplici forme di discriminazione che amplificano la vulnerabilità alla violenza. Azioni specifiche possono includere: • programmi mirati per donne, minori migranti, rifugiate, persone lgbtqia+, donne con disabilità e minoranze etniche (Crenshaw, 1991; Amnesty International, 2018); • accesso e salario paritario al lavoro, all’istruzione, alla salute e ai servizi sociali come fattori protettivi contro la violenza (World Economic Forum, 2020; UN Women, 2019); • monitoraggio e raccolta dati disaggregati per valutare l’efficacia delle politiche e adattarle alle diverse realtà (Heise, 2011; UN Women, 2020).

Infine, la violenza di genere richiede un approccio integrato che unisca la comprensione psicodinamica, relazionale e intersezionale delle componenti individuali con un’analisi critica delle strutture socioculturali e delle molteplici identità (Crenshaw, 1991; Collins, 2000). Solo attraverso interventi sociali di prevenzione che promuovano educazione critica, coinvolgimento comunitario e politiche inclusive sarà possibile realizzare un cambiamento culturale profondo e duraturo (Flood, 2015; Jewkes et al., 2015).

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