A quasi un anno dall’inchiesta di Domani sui rapporti tra Pino Insegno e Fabrizio Piscitelli, detto Diabolik, e sul numero privato di Michela Andreozzi consegnato al capo ultrà, vale la pena confrontare la reazione della Rai di allora con quella riservata oggi a Sigfrido Ranucci. Nel primo caso non risulta alcuna sospensione, Comitato etico o provvedimento pubblico. Nel secondo: repliche di Report sospese, istruttoria etica e infine sostituzione del conduttore. Due storie diverse, certamente. Ma proprio per questo il confronto sui criteri adottati dal servizio pubblico diventa inevitabile.
Ci sono anniversari che servono a celebrare e anniversari che servono a fare i conti. Il 4 settembre sarà trascorso un anno da quando Nello Trocchia pubblicò su Domani l’inchiesta intitolata “Le chat tra Insegno e Piscitelli: quel ‘piacere’ fatto a Diabolik”. Era il 4 settembre 2025 e si raccontava qualcosa di molto preciso: nel febbraio 2019 Pino Insegno aveva fornito a Fabrizio Piscitelli, detto Diabolik, il numero telefonico privato dell’attrice e regista Michela Andreozzi. Piscitelli non era un personaggio qualsiasi: capo degli Irriducibili della Lazio, figura della criminalità romana e narcotrafficante, sarebbe stato assassinato il 7 agosto dello stesso anno. La vicenda era cominciata da una cosa apparentemente insignificante. Andreozzi aveva pronunciato scherzosamente «Lazie» durante una trasmissione dedicata agli Oscar. Ne era seguita una campagna violentissima contro di lei. Il 25 febbraio 2019 Piscitelli inviò a Insegno il collegamento alla notizia sulla polemica. Secondo le conversazioni esaminate e pubblicate da Domani, Insegno rispose fornendo il numero personale dell’attrice. È necessario precisare immediatamente ciò che quelle carte non dimostrano: non risulta che Pino Insegno abbia ordinato di minacciare Andreozzi, né che abbia partecipato alla successiva campagna di insulti. Attribuirgli una responsabilità di questo genere sarebbe scorretto. Ma rimane il fatto documentato dall’inchiesta: il numero privato di una collega finisce nelle mani di Piscitelli. E ciò che accade dopo rende quel gesto tutt’altro che irrilevante. Il Domani del 4 settembre 2025, ricostruisce la sequenza e i rapporti tra Insegno e Piscitelli. Il rapporto tra i due, peraltro, non era una scoperta dell’ultimo minuto: già il 7 agosto 2024 Enrica Riera e Nello Trocchia, nell’inchiesta “Governo, regione e pure la Rai: la rete dei contatti di Diabolik”, avevano ricostruito l’impressionante rubrica relazionale di Piscitelli, nella quale compariva anche Insegno. Interpellato dal giornale, il conduttore non aveva negato quella relazione. Aveva definito Fabrizio Piscitelli un amico. Il 6 settembre 2025 arriva però il secondo elemento fondamentale. È Michela Andreozzi stessa a raccontare a Domani cosa le era successo. Dice di essere stata contattata personalmente da Diabolik, da un numero sconosciuto. Piscitelli le avrebbe intimato, con un tono da lei percepito come inquietante, di rimediare alla battuta sulla Lazio. Andreozzi racconta una campagna d’odio tanto violenta da costringerla a chiudere Twitter, minacce rivolte anche alla sua famiglia, insulti sessisti e mesi di angoscia. E racconta soprattutto di avere scoperto soltanto grazie all’inchiesta di Trocchia chi avrebbe fornito il suo recapito telefonico a Piscitelli: Pino Insegno, collega che conosceva da più di trent’anni. Qui la storia smette definitivamente di essere gossip. Diventa una questione sulla quale una televisione di servizio pubblico avrebbe potuto, almeno in teoria, interrogarsi.
E la Rai? Un anno dopo, cercando tra comunicati, cronache e provvedimenti pubblicamente disponibili, non risulta che la Rai abbia annunciato la sospensione cautelare di Insegno per quella vicenda. Non risulta che abbia comunicato l’attivazione della Commissione per il Codice etico. Non risulta che abbia annunciato un’istruttoria interna analoga a quella successivamente aperta per Ranucci. Non risulta una sospensione dei programmi affidati al conduttore. Non risulta che gli sia stata tolta la conduzione per effetto del caso Andreozzi-Diabolik. E Insegno è rimasto in Rai. Il confronto diventa inevitabile perché esattamente ciò che non risulta essere accaduto nel caso Insegno è accaduto nel caso Ranucci.
Un uomo vicino alla destra Anche qui bisogna scegliere le parole con precisione. Non occorre sostenere che Pino Insegno abbia una tessera di Fratelli d’Italia. Non è questo il punto. La prossimità politica è documentata pubblicamente. Il 22 settembre 2022, alla chiusura della campagna elettorale del centrodestra in Piazza del Popolo a Roma, fu proprio Insegno a presentare Giorgia Meloni sul palco. ANSA, il giorno successivo, raccontò la partecipazione del doppiatore alla manifestazione ricordando che era stato lui a introdurre la leader di Fratelli d’Italia. Nel maggio 2023 Repubblica, ricostruendo il ritorno di Insegno in Rai, ricordava la sua amicizia con Meloni, le frequenti apparizioni nelle campagne elettorali e negli eventi di Fratelli d’Italia e le visite a Palazzo Chigi. E lo stesso Insegno, nell’articolo di Domani del 4 settembre 2025, viene ricordato per parole che non lasciano molti dubbi sulla natura della relazione personale: Giorgia Meloni è per lui «un’amica». È dunque legittimo utilizzare una metafora: Insegno appartiene al mazzo di carte relazionale della destra oggi al governo, senza che ciò significhi attribuirgli una formale appartenenza partitica.
Per Ranucci la cautela diventa improvvisamente indispensabile. Nel luglio 2026 la Rai sceglie un comportamento completamente diverso. Dopo gli sviluppi dell’indagine sull’attentato subito dal giornalista davanti alla propria abitazione, la Direzione Approfondimento decide il 10 luglio di sospendere cautelativamente le repliche estive di Report. La formulazione del comunicato Rai merita di essere conservata: la sospensione viene decisa «in attesa che si faccia piena chiarezza» sulla vicenda e «a tutela di un patrimonio editoriale di grande valore per il servizio pubblico». Il 4 agosto Ranucci viene ascoltato per circa cinque ore dalla Commissione, producendo documentazione e testimonianze sulle inchieste e sui rapporti con le fonti. Il 13 agosto la relazione viene consegnata all’amministratore delegato Giampaolo Rossi. Il contenuto resta riservato. Poi arriva l’ultimo atto. Il 29 agosto l’azienda comunica ufficialmente che dalla prossima stagione la conduzione di Report sarà affidata a Giulia Presutti e Daniele Piervincenzi. La motivazione ufficiale parla di una «nuova fase» del programma, professionalità ed esperienza maturata sul campo. Ma rimane un particolare enorme: Sigfrido Ranucci è la vittima dell’attentato. Le informazioni pubblicamente disponibili non hanno prodotto prove che Ranucci conoscesse preventivamente il progetto dell’attentato. Reuters, nella ricostruzione del 29 agosto, sottolinea che non risultano prove che lo implichino nella preparazione dell’azione e riferisce anche la forte reazione della redazione di Report alla sua sostituzione. Eppure, la vittima perde la conduzione.
Le due misure Mettiamo allora le due sequenze una accanto all’altra. Insegno: emerge una relazione personale con Fabrizio Piscitelli; Domani documenta una conversazione nella quale il conduttore fornisce a Diabolik il numero privato di Michela Andreozzi; Andreozzi racconta che Piscitelli effettivamente la chiamò e descrive le minacce e la campagna d’odio subite. Non risultano pubblicamente sospensione cautelare, Comitato etico o rimozione. Ranucci: subisce un attentato; successivamente viene arrestato il presunto mandante; emergono elementi controversi sui rapporti tra Ranucci e Valter Lavitola, sui quali la magistratura indaga. La Rai sospende le repliche di Report, attiva la Commissione per il Codice etico, istruisce il caso e infine sostituisce Ranucci alla conduzione. Non occorre stabilire che le due vicende siano identiche. Non lo sono. Proprio perché non lo sono, però, la sproporzione delle reazioni aziendali richiede una spiegazione. Perché il principio di precauzione, la reputazione del servizio pubblico, la fiducia dei cittadini e il Codice etico sembrano diventare improvvisamente imprescindibili quando il nome sul fascicolo è quello di Sigfrido Ranucci? Perché un anno prima non abbiamo visto pubblicamente dispiegarsi la stessa macchina aziendale?
Ranucci non appartiene a nessun mazzo C’è una seconda differenza: Ranucci è difficile da collocare. Report negli anni ha indagato su uomini, interessi e vicende riconducibili tanto alla destra quanto alla sinistra. Sarebbe una ricostruzione incompleta dimenticare che Ranucci e Report hanno avuto avversari anche nell’opposizione. Italia Viva, per esempio, nel febbraio 2022 chiedeva esplicitamente alla Rai di «prendere posizione» contro Ranucci dopo lo scontro con Davide Faraone e Andrea Ruggieri. Maurizio Gasparri, dall’altra parte dello schieramento, ha portato ripetutamente Ranucci e Report nelle sedi parlamentari. Nel 2024 una sua interrogazione al ministro della Giustizia richiamava il numero dei procedimenti penali per diffamazione riguardanti il giornalista. La stessa pagina ufficiale di Report ricordava nel gennaio 2024 lo scontro con Fratelli d’Italia per le inchieste riguardanti il presidente del Senato Ignazio La Russa e il padre della presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Nel 2025 Repubblica ricostruiva inoltre una lunga storia di attacchi, smentite e querele provenienti da FdI, Lega, Forza Italia, Italia Viva e anche dal Pd. Quindi sarebbe sbagliato trasformare Ranucci nel giornalista di una parte politica. È quasi il contrario. Ranucci è un giornalista che nel corso degli anni è riuscito a farsi contestare da parti diverse, perché Report ha attraversato territori che la politica preferisce spesso considerare propri. Ed è precisamente qui la differenza con Insegno. Uno possiede una collocazione pubblicamente riconoscibile: amico della Presidente del Consiglio, protagonista di manifestazioni della destra, presentatore sul palco della chiusura della campagna elettorale del 2022. L’altro possiede soprattutto una storia professionale di inchieste che gli hanno procurato querele, interrogazioni, campagne politiche e nemici distribuiti in più di uno schieramento. Insegno è dentro un sistema di relazioni. Ranucci è scomodo ai sistemi di relazioni.
Chi decide quali carte devono restare coperte? Non chiediamo alla Rai di condannare Pino Insegno. Non compete a un’azienda sostituirsi alla magistratura. Non chiediamo nemmeno di stabilire una equivalenza morale o giudiziaria tra due vicende profondamente differenti. Chiediamo qualcosa di molto più semplice e, proprio per questo, molto più difficile da eludere: qual è il criterio? Se nel luglio 2026 la sola necessità di «fare piena chiarezza» giustificava la sospensione cautelare delle repliche di Report, perché nel settembre 2025 la Rai non ritenne necessario rendere pubblica almeno una verifica sul comportamento di un proprio conduttore che, secondo le chat pubblicate da Domani, aveva consegnato a Fabrizio Piscitelli il numero privato di una collega? Se la Commissione per il Codice etico deve tutelare la fiducia dei cittadini nel servizio pubblico, perché quella fiducia meritava un’istruttoria nel caso Ranucci e apparentemente non la meritava nel caso Andreozzi-Insegno? E soprattutto: come può accadere che, alla fine delle due storie, chi ha fornito a Diabolik il numero privato di una donna che racconta di essere stata successivamente chiamata e intimidita continui il proprio percorso nel servizio pubblico, mentre chi ha avuto un ordigno davanti casa perda la conduzione della propria trasmissione?
Nell’estate del 2026 sul tavolo c’è poi un’altra carta che rende la domanda ancora più delicata: la vicenda di Andrea Delmastro Delle Vedove e Mauro Caroccia. La Procura di Roma, nell’ambito dell’inchiesta sulla “Bisteccheria d’Italia”, ha chiesto alla Camera l’autorizzazione ad acquisire tutte le chat tra Delmastro, deputato di Fratelli d’Italia ed ex sottosegretario alla Giustizia, e Mauro Caroccia. Caroccia sta scontando una condanna definitiva a quattro anni nell’ambito di un’indagine sul clan Senese, mentre precisiamo che Delmastro non è indagato in alcun modo. La Giunta per le autorizzazioni ha inizialmente negato l’accesso richiesto dai magistrati. Il 5 agosto l’Aula della Camera, a voto segreto, ha poi approvato con 206 sì e 133 no la proposta di negare l’acquisizione delle conversazioni. C’è però un fatto successivo che va registrato per evitare qualsiasi semplificazione: il 24 luglio il difensore di Caroccia aveva depositato autonomamente in Procura una memoria contenente le chat, iniziativa accolta favorevolmente dallo stesso Delmastro, che ha sostenuto che quelle conversazioni avrebbero chiarito la sua estraneità a logiche criminali. Il punto istituzionale resta dunque il diniego parlamentare all’acquisizione richiesta dalla Procura per confrontarle con le conversazioni depositate dall’avvocato di Carroccia; perciò, non è corretto affermare che i magistrati siano rimasti materialmente privi di ogni copia delle conversazioni, ma che queste siano atti di parte di cui non si ha riscontro oggettivo. Questi fatti non provano che la sostituzione di Ranucci sia stata decisa politicamente per impedire a Report di occuparsi di vicende come quella in campagna elettorale. Non si può affermarlo come fatto e a pensare male si fa peccato. Ma la coincidenza temporale e il contesto rendono legittima una domanda giornalistica: chi continuerà con la stessa autonomia a indagare proprio nei territori in cui politica, affari e criminalità organizzata possono entrare in contatto e soprattutto in quello vicino alla Presidenza del Consiglio visto lo stretto legame con l’on. Delmastro? È questa la verifica che conta. Se la Rai sostiene di voler aprire una “nuova fase” e rafforzare il giornalismo investigativo, non è credibile proprio per la vicenda Insegno, e sui fatti che coinvolgono il governo. Intanto il governo del merito si è catafottuto della meritocrazia mandando un segnale preciso alle nuove generazioni e a chi da giovane cronista si è formato in una delle redazioni più premiate. Non sappiamo se si potrà continuare a fare domande perché il problema non riguarda più soltanto Pino Insegno o Sigfrido Ranucci. Riguarda la Rai. Riguarda il significato della parola indipendenza e della parola regime. Riguarda la possibilità che il Codice etico appaia severissimo con chi non appartiene a nessun mazzo e sorprendentemente silenzioso quando sul tavolo compare la carta giusta. È una domanda sulla qualità della nostra democrazia. Perché forse il problema non è soltanto chi conduce Report. Il problema è capire quali carte i cittadini potranno ancora girare, e quali carte chi è al potere, qualunque sia, preferirebbe lasciare coperte.