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Internazionale

Bernie Sanders e l’occasione mancata della sinistra americana

Di Gianluca Prestigiacomo

28 SETTEMBRE 2026

Bernie Sanders e l’occasione mancata della sinistra americana

Quando Bernie Sanders annunciò, il 19 febbraio 2019, la propria seconda candidatura alla presidenza degli Stati Uniti, il significato politico della sua decisione era molto diverso da quello che aveva accompagnato la campagna di quattro anni prima. Nel 2015 il senatore del Vermont era entrato nelle primarie democratiche come candidato largamente minoritario, espressione di una tradizione socialista che la politica americana aveva progressivamente confinato ai margini del dibattito nazionale. Nel 2019 tornava invece dopo avere dimostrato che temi fino a pochi anni prima considerati difficilmente compatibili con il lessico politico statunitense - sanità universale, università pubblica accessibile, aumento del salario minimo, rafforzamento dei sindacati, tassazione delle grandi ricchezze, limitazione dell'influenza delle corporation e dei grandi finanziatori sulla politica - potevano mobilitare milioni di elettori.

Per comprendere ciò che accadde nel 2020 occorre dunque tornare al 2016. Non tanto per cercare in quella campagna la prova anticipata di un disegno destinato a ripetersi, quanto perché fu allora che emerse apertamente una contraddizione interna al Partito democratico destinata a non risolversi negli anni successivi. Sanders, indipendente che sedeva al Senato e partecipava al caucus democratico, sfidava Hillary Clinton non soltanto sul terreno della scelta del candidato. Contestava un modello politico. La differenza riguardava il rapporto tra rappresentanza democratica e potere economico. Sanders sosteneva che l'enorme concentrazione della ricchezza prodottasi negli Stati Uniti avesse ormai conseguenze direttamente politiche; che un sistema elettorale dipendente da campagne costosissime permettesse ai grandi patrimoni e agli interessi organizzati di esercitare un'influenza sproporzionata; che la progressiva finanziarizzazione dell'economia avesse indebolito la capacità del lavoro di partecipare alla distribuzione della ricchezza prodotta. La questione sociale veniva così ricondotta alla questione democratica.

La campagna del 2016 dimostrò che questa impostazione possedeva una base elettorale molto più ampia di quanto inizialmente previsto. Sanders vinse numerosi Stati e arrivò alla convention con una quantità considerevole di delegati, pur senza riuscire a colmare il vantaggio di Clinton. Quella competizione lasciò tuttavia una frattura profonda. La pubblicazione delle comunicazioni interne del Democratic National Committee mostrò commenti ostili a Sanders da parte di alcuni funzionari. Il Dnc arrivò a presentare pubblicamente le proprie scuse al senatore, ai suoi sostenitori e al partito, definendo quei commenti «inexcusable» e incompatibili con l'impegno alla neutralità che l'organizzazione sosteneva di avere mantenuto durante le primarie.

Quel materiale non consente di concludere che l'esito delle primarie del 2016 sia stato artificialmente determinato. Consente però di affermare qualcosa di politicamente rilevante: la candidatura Sanders non era percepita da tutto l'apparato democratico come una normale variante interna della stessa tradizione politica. La questione fu sufficientemente seria da determinare, dopo le elezioni, l'istituzione della Unity Reform Commission, composta anche da esponenti indicati da Sanders. Il mandato comprendeva la revisione del sistema delle primarie, la partecipazione degli elettori, il ruolo dei delegati non vincolati e la necessità di rendere il procedimento più trasparente e inclusivo. Lo stesso Partito democratico riconobbe che la stagione delle primarie del 2016 aveva reso necessaria una revisione delle procedure di selezione del candidato. Quando Sanders tornò in campo nel 2019, quindi, non ripartiva dal punto raggiunto quattro anni prima. Partiva da un movimento nazionale, da una rete organizzativa consolidata e soprattutto dalla trasformazione di alcune sue proposte in temi ormai interni al dibattito democratico. La discussione sull'assistenza sanitaria universale, sui debiti universitari, sul salario minimo federale, sui diritti sindacali e sulla crescente diseguaglianza non poteva più essere trattata come una deviazione marginale.

Il termine «socialista», che negli Stati Uniti aveva conservato per decenni una connotazione politica assai più problematica che in Europa, tornava attraverso Sanders a indicare una concezione precisa della libertà. Nella sua impostazione, il possesso formale dei diritti civili non era sufficiente se una parte della popolazione rimaneva priva dei mezzi materiali per esercitarli. Sanità, istruzione, abitazione, lavoro e sicurezza economica diventavano così componenti della cittadinanza democratica. Era una lettura che Sanders riconduceva esplicitamente alla tradizione del New Deal di Franklin Delano Roosevelt e all'idea secondo cui i diritti economici dovessero essere considerati parte dei diritti umani. Questa impostazione aveva inevitabilmente conseguenze sul rapporto con i centri del potere economico. Sanders non costruì infatti la propria campagna presidenziale sul tradizionale rapporto tra candidati, grandi donatori e comitati di finanziamento. Fece delle piccole contribuzioni individuali un elemento politico della campagna stessa. Il metodo di finanziamento non costituiva semplicemente uno strumento organizzativo: serviva a dimostrare che una candidatura nazionale poteva tentare di ridurre la propria dipendenza dai soggetti economici che avrebbe poi dovuto regolamentare. Ma il passaggio decisivo arrivò all'inizio del 2020. Le primarie dell'Iowa produssero un risultato confuso, aggravato dai problemi nella comunicazione dei risultati. Pete Buttigieg ottenne un leggero vantaggio nei delegati statali equivalenti mentre Sanders raccolse più voti nella prima e nella seconda preferenza. In New Hampshire Sanders arrivò primo. La competizione rimaneva aperta, ma il senatore del Vermont aveva dimostrato nuovamente che la propria candidatura non poteva essere trattata come testimoniale. Fu il Nevada a modificare la percezione nazionale della corsa. Il 22 febbraio Sanders vinse nettamente i caucus. FiveThirtyEight che allora rappresentava uno dei principali modelli quantitativi di analisi delle primarie, rilevò come Sanders fosse ormai il candidato in posizione migliore per ottenere la nomination. Dopo il Nevada il modello gli attribuiva il 69 per cento di probabilità di concludere le primarie con il maggior numero di delegati e il 46 per cento di probabilità di raggiungerne la maggioranza assoluta. Nessun altro candidato si trovava in una posizione comparabile. Per alcune settimane, dunque, la possibilità che Bernie Sanders diventasse il candidato democratico alla presidenza degli Stati Uniti cessò di essere un'ipotesi remota.

La difficoltà principale di Sanders era già visibile e non può essere espunta dalla ricostruzione attribuendo ogni cambiamento all'azione degli apparati. La sua coalizione elettorale era molto forte tra i giovani, nei settori progressisti e in una parte dell'elettorato latino, ma mostrava limiti significativi tra gli elettori afroamericani più anziani e in altri segmenti tradizionali della base democratica. Biden, nonostante i risultati iniziali molto deboli, conservava invece un rapporto politico consolidato con una parte rilevante dell'elettorato nero, costruito anche durante gli otto anni trascorsi come vicepresidente di Barack Obama. La South Carolina rese visibile questa differenza. L'appoggio del deputato James Clyburn, una delle figure afroamericane più influenti del Partito democratico, arrivò pochi giorni prima del voto. Gli exit poll mostrarono che circa la metà degli elettori considerava quell'endorsement un elemento importante nella propria decisione. Biden vinse circa il 60 per cento del voto afroamericano e ottenne una vittoria molto ampia nello Stato. Non si trattò semplicemente di una vittoria locale. La South Carolina dimostrò che Biden possedeva una capacità di aggregazione in una componente fondamentale della coalizione democratica che le prime consultazioni, svoltesi in Stati demograficamente molto diversi, non avevano rivelato. Da quel momento gli eventi accelerarono. La competizione democratica fino ad allora aveva disperso il voto moderato tra Biden, Buttigieg, Amy Klobuchar e altri candidati, mentre Sanders disponeva di una base progressista più riconoscibile. La progressiva riduzione del numero dei candidati modificò questa impostazione. Alla vigilia del Super Tuesday il settore centrista e moderato del partito cominciò a ricomporsi attorno a Biden. È possibile leggere questa concentrazione in due modi, che non sono necessariamente incompatibili. Dal punto di vista elettorale rappresentava un processo perfettamente razionale. Una volta compreso che soltanto Biden disponeva ancora di una coalizione sufficientemente ampia per contendere la nomination a Sanders, candidati ideologicamente più vicini all'ex vicepresidente avevano forti ragioni per abbandonare la competizione e sostenerlo. Dal punto di vista politico quella concentrazione ebbe anche l'effetto di ricostituire rapidamente un fronte capace di impedire che Sanders trasformasse il vantaggio accumulato in una posizione difficilmente reversibile. La distinzione è essenziale. Un effetto politico non costituisce automaticamente la prova di un piano coordinato clandestinamente. Non occorre tuttavia postulare un complotto per osservare il funzionamento di un sistema di interessi. In politica soggetti differenti possono convergere perché condividono una percezione del rischio, una cultura istituzionale o determinati interessi senza che esista necessariamente un centro che impartisca ordini.

Sanders rappresentava per una parte consistente del Partito democratico precisamente questo tipo di problema. Non contestava soltanto Donald Trump. Contestava alcune strutture economiche alle quali anche il sistema politico democratico si era progressivamente adattato: il ruolo dei grandi finanziatori, l'influenza delle corporation, il potere delle compagnie assicurative e farmaceutiche, la debolezza dei sindacati, la concentrazione della ricchezza e il rapporto tra denaro e accesso alla rappresentanza. Il Super Tuesday del 3 marzo mostrò quanto rapidamente fosse cambiato l'equilibrio. Biden ottenne una serie di vittorie che soltanto pochi giorni prima apparivano difficili. Sanders mantenne Stati importanti, compresa la California, ma non riuscì a produrre quel vantaggio nei delegati che sarebbe stato necessario per rendere la propria candidatura dominante. Il modello di FiveThirtyEight, che dopo il Nevada descriveva Sanders come front-runner, pochi giorni dopo attribuiva ormai a Biden un vantaggio nettissimo nella probabilità di ottenere la nomination.

Nel volgere di meno di due settimane la competizione era stata trasformata. Sanders non perse esclusivamente perché un establishment ostile ne impedì l'affermazione e Biden non prevalse soltanto perché gli elettori cambiarono improvvisamente opinione. Le dinamiche elettorali interagirono con quelle istituzionali. Il sostegno afroamericano a Biden, i limiti della coalizione di Sanders, la riduzione del numero dei candidati, gli endorsement, la percezione dell'eleggibilità contro Trump e la progressiva convergenza dei dirigenti democratici produssero insieme il nuovo equilibrio. Il 10 marzo, quando Biden consolidò ulteriormente il vantaggio, Clyburn arrivò pubblicamente a sostenere che, qualora Sanders non fosse riuscito a vincere nessuno degli Stati in palio quella sera, il Dnc avrebbe dovuto considerare conclusa la competizione e cancellare i successivi dibattiti. Il significato politico della dichiarazione era evidente: una parte importante del gruppo dirigente democratico considerava ormai necessario chiudere rapidamente la fase delle primarie e riunificare il partito attorno a Biden.

L'8 aprile Sanders sospese la campagna. A quel punto il rapporto tra delegati, calendario restante e dinamica elettorale rendeva estremamente difficile recuperare il distacco accumulato. La decisione aveva quindi una razionalità politica autonoma. Sanders era stato il front-runner. Per alcune settimane la possibilità della sua nomination era stata concreta. Nel momento in cui quella possibilità divenne reale il sistema politico democratico produsse in tempi brevissimi una concentrazione attorno all'unico candidato in grado di fermarne l'avanzata. Questa convergenza documenta l'esistenza di un confine politico interno al partito. La candidatura Sanders aveva infatti introdotto nel dibattito statunitense una nozione di conflitto politico differente da quella che aveva dominato la contrapposizione fra democratici e repubblicani. La divisione fondamentale non veniva ricondotta esclusivamente allo scontro fra liberalismo e conservatorismo, ma alla distribuzione del potere economico nella società americana. È questa prospettiva che consente di utilizzare il concetto di élite senza trasformarlo in una categoria indeterminata. Un'élite non deve essere immaginata necessariamente come un gruppo ristretto riunito attorno a un tavolo per determinare gli avvenimenti politici. Nelle democrazie contemporanee il potere può essere strutturale prima ancora che intenzionale. La concentrazione proprietaria, la capacità di finanziare campagne elettorali, l'accesso ai decisori, il lobbying, il controllo di grandi organizzazioni economiche, la proprietà dei mezzi di comunicazione e la possibilità di orientare l'agenda pubblica producono differenze di capacità politica anche in assenza di qualsiasi coordinamento clandestino. Sanders aveva costruito gran parte della propria identità politica precisamente contro questa concentrazione. Lo stesso schema emerge dalla sua concezione della politica internazionale. Non ha mai sostenuto l'irrilevanza della forza né negato l'esistenza di minacce internazionali. La sua critica riguarda piuttosto una tradizione di politica estera statunitense che, dalla Guerra fredda alla «guerra globale al terrorismo», ha frequentemente subordinato diritto internazionale, diritti umani e autodeterminazione a considerazioni strategiche. Nel 2018 Sanders descriveva il conflitto politico mondiale come una contrapposizione tra autoritarismo, oligarchia e cleptocrazia, da una parte, e democrazia, eguaglianza e giustizia economica e sociale dall'altra. Collegava inoltre esplicitamente la crescente concentrazione della ricchezza alla crisi delle istituzioni democratiche. Negli anni successivi avrebbe continuato a criticare le «endless wars», sostenendo una politica estera maggiormente fondata sulla diplomazia, sulla cooperazione multilaterale e sul diritto internazionale. Questa impostazione rende inevitabile la domanda su ciò che sarebbe potuto accadere qualora Sanders avesse conquistato la nomination, battuto Donald Trump nel novembre 2020 e assunto la presidenza nel gennaio successivo. È una domanda legittima, purché non venga confusa con una dimostrazione storica.

Non possiamo sapere se Sanders avrebbe sconfitto Trump. Non possiamo sapere se, una volta presidente, avrebbe ottenuto un secondo mandato. E soprattutto non possiamo affermare che sotto una sua amministrazione la guerra russo-ucraina iniziata su vasta scala il 24 febbraio 2022 non sarebbe avvenuta. Possiamo invece confrontare le politiche effettivamente seguite dall'amministrazione Biden con quelle che Sanders aveva pubblicamente sostenuto. Il 10 febbraio 2022, quando le forze russe erano già concentrate attorno all'Ucraina ma l'invasione non era ancora iniziata, Sanders intervenne al Senato chiedendo un'intensificazione dell'azione diplomatica. Difendeva esplicitamente l'indipendenza e la sovranità dell'Ucraina e considerava inaccettabile una possibile aggressione russa, ma invitava contemporaneamente Washington a considerare la percezione russa dell'allargamento della Nato e le conseguenze prodotte da decenni di progressiva espansione dell'Alleanza verso est.

Sanders ha progressivamente contestato la prosecuzione dell'assistenza militare americana al governo Netanyahu senza condizioni stringenti. Nel marzo 2024 chiese all'amministrazione Biden di applicare la normativa americana sull'assistenza estera qualora Israele avesse impedito l'ingresso degli aiuti umanitari a Gaza, arrivando a chiedere la sospensione dell'assistenza militare in caso di mancato rispetto delle condizioni previste dalla legge. Quando Biden sospese temporaneamente la consegna di alcune bombe nel maggio successivo, Sanders sostenne quella scelta chiedendo che diventasse il primo passo verso l'utilizzo dell'intera capacità di pressione americana per ottenere un cessate il fuoco, fermare l'operazione su Rafah e garantire l'ingresso degli aiuti umanitari. Non si tratta quindi di attribuire retroattivamente a Sanders la capacità di impedire eventi determinati da una molteplicità di attori e di condizioni. Gli elementi disponibili consentono però di individuare una differenza sostanziale nel modo di concepire il rapporto tra Washington e il governo israeliano. Nella posizione maturata da Sanders, il sostegno militare degli Stati Uniti non poteva essere considerato una conseguenza automatica dell’alleanza con Israele, indipendente dalle modalità con cui quelle armi venivano impiegate. L’assistenza americana avrebbe dovuto restare sottoposta alle condizioni previste dalla legislazione statunitense, al rispetto del diritto internazionale umanitario e alla compatibilità delle scelte del governo israeliano con gli stessi obiettivi dichiarati della politica estera di Washington. Fu sulla base di questo principio che, nel marzo 2024, Sanders chiese all’amministrazione Biden di applicare il Foreign Assistance Act qualora Israele avesse continuato a limitare l’accesso degli aiuti umanitari a Gaza e, nei mesi successivi, promosse in Senato iniziative dirette a bloccare specifiche forniture di armamenti offensivi. La differenza rispetto alla politica seguita dall’amministrazione Biden riguardava dunque anche l’uso della leva rappresentata dall’assistenza militare: non la messa in discussione dell’esistenza o della sicurezza di Israele, ma il rifiuto che l’alleanza potesse tradursi in un sostegno sottratto a ogni verifica sul comportamento del governo che ne beneficiava.

Nella prospettiva di Sanders la superiorità militare ed economica degli Stati Uniti non dovrebbe trasformarsi automaticamente in diritto all'intervento né in sostegno incondizionato agli alleati. In un intervento successivo ha sintetizzato ancora più chiaramente questa relazione, sostenendo che politica economica e politica estera non possono essere considerate compartimenti separati: quando la concentrazione della ricchezza consente a grandi corporazioni e miliardari di esercitare un'influenza sproporzionata sul sistema politico, anche le decisioni internazionali finiscono per risentire degli interessi materiali di quei soggetti. Non si tratta di costruire retrospettivamente il presidente che gli Stati Uniti non hanno avuto, attribuendogli la capacità di evitare guerre, crisi o conflitti che probabilmente qualsiasi presidente non riuscirebbe a controllare interamente. La questione riguarda invece ciò che quella candidatura rese visibile per un periodo relativamente breve. Tra il 2016 e il 2020 una parte rilevante della società americana mostrò di essere disponibile a sostenere un programma che metteva direttamente in discussione alcuni degli equilibri economici consolidati negli Stati Uniti dalla fine del Novecento. Nel febbraio 2020 quella disponibilità arrivò abbastanza lontano da rendere possibile la candidatura presidenziale di un socialista democratico. Quella possibilità si esaurì attraverso una combinazione di fattori che agirono contemporaneamente. Sanders non riuscì ad ampliare quanto sarebbe stato necessario per la propria coalizione elettorale, mentre Biden conservava un rapporto più solido con alcuni segmenti decisivi dell’elettorato democratico. A questo si aggiunse la progressiva concentrazione del voto moderato, inizialmente disperso tra più candidature, e la scelta di dirigenti influenti del partito di riconoscere nell’ex vicepresidente il punto attorno al quale ricostruire l’unità. Tutto ciò avvenne, inoltre, all’interno di una struttura politica ed economica rispetto alla quale Sanders aveva costruito la propria candidatura come elemento di discontinuità rendendo il confronto non soltanto elettorale, ma anche interno alla natura stessa del Partito democratico e ai suoi rapporti con i centri del potere economico.

Questi fattori, considerati insieme permettono di comprendere perché la vicenda non possa essere ridotta alla semplice formula secondo cui «Sanders perse le primarie». Perse certamente una competizione elettorale. Ma quella competizione mise contemporaneamente alla prova la capacità del sistema politico americano di accogliere al proprio interno una proposta che chiedeva di redistribuire non soltanto reddito e ricchezza, ma potere. La domanda su ciò che sarebbe accaduto con lui alla Casa Bianca rimarrà necessariamente senza risposta. Può, però, servire a misurare la distanza tra concezioni differenti del ruolo degli Stati Uniti nel mondo: da una parte la continuità dell'apparato strategico americano, pur declinata diversamente dalle varie amministrazioni, dall'altra il tentativo di Sanders di collegare sicurezza internazionale, diplomazia, diritti sociali, diseguaglianza e concentrazione del potere economico. A distanza di anni, il dato politicamente più interessante non è quindi stabilire chi abbia ordinato a Sanders di ritirarsi, ma comprendere che cosa accadde quando, per un breve momento, milioni di americani portarono abbastanza vicino alla Casa Bianca un candidato che sosteneva apertamente che la diseguaglianza economica fosse diventata una diseguaglianza di potere. Da quel punto di vista il ritiro dell'8 aprile 2020 non rappresenta soltanto la fine di una campagna elettorale. Segna il momento in cui si interrompe un esperimento politico che aveva cercato di verificare se una democrazia profondamente dipendente dal denaro privato potesse utilizzare gli stessi strumenti elettorali per mettere in discussione la concentrazione economica dalla quale quella dipendenza deriva. Non sappiamo che cosa sarebbe accaduto se quell'esperimento fosse arrivato fino alla presidenza. Sappiamo, invece, che per alcune settimane del 2020 la possibilità che vi arrivasse fu reale.

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