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Resistenza

Le partigiane dimenticate: la Resistenza che ha sfidato anche il patriarcato

Di Annalisa Zabonati

27 APRILE 2026

Le partigiane dimenticate: la Resistenza che ha sfidato anche il patriarcato

La Resistenza italiana al nazifascismo (1943–1945) è stata narrata per decenni come una storia di uomini armati, di comandanti carismatici, di battaglie che si sono concluse con la Liberazione del 25 aprile. Eppure, questa narrazione ha rimosso le donne - non solo come vittime o soccorritrici, ma come agenti attive di cambiamento politico e sociale. Le partigiane non combatterono solo contro il nazifascismo perché sfidarono le gerarchie di genere che volevano loro un ruolo subalterno, rivendicando la propria libertà in un’epoca in cui il genere femminile era ancora definito dal regime come espressione e incarnazione del ruolo di madre, moglie e custode della morale fascista. Come scrive Anna Bravo:

“La Resistenza non fu solo una guerra di liberazione nazionale, ma anche un laboratorio di cittadinanza femminile. Le donne che vi parteciparono non volevano solo la fine della guerra: volevano ridefinire il proprio posto nel mondo”.

Le donne che parteciparono alla Resistenza provenivano da tutti gli strati sociali, con alcune caratteristiche fondamentali: le donne giovani (la maggior parte tra i 18 e i 30 anni), spesso con un’istruzione superiore o universitaria, rifiutarono il modello di femminilità imposto dal fascismo; le donne mature, come Teresa Noce (Medaglia d’Oro al Valor Militare), portarono con sé l’esperienza della militanza politica antifascista; le contadine, le operaie, le insegnanti, le lavoratrici le “casalinghe”, si organizzarono in reti di solidarietà o si unirono alle formazioni armate.

Secondo le stime più accreditate, furono circa 35.000 le donne che parteciparono attivamente alla lotta partigiana, di cui 623 morirono in combattimento o a seguito della repressione, e 4.500 furono arrestate, torturate o deportate nei campi di concentramento nazisti. Queste cifre, tuttavia, sono parziali e approssimative, poiché molte donne operarono in modo invisibile, senza essere registrate nelle formazioni ufficiali.

Come osserva Dora Liscia: “Le partigiane non erano un gruppo omogeneo. Erano donne di città e di campagna, istruite e analfabete, comuniste e cattoliche. Ciò che le univa era la consapevolezza che la lotta contro il fascismo fosse anche una lotta per la propria libertà”.

Le ragioni che spinsero le donne a partecipare alla Resistenza erano complesse e intersecate, per molte, la scelta di prendere le armi o sostenere la lotta era radicata in una consapevolezza politica e personale che sfidava le norme di genere dell’epoca, per altre era una presa di posizione attiva della propria partecipazione a decenni di sottomissione a un regime fascista e patriarcale.

Come scrisse Teresa Noce nelle sue memorie:

“Non potevamo stare a guardare mentre il fascismo distruggeva tutto ciò in cui credevamo. Per noi, la Resistenza non era solo una guerra, ma una scelta di vita”.

Per altre donne, la partecipazione alla lotta era un dovere morale nei confronti della patria occupata, specie per le donne delle zone rurali, che vedevano la guerra come una minaccia alla sopravvivenza delle loro comunità.

Per molte donne, la Resistenza rappresentò la prima occasione per agire come soggetti politici autonomi. Come scrisse Ada Gobetti:

“Non volevamo solo la pace, volevamo la libertà. Libertà di scegliere, di parlare, di essere donne senza dover chiedere permesso”.

Questa consapevolezza era particolarmente forte tra le giovani, che rifiutavano il modello di femminilità imposto dal fascismo, come Carla Capponi, che combatté in prima linea, dichiarò: “Portavamo un fucile, ma anche un manifesto. Volevamo dimostrare che le donne potevano essere forti, indipendenti, libere”.

Infine, molte donne parteciparono alla Resistenza per solidarietà verso perseguitati, ebrei, soldati alleati e renitenti alla leva.

La storiografia tradizionale ha ristretto il ruolo delle donne alla figura della “staffetta”: la giovane che attraversava le linee nemiche per trasportare messaggi e armi. Tuttavia, le partigiane agirono in molteplici ruoli, spesso in contesti gerarchici informali ma fondamentali per la sopravvivenza delle formazioni partigiane.

Alcune donne presero parte attivamente agli scontri. Queste donne non erano solo “eccezioni”: in alcune zone, come l’Emilia-Romagna e il Piemonte, furono costituite formazioni interamente femminili, come le Brigate Maddalene in Piemonte, che operarono tra il 1944 e il 1945. Composte da circa 200 donne, operavano come unità autonome, con ruoli che andavano dal combattimento al sabotaggio, fino all’organizzazione logistica. Come scrisse una delle loro comandanti, Giovanna Zangrandi:

“Non eravamo solo staffette. Eravamo soldati, infermiere, sabotatrici. Eravamo libere”.

Le donne furono fondamentali nella raccolta di informazioni e nella pianificazione di azioni di sabotaggio. Molte lavoravano come infermiere negli ospedali da campo, curando i feriti e nascondendo i partigiani, come addette alle comunicazioni, trasmettendo messaggi radio o usando codici cifrati, organizzatrici di scioperi, come quelli del marzo 1944 a Torino e Milano, che paralizzarono la produzione industriale a sostegno della lotta partigiana.

Oltre al combattimento, le donne organizzarono reti di solidarietà per nascondere perseguitati, ebrei e soldati alleati, cucine collettive e mense popolari per i partigiani e le famiglie colpite dalla guerra, gestirono Ospedali da campo che curavano i feriti e nascondevano i partigiani.

Nonostante il loro contributo, le donne dovettero negoziare spazi di autonomia in un contesto dominato dagli uomini. Molte formazioni partigiane, infatti, erano strutturate su modelli militari tradizionali, che non prevedevano ruoli di comando per le donne. Tuttavia, alcune riuscirono a emergere, come Ada Gobetti, che guidò una formazione partigiana in Piemonte e divenne una figura chiave della Resistenza torinese, così descrisse la sua esperienza:

“Dovevo dimostrare di essere più brava degli uomini. Non per loro, ma per me stessa”.

Teresa Noce, invece organizzò la Brigata Garibaldi “Sap” in Piemonte e fu una delle prime donne a essere decorata per il suo ruolo nella Resistenza.

Le partigiane subirono una doppia violenza, quella del nemico nazifascista (stupri, torture, deportazioni) e quella di una società che non le riconosceva. Infatti, dopo la Liberazione, il loro ruolo fu minimizzato o dimenticato. Furono ridotte a figure simboliche (la “madre della patria”, la “donna che aspetta”) piuttosto che riconosciute come combattenti, resistenti, attive e partecipi.

Come scrive Anna Bravo:

“La memoria della Resistenza è stata costruita su un mito: quello dell’uomo combattente. Le donne sono state relegate a ruoli accessori, perché la loro partecipazione sfidava l’idea stessa di femminilità”.

Molte partigiane non parlarono della loro esperienza per decenni, per vergogna (coloro che erano state stuprate o torturate si sentivano colpevoli o indegne), per paura (il clima politico del dopoguerra, con la Guerra Fredda e la contrapposizione tra PCI e DC, rese difficile parlare apertamente della Resistenza), per normalizzazione (molte donne tornarono ai ruoli tradizionali, e il loro contributo fu cancellato).

Solo negli anni Settanta, con il movimento femminista, la loro figura fu riscoperta e valorizzata.

Il contributo delle partigiane non si limitò alla lotta di Liberazione. Il loro impegno influenzò direttamente la nascita della Repubblica italiana e la stesura della Costituzione del 1948, che per la prima volta riconobbe diritti fondamentali per le donne.

La Costituzione repubblicana riconobbe per la prima volta: • Art. 3: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso”. • Art. 51: “Tutti i cittadini dell’uno o dell’altro sesso possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza”. • Diritto di voto (1945), che permise alle donne di partecipare attivamente alla vita politica. Queste conquiste furono possibili anche grazie al ruolo delle partigiane nella lotta di Liberazione, che dimostrò che le donne potevano essere cittadine a pieno titolo, non solo mogli o madri.

Molte delle donne elette all’Assemblea Costituente erano state partigiane o avevano partecipato alla Resistenza. Come scrisse Lina Merlin:

“La Resistenza ci ha insegnato che la libertà non è solo una conquista politica, ma anche personale. E noi volevamo che quella libertà fosse per tutte le donne”.

Nel 1946, 21 donne furono elette all’Assemblea Costituente, su un totale di 556 deputati. Queste donne attivarono rivendicazioni di genere, dimostrando che la Resistenza non fu solo una lotta politica, ma anche un laboratorio di emancipazione.

L’esperienza della Resistenza influenzò direttamente i movimenti femministi degli anni Settanta, che ripresero le rivendicazioni delle partigiane, a partire da alcuni elementi di base: • Il diritto al lavoro: Molte partigiane avevano lavorato durante la guerra, e chiesero che questo impegno fosse riconosciuto. • Il diritto all’istruzione: Le donne che avevano partecipato alla Resistenza volevano che le loro figlie avessero accesso a un’istruzione superiore. • La sessualità: Le partigiane avevano sfidato i ruoli tradizionali, e i movimenti femministi degli anni Settanta chiesero libertà sessuale e controllo del proprio corpo, per l’autodeterminazione. La memoria delle partigiane ci insegna che la libertà non è mai un punto di arrivo, ma un cammino. Un cammino svolto sfidando non solo il nemico, ma anche le convenzioni di un’epoca che voleva per loro un ruolo subalterno. Oggi, di fronte a nuove forme di oppressione - dal razzismo al sessismo, dalla violenza di genere alle disuguaglianze economiche - il loro esempio ci invita a non abbassare la guardia.

Non basta ricordare le partigiane una volta all’anno, il 25 aprile. Bisogna portarle nelle scuole, nei luoghi di lavoro, nelle piazze, come simbolo di una lotta che non fu solo militare, ma femminista, antirazzista e antifascista. Come ha scritto Anna Bravo:

“La memoria non è un museo, ma uno strumento per costruire il futuro. Se dimentichiamo le partigiane, perdiamo un pezzo fondamentale della nostra storia e della nostra libertà”.

Le partigiane non combatterono solo per la fine della guerra, ma per un mondo più giusto. Oggi, quella lotta continua contro la violenza di genere, per i diritti civili e umani, per la giustizia sociale e climatica. Come disse Carla Capponi in un’intervista degli anni Novanta:

“Noi abbiamo lottato per la libertà. Ma la libertà non è solo non avere un nemico alle porte. È anche avere il diritto di scegliere, di parlare, di essere sé stesse. E questo diritto va difeso ogni giorno”.

Come ha ricordato Lina Merlin in una delle sue ultime interviste:

“Le ragazze di oggi devono sapere che la libertà non è un regalo. È una conquista. E devono essere pronte a difenderla, come lo fummo noi”.

Le partigiane ci hanno lasciato un’eredità preziosa: la consapevolezza che la libertà si costruisce giorno per giorno. Non possiamo permettere che la loro storia venga dimenticata o strumentalizzata.

Come ha scritto una partigiana sconosciuta nei suoi appunti:

“Noi siamo state il vento che ha spazzato via il fascismo. Ma il vento non si ferma mai. Soffia, e continuerà a soffiare finché ci sarà qualcuno che avrà bisogno di libertà”.

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