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Giornalismo d'inchiesta

I due Paesi che non si parlano

Di Massimo Follesa

21 AGOSTO 2026

I due Paesi che non si parlano

C'è una fotografia dell'Italia di questa estate che non arriva dalle rilevazioni demoscopiche e neppure dai talk televisivi. È fatta di sedie occupate, gente rimasta in piedi, auditorium pieni, applausi e persone che aspettano per fare una domanda o stringere una mano. È la lunga estate pubblica di Sigfrido Ranucci. Dal 3 luglio al 20 agosto sono almeno undici gli appuntamenti che è possibile ricostruire attraverso calendari e cronache pubbliche, tra Diario di un trapezista e gli incontri dedicati al nuovo libro Il ritorno della casta: Vaiano, Riccione, Udine, Piacenza, Marina di Pietrasanta, Stintino, Cossoine, Lavarone, Fiera di Primiero, Asiago ed Enego, quest'ultimo infine cancellato. Non è tanto il numero che conta. È quello che succede attorno. A Riccione piazzale Ceccarini è stato descritto dall'amministrazione comunale come strapieno: tutti i posti occupati e altra gente in piedi. A Lavarone, il 18 agosto, la TGR Rai ha parlato senza mezzi termini di «pubblico numeroso» e di un «bagno di folla». A Primiero, dove il 19 agosto è arrivato Diario di un trapezista, gli organizzatori presentavano uno spettacolo che da mesi registra sold out in diverse città italiane. Sono fatti piccoli se osservati separatamente. Messi in fila cominciano però a raccontare qualcosa. Raccontano che mentre nei palazzi e sulle colonne di alcuni quotidiani retti con il finanziamento pubblico ci si domanda se Ranucci debba ancora condurre Report, c'è un'altra parte del Paese che prende l'automobile, raggiunge una piazza, entra in un teatro e dedica due ore della propria sera ad ascoltare un giornalista parlare di inchieste, fonti, potere, magistratura e libertà dell'informazione. È una frattura che merita di essere osservata. Da una parte c'è il Paese reale delle persone che cercano informazione, che vogliono capire come funzionano le cose e che sembrano non essersi stancate affatto delle inchieste. Dall'altra c'è un Paese mediatico e politico nel quale attorno a Report si accumulano interrogazioni, accuse, verifiche, indiscrezioni, richieste di chiarimento e ipotesi di sostituzione del conduttore. Non significa che Ranucci debba essere sottratto alle critiche. Sarebbe esattamente il contrario di ciò che dovrebbe chiedere chi difende il giornalismo: un giornalista deve rispondere dei propri errori, delle proprie fonti e del proprio metodo come chiunque altro. Ma proprio per questo occorre distinguere il controllo dalla delegittimazione, dallo stop alla libertà di informare, dal continuare a voler impedire il compimento completo della nostra Costituzione che ci siamo dati e non ci ha regalato nessuno. Il 20 luglio la Rai ha attivato la Commissione per il Codice Etico definendo gli approfondimenti su Ranucci un «atto dovuto». Il 4 agosto il giornalista è rimasto circa cinque ore davanti alla Commissione, producendo documentazione e rispondendo alle domande sulle inchieste e sulla gestione delle fonti. Il 14 agosto la relazione era sulla scrivania dell'amministratore delegato Rai e, contemporaneamente, sui giornali cominciavano già a circolare nomi e formule per una Report senza Ranucci. Poi sono arrivati persino i presunti stipendi degli inviati e i costi della trasmissione pubblicati dalla stampa, contestati dalla redazione come falsi, con l'annuncio di denunce. Eppure, mentre tutto questo accade, la gente continua ad andare ad ascoltarlo. Persino quando la televisione tace.

Quando a luglio le repliche estive di Report sono state sospese, la redazione ha comunicato che nella fascia in cui avrebbe dovuto essere trasmesso il programma più di 51 mila persone avevano cercato autonomamente Report su RaiPlay: circa dieci volte la media giornaliera indicata dalla redazione. È forse questo il dato che dovrebbe preoccupare maggiormente chi immagina che basti ridimensionare un giornalista per ridimensionare le domande che quel giornalismo pone. Perché le domande non appartengono a Ranucci. Appartengono ai cittadini. E le piazze di questa estate sembrano dire che una parte non irrilevante del Paese non chiede meno inchieste, ma più inchieste; non pretende giornalisti accomodanti, ma giornalisti che mostrino documenti; non vuole essere rassicurata, vuole capire. Poi c'è Enego. L'incontro previsto per il 20 agosto è stato cancellato dopo una lettera di minaccia. Secondo quanto riferito dall'ANSA, nella missiva veniva intimato di cancellare l'appuntamento altrimenti sarebbe stato fatto «saltare» Ranucci. Ecco perché da questo punto in avanti la questione non riguarda più soltanto un conduttore televisivo. Quando attorno a un giornalista si sovrappongono minacce, campagne di delegittimazione, discussioni sulla sua rimozione, fughe di documenti aziendali e un incessante processo mediatico alla sua trasmissione, la domanda non può più essere semplicemente: ci piace o non ci piace Sigfrido Ranucci? La domanda diventa un'altra: quanto spazio siamo ancora disposti a riconoscere a un giornalismo che indaga realmente il potere?

Esiste poi un'altra responsabilità, quella dell'editoria. Non si tratta di sostenere infantilmente che esistano da una parte giornalisti “buoni” e dall'altra giornali “cattivi”. Ma non possiamo fingere che il sistema dell'informazione viva nel vuoto. Proprietà editoriali, interessi industriali, pubblicità, rapporti economici e prossimità con la politica costituiscono una parte della struttura materiale dentro cui l'informazione viene prodotta. Per questo il problema non è soltanto chi finanzia un giornale. Il problema è capire se quel giornale conserva la libertà di disturbare chi lo finanzia, chi lo possiede, chi vi compra pubblicità o chi governa. Questa è l'indipendenza, non basta dichiararla, bisogna dimostrarla anche quando costa farlo. Ranucci e Report, piaccia o meno il loro modo di lavorare, hanno accumulato negli anni querele, contestazioni, pressioni e nemici precisamente perché hanno attraversato territori nei quali politica, grandi interessi economici, criminalità e amministrazione pubblica talvolta si incontrano. È quindi perfettamente legittimo controllare Report. È assai meno rassicurante vedere formarsi intorno a Report un assedio permanente. E forse è proprio questa la fotografia dei due Paesi che non riescono più a parlarsi. Uno discute nei palazzi della sorte di un giornalista. L'altro riempie le piazze per ascoltarlo. Uno sembra chiedersi come rendere meno ingombrante Report. L'altro continua a chiedere ciò che Report, nel bene e nei suoi eventuali errori, rappresenta: documenti, domande, nomi, responsabilità. In democrazia non dovrebbe essere il giornalista a dover dimostrare di essere innocuo. Dovrebbe essere il potere a dimostrare di non avere paura delle domande. E forse, per capire davvero questi due Paesi che non si parlano, bisogna smettere per un momento di guardare soltanto all'estate del 2026 e riavvolgere il nastro. Perché questa storia non comincia oggi. Molto prima che Sigfrido Ranucci diventasse il volto di Report, il suo mestiere era già quello di andare a cercare ciò che altri avrebbero preferito rimanesse nascosto. La ricordiamo bene la sua inchiesta sul fosforo bianco usato indiscriminatamente a Falluja che Gianni Riotta irrise in modo diabolico. Oggi è stato impiegato ancora a Gaza nel silenzio più diabolico.

Nel 2009, lavorando sul crack Parmalat, una testimonianza raccolta quasi casualmente durante l'inchiesta portò Report sulle tracce delle opere d'arte che Calisto Tanzi aveva fatto allontanare nei giorni precedenti al default. Quella pista giornalistica contribuì alla scoperta di un patrimonio artistico occultato e successivamente sequestrato. Non un'opinione, non un editoriale: beni che riemergono perché qualcuno ha fatto domande e ha seguito una fonte. È da qui che bisognerebbe partire quando oggi si discute con tanta leggerezza di giornalismo investigativo. Poi venne Verona. Nel 2014 Ranucci stava lavorando a un'inchiesta sull'amministrazione di Flavio Tosi e sulla fondazione “Ricostruiamo il Paese”. Prima ancora che il servizio fosse trasmesso, Tosi fece registrare clandestinamente il giornalista, lo querelò e convocò una conferenza stampa accusando Report di voler costruire prove false e addirittura di voler utilizzare denaro pubblico per comprare informazioni compromettenti. Era un'accusa enorme. Solo che, quando la vicenda arrivò davanti ai magistrati, accadde qualcosa che oggi viene ricordato molto meno delle accuse originarie. Le denunce contro Ranucci furono archiviate. Il giudice riconobbe l'approfondita attività di verifica delle notizie e affermò che non era emerso un solo fatto non veritiero tra quelli presentati come accertati nell'inchiesta. Le querele collegate al servizio finirono progressivamente archiviate. Tosi, invece, fu rinviato a giudizio per calunnia e diffamazione nei confronti del giornalista. Ecco già apparire i due Paesi. In uno il giornalista viene preventivamente descritto come manipolatore. Nell'altro ci sono gli atti giudiziari, che arrivano più tardi, quando però la conferenza stampa è finita e i titoli sono già stati stampati. È una dinamica che ritornerà. Nel 2021 Report mostra l'incontro in un'area di servizio tra Matteo Renzi e Marco Mancini, allora dirigente dei servizi di sicurezza. L'incontro non era inventato. Era avvenuto. E avveniva in una fase politicamente delicatissima, mentre era in corso la crisi del governo Conte. Prima della messa in onda Italia Viva annunciò un'interrogazione parlamentare nella quale veniva prospettata persino l'ipotesi che Report avesse pagato una fonte 45 mila euro. Ranucci rispose che in venticinque anni la trasmissione non aveva mai pagato una fonte e denunciò l'esistenza di quello che definiva un dossier falso costruito contro la redazione. Anche qui il tempo è un elemento essenziale. Perché dopo anni di polemiche, denunce, sospetti sul video dell'Autogrill e perfino contestazioni riguardanti la possibile violazione del segreto di Stato, nel novembre 2025 il Gip di Roma ha archiviato definitivamente proprio le accuse di violazione del segreto di Stato nei confronti di Ranucci e dei colleghi che avevano lavorato all'inchiesta. Ma tra la prima pagina e l'archiviazione passano anni. Ed è esattamente in quegli anni che si costruisce la reputazione pubblica di un giornalista. La prima accusa occupa i titoli, l'archiviazione, quasi sempre, si limita a una breve. È questa una delle fabbriche dei due Paesi. Poi c'è Maurizio Gasparri. La sua non è una critica occasionale a una singola puntata. Negli anni il senatore di Forza Italia è intervenuto ripetutamente contro Report, chiedendo audizioni in Vigilanza Rai e contestando servizi dedicati a Forza Italia e all'eredità politica ed economica di Silvio Berlusconi. Nell'ottobre 2023 parlò esplicitamente di «attività denigratoria» nei confronti di movimenti e personalità politiche e chiese che della trasmissione si occupasse urgentemente la Commissione di Vigilanza. Nel luglio 2025 Gasparri è poi tra i firmatari di un atto parlamentare rivolto al ministro della Giustizia dopo una puntata di Report dedicata anche al generale Mario Mori e ai rapporti che, secondo l'inchiesta, sarebbero intercorsi attorno ai lavori della Commissione parlamentare antimafia. L'interrogazione chiedeva addirittura di valutare un'ispezione presso la Procura di Firenze per la diffusione delle intercettazioni utilizzate dalla trasmissione. È un passaggio da osservare attentamente. Perché qui il giornalismo non sta discutendo soltanto con il politico di turno. Sta entrando in uno dei territori più delicati della storia repubblicana: mafia, apparati dello Stato, servizi, ROS, Commissione antimafia, le indagini sulle stragi del 1992 e del 1993. Mario Mori non è un nome qualunque. È stato comandante del ROS dei Carabinieri ed è stato protagonista per decenni di una controversia giudiziaria e storica enorme sulle investigazioni antimafia e sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia. Marco Mancini non è un nome qualunque. È un ex alto funzionario dell'intelligence, già coinvolto nelle vicende Abu Omar e Telecom-Pirelli e poi protagonista dell'incontro con Renzi all'Autogrill. Quando Report entra in questi territori, inevitabilmente entra in collisione con reti di relazioni, versioni della storia, apparati, politici, giornalisti e interessi che non appartengono a un solo partito. Ed è proprio questo il punto. Perché sarebbe troppo semplice trasformare Ranucci nel giornalista “contro la destra”. I fatti raccontano qualcosa di diverso. Tra coloro che hanno avuto gli scontri più duri con Report c'è Matteo Renzi. E prima ancora c'è stata una stagione in cui Fabrizio Rondolino, giornalista, già collaboratore politico di Massimo D'Alema e poi voce molto vicina all'area renziana, arrivò a sostenere pubblicamente nel 2017 che a Report dovesse essere "tolta la copertura legale della Rai". Il ragionamento era esplicito: il cittadino che paga il canone, secondo Rondolino, non avrebbe dovuto finanziare la tutela giudiziaria per quelle che definiva «sciocchezze o calunnie» costruite dalla trasmissione. Qui il problema diventa enorme. Perché togliere la tutela legale a una redazione investigativa della televisione pubblica non significa criticare un servizio. Significa intervenire sulle condizioni materiali che permettono a quel servizio di esistere. Un'inchiesta su un grande gruppo industriale, su un partito, sulla criminalità organizzata o sui servizi di sicurezza può generare richieste di risarcimento per milioni di euro. Senza una struttura editoriale che assuma il rischio legale del lavoro dei propri giornalisti, il diritto di cronaca rimane formalmente intatto ma diventa materialmente impraticabile. Non serve una censura. È sufficiente rendere economicamente troppo pericoloso fare certe domande. Ed è qui che Tanzi, Tosi, Renzi, Rondolino, Gasparri, Mancini e Mori per citarne solo alcuni smettono di essere episodi separati. Non perché appartengano alla stessa storia politica - sarebbe falso sostenerlo. Non perché abbiano agito insieme - non esiste alcun elemento per affermarlo. Ma perché, osservati dalla parte del giornalista che li ha incontrati nel corso di vent'anni di inchieste, mostrano la stessa caratteristica: "il potere cambia nome, cambia colore politico, cambia istituzione, ma non ama essere osservato da vicino". Con Tanzi era il potere economico. Con Tosi il potere politico e amministrativo locale. Con Renzi il vertice della politica nazionale. Con Mancini il mondo dell'intelligence. Con Mori uno dei nodi più controversi dell'apparato investigativo dello Stato e della memoria delle stragi. Con Gasparri il potere parlamentare che utilizza gli strumenti della Vigilanza e del sindacato ispettivo. Con Rondolino emerge invece un altro potere, meno visibile ma non meno importante: quello che costruisce il racconto pubblico del giornalista e che può trasformare chi indaga da controllore del potere in imputato permanente del dibattito mediatico. Sono storie diverse. Ed è indispensabile mantenerle diverse. Ma producono una domanda comune. Chi controlla chi controlla il potere? È questa la domanda che conduce di nuovo alle piazze dell'estate 2026. Perché mentre una parte della politica e dell'informazione discute da settimane dei rapporti personali di Ranucci, delle sue fonti, delle sue telefonate, delle intercettazioni che lo riguardano, dei costi di Report, degli stipendi dei suoi giornalisti e perfino dell'ipotesi che debba lasciare la conduzione, un'altra parte del Paese continua semplicemente ad andare ad ascoltarlo, lo accoglie sempre un pubblico numerosissimo, la piazza di turno è piena, la gente arriva per ascoltare un giornalista parlare del proprio mestiere, viene annunciato un altro incontro in questa ultima parte di agosto e magari come a Enego un appuntamento viene cancellato dopo una minaccia. E allora forse i due Paesi non sono quello di destra e quello di sinistra. La divisione è diventata più profonda. C'è un Paese che continua a leggere la realtà attraverso le appartenenze: chi ha fatto l'inchiesta, contro chi è stata fatta, quale partito ne beneficia, quale partito ne viene danneggiato. E c'è un altro Paese che pone una domanda molto più elementare: è vero oppure no? È questa la differenza.

Il primo Paese discute del giornalista. Il secondo vuole conoscere i documenti. Il primo domanda chi sia la fonte. Il secondo domanda se ciò che la fonte ha raccontato sia stato verificato. Il primo trasforma ogni inchiesta in uno scontro politico. Il secondo continua ostinatamente a pretendere che qualcuno racconti ciò che il potere preferirebbe non raccontare. Forse è per questo che quei due Paesi non si parlano più. Perché usano due alfabeti differenti. Uno è quello dell'appartenenza, della conservazione e del comandare che è meglio che fottere. L'altro è quello della conoscenza. E se oggi migliaia di persone scelgono una sera d'estate per entrare in un teatro, occupare una piazza o restare in piedi ad ascoltare per due ore un giornalista d'inchiesta, sarebbe un errore liquidarle come il pubblico di un personaggio televisivo. Quelle persone stanno forse dicendo qualcosa di molto più serio. Stanno dicendo che non hanno ancora rinunciato a sapere. E questo è il punto che dovrebbe inquietare ogni potere che pretende di essere democratico: non che esista Sigfrido Ranucci, ma che esista ancora un pubblico disposto ad ascoltare le domande che pone. Rimarrà una cosa molto più difficile da cancellare, la domanda. Ed è esattamente da quella domanda che comincia la democrazia che nel nostro paese non è ancora compiuta e una parte non vuole che si compia.

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