La vicenda della contaminazione da Pfba in Veneto non è l'improvvisa emergenza di un mattino, bensì la cronistoria di un disastro annunciato che affonda le radici nel 2015. Già allora, la comparsa di questi composti nell'area della Miteni aveva sollevato interrogativi inquietanti: de facto l'azienda non li produceva né li utilizzava. Il sospetto, oggi trasformatosi in denuncia ferma da parte di noi attivisti del Coordinamento veneto Pedemontana alternativa - Covepa, punta dritto ai cantieri della Superstrada pedemontana veneta, la Spv. L'uso di additivi fluorurati e acceleranti cementizi avrebbe dato vita a una sorta di Miteni bis, una sorgente inquinante diffusa e persistente capace di infiltrarsi nelle falde e negli acquedotti da Vicenza fino al Padovano e al Veronese. Le modalità con cui si sono mischiati i calcestruzzi inquinati dagli accelleranti ai pfba, con le terre e rocce da scavo, sembrano quelle tipiche delle organizzazioni mafiose coinvolte nel traffico di rifiuti e movimenti terra, con una differenza è tutto scritto nel sistema di smaltimento delle terre e rocce da scavo del progetto, con i soliti controlli di routine.
In questo scenario, il problema ambientale si intreccia a una gestione istituzionale che appare segnata da una preoccupante mancanza di incisività. Nonostante le segnalazioni del Covepa e i dati raccolti da Arpav nel corso degli anni su anomalie nei drenaggi delle gallerie e nei pozzi, la Regione Veneto ha scelto la via della minimizzazione, comunicando la presenza di Pfba al Ministero solo nel dicembre 2023. Questa opacità, che ricalca i meccanismi già visti all'inizio del caso Pfas, solleva dubbi sulla reale volontà di approfondire le responsabilità legate a un'opera pubblica.
Ma c'è un aspetto ancora più allarmante che emerge dall'analisi di questa deriva: la debolezza della risposta giudiziaria e degli organi di controllo. Se è vero che la magistratura interviene con dieci anni di ritardo (https://wwwcovepa.blogspot.com/2026/02/pfba-una-contaminazione-prevista.html) e con contestazioni che appaiono meno severe rispetto a quelle del processo Miteni, nonostante la gravità delle sostanze coinvolte, si crea un precedente pericoloso. Una condotta non particolarmente arcigna da parte della magistratura, della Regione Veneto e delle aziende sanitarie Ulss, incluso il servizio Spisal incaricato della vigilanza sui luoghi di lavoro e sui cantieri, non è solo un limite amministrativo: di più, è un serio elemento di fragilità del sistema.
È proprio in queste maglie larghe della legalità e del controllo che si annida il pericolo maggiore. Una vigilanza debole o tardiva può costituire un invito a nozze per l'infiltrazione di cordate mafiose. Quando le istituzioni non presidiano con rigore la gestione del territorio e dei grandi appalti, si rischia di aprire le porte a una vera e propria colonizzazione malavitosa. Questo rischio non riguarda solo soggetti organicamente legati alle cosche tradizionali, ma investe direttamente la cosiddetta mafia dei colletti bianchi, capace di mimetizzarsi tra interessi economici, circoli iniziatici deviati e silenzi burocratici.
Il Veneto non può permettersi che un'infrastruttura pubblica diventi un vettore di inquinamento e, contemporaneamente, un terreno di coltura per la criminalità organizzata? Siamo già troppo in ritardo per porre rimedio? In un momento come questo viene solo da dire che senza un cambio di passo nelle indagini e una vigilanza intransigente da parte di Ulss, Spisal e organi regionali, il prezzo da pagare non sarà solo ambientale e sanitario, ma riguarderà la tenuta stessa della legalità nel nostro tessuto sociale. Il diritto alla verità e all'acqua pulita richiede istituzioni che difendano i cittadini con determinazione, senza concedere alcuno spazio a chi prospera nel buio dei controlli mancati. La legalità non è solo un concetto astratto: è in primis un collante sociale imprescindibile per una convivenza degna di questo nome.