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Inchieste

Il caso Ranucci e il paradosso di un sistema che celebra l’indipendenza giornalistica come principio, ma fatica ad accettarla quando diventa esercizio concreto del controllo sul potere

Di Gianluca Prestigiacomo, Marco Milioni

12 AGOSTO 2026

Il caso Ranucci e il paradosso di un sistema che celebra l’indipendenza giornalistica come principio, ma fatica ad accettarla quando diventa esercizio concreto del controllo sul potere

La libertà di stampa appartiene a quella categoria di principi sui quali, almeno formalmente, sembra ormai impossibile registrare un dissenso. La invocano i governi e le opposizioni, gli editori e i giornalisti, le organizzazioni professionali e le istituzioni europee; ritorna nelle dichiarazioni solenni, nelle commemorazioni, nei convegni dedicati alla democrazia e, inevitabilmente, ogni volta che un cronista viene minacciato, aggredito o intimidito. In questa dimensione astratta la libertà di informazione gode di un consenso pressoché universale. La difficoltà comincia quando questa cessa di essere una dichiarazione di principio e diventa comportamento professionale concreto, quando produce cioè conseguenze reali sugli equilibri politici, economici e istituzionali. Dunque, finché consiste nella possibilità di esprimere opinioni, anche molto critiche, senza incidere sulle strutture del potere, può essere accettata e perfino celebrata. Diverso è il caso del giornalismo che ricostruisce relazioni, individua responsabilità, attraversa interessi economici rilevanti, mette in discussione le versioni ufficiali, torna su vicende che il sistema politico o mediatico riteneva ormai archiviate e costringe istituzioni e gruppi dirigenti a rispondere di ciò che avrebbero preferito mantenere fuori dallo spazio pubblico. In quel momento la libertà non è più soltanto un diritto costituzionalmente garantito: diventa un fattore di destabilizzazione degli equilibri esistenti.

L’articolo 21 della Costituzione italiana stabilisce con una chiarezza difficilmente equivocabile che tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero e che la stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure. Sarebbe tuttavia ingenuo ritenere che la distanza tra libertà formale e libertà sostanziale possa essere misurata esclusivamente attraverso l’esistenza o meno di un divieto esplicito di pubblicazione. Nelle democrazie contemporanee il condizionamento dell’informazione assume forme assai più articolate. Non occorre necessariamente ordinare a un giornalista di tacere. Possono essere sufficienti la precarietà professionale, la dipendenza economica dell’editore, l’isolamento all’interno di una redazione, la progressiva riduzione delle risorse, le querele e le richieste risarcitorie, la perdita di spazi professionali, la costruzione di campagne di delegittimazione o, più semplicemente, la diffusione di una cultura nella quale il giornalista impara autonomamente a riconoscere il limite oltre il quale non conviene spingersi. La censura più efficace, in questa prospettiva, non è necessariamente quella che impedisce di parlare. È quella che rende superfluo l’intervento censorio perché ha già insegnato alla comunità professionale quali domande sia opportuno non porre, quali rapporti sia preferibile non compromettere e quali conseguenze possano derivare dal superamento di determinate soglie. La vicenda che negli ultimi mesi ha riguardato il conduttore di Report Sigfrido Ranucci offre un punto di osservazione particolarmente significativo di questo fenomeno. Nell’ottobre del 2025 un ordigno esplosivo ha distrutto la sua automobile davanti alla sua abitazione. L’episodio ha provocato una comprensibile mobilitazione in difesa del giornalista e della redazione di Report ed è stato considerato dalle organizzazioni impegnate nella tutela della libertà dei media uno degli eventi più gravi verificatisi in Italia nel periodo recente. Successivamente, tuttavia, l’indagine sull’attentato ha condotto gli inquirenti verso l’imprenditore «faccendiere» Valter Lavitola e ha fatto emergere l’esistenza di una relazione personale tra quest’ultimo e Ranucci. Da quel momento una parte della discussione pubblica ha progressivamente modificato il proprio oggetto: dalla bomba si è passati alle frequentazioni della vittima; dalle responsabilità di chi avrebbe ideato e organizzato l’attentato all’opportunità delle relazioni personali intrattenute dal giornalista.

È una trasformazione narrativa che merita di essere osservata con particolare attenzione. Essere vittima di un attentato non conferisce infatti a un giornalista alcuna immunità professionale. Se una fonte ha condizionato un’inchiesta, se ha ottenuto un trattamento di favore, se ha orientato la scelta degli argomenti o se un rapporto personale ha compromesso l’autonomia del cronista, tali circostanze devono essere accertate e, qualora esistano, raccontate. L’indipendenza giornalistica non è incompatibile con la critica; al contrario, presuppone la possibilità che anche chi esercita una funzione di controllo sul potere venga a sua volta sottoposto a verifica. Il problema nasce quando il rapporto personale viene assunto in quanto tale come elemento di sospetto professionale, senza che sia dimostrato il passaggio decisivo tra la relazione umana e il condizionamento del lavoro giornalistico. Chiunque abbia esperienza del giornalismo d’inchiesta sa che le fonti non sono entità astratte alle quali rivolgersi esclusivamente per ottenere una dichiarazione. Talvolta il rapporto dura anni, si costruisce attraverso confidenze, verifiche reciproche, momenti di fiducia e di conflitto. Può accadere che una fonte diventi una conoscenza personale o perfino un’amicizia. Lo stesso fenomeno è conosciuto nel lavoro investigativo, giudiziario e di intelligence, dove la qualità della relazione rappresenta spesso uno degli strumenti attraverso i quali è possibile accedere a informazioni altrimenti irraggiungibili. La questione professionalmente rilevante non consiste dunque nello stabilire se una fonte sia moralmente rispettabile o se il giornalista abbia sviluppato con quest’ultima una relazione personale. Consiste nel comprendere chi abbia utilizzato chi. Il giornalista ha utilizzato la fonte, sottoponendone le informazioni a verifica e mantenendo la propria autonomia? Oppure la fonte è riuscita a utilizzare il giornalista per perseguire interessi personali, politici o economici? Solo nel secondo caso la relazione acquista un significato propriamente deontologico. In assenza di elementi che dimostrino tale condizionamento, trasformare una frequentazione in una presunzione di scorrettezza equivale a sostituire la verifica dei fatti con una colpa per associazione. Il caso Ranucci diventa però ancora più interessante quando viene inserito dentro una riflessione più generale sulla cultura professionale del giornalismo italiano. Esiste infatti un paradosso che raramente viene affrontato in modo esplicito. L’indipendenza è continuamente indicata come una delle virtù fondamentali del giornalista, ma viene apprezzata soprattutto fino a quando non comporta un costo. È relativamente semplice rivendicare autonomia quando essa coincide con le posizioni prevalenti della propria redazione, con gli interessi dell’editore o con la sensibilità politica e culturale dell’ambiente nel quale si lavora. Molto più complesso è esercitarla quando significa entrare in conflitto con il proprio mondo di riferimento, compromettere relazioni utili, rinunciare a opportunità professionali o affrontare soggetti dotati della capacità concreta di restituire il colpo. In questi casi avviene spesso una singolare trasformazione semantica. Quello che dovrebbe essere definito coraggio professionale viene progressivamente reinterpretato come protagonismo; la perseveranza diventa ossessione; la disponibilità a sostenere un rischio viene descritta come imprudenza; l’indisponibilità al compromesso diventa mancanza di equilibrio. Non è necessario che ciò avvenga attraverso una decisione coordinata o per effetto di una deliberata volontà censoria. È sufficiente che un sistema professionale abbia interiorizzato determinati meccanismi di conservazione.

Il giornalista che conosce e rispetta implicitamente i confini dell’ambiente nel quale opera può apparire affidabile proprio perché prevedibile. Sa quali questioni è possibile affrontare, quali relazioni è opportuno non compromettere, quali interessi possono essere toccati e fino a quale livello di profondità sia conveniente arrivare. La sua affidabilità non dipende necessariamente dalla qualità del lavoro, ma anche dalla sua compatibilità con il sistema. Chi oltrepassa questi limiti diventa invece difficilmente amministrabile. Non necessariamente perché abbia torto, ma perché le tradizionali dinamiche della convenienza professionale non sono più sufficienti a contenerlo. Si aggiunge a tutto ciò una componente ancora più sottile, che riguarda i rapporti interni alla stessa comunità giornalistica. Chi dimostra concretamente che era possibile dire di no, rifiutare un compromesso, sostenere un conflitto o accettare conseguenze professionali, finisce inevitabilmente per diventare un termine di paragone anche per chi quelle scelte non le ha compiute. Non occorre che esprima un giudizio sugli altri. La sua stessa condotta dimostra che un’alternativa esisteva. È in questo senso che il coraggio può assumere una funzione involontariamente destabilizzante: riconoscerlo pienamente significa anche interrogarsi sulle rinunce, sulle prudenza e sulle convenienze che nel tempo sono state trasformate in normalità professionale. Ricondurre questo fenomeno semplicemente all’invidia sarebbe riduttivo. L’invidia appartiene alle dinamiche di qualsiasi ambiente professionale e non è certo estranea al giornalismo, ma non può costituire una categoria adeguata a spiegare un problema strutturale. La questione più profonda è che una comunità può abituarsi progressivamente al compromesso fino a smettere di percepirlo come tale. Quando ciò accade, il conformismo cessa di apparire anomalo e l’anomalia diventa l’indipendenza. Colui che non accetta le regole non scritte viene percepito come eccessivo, problematico, poco equilibrato, oppure come qualcuno che non ha ancora compreso il funzionamento reale delle cose.

Non ci si domanda più perché così pochi siano disposti ad affrontare determinati rischi; ci si domanda perché qualcuno continui ostinatamente ad affrontarli. Non si considera problematica l’esistenza di limiti informali alla libertà di indagine, ma la presenza di chi quei limiti continua a violare. I dati internazionali sulla libertà dell’informazione confermano peraltro che la questione italiana non può essere ridotta a una percezione soggettiva. Nel World Press Freedom Index 2026 di Reporters Without Borders l’Italia occupa il cinquantaseiesimo posto su centottanta Paesi. Le organizzazioni europee impegnate nel monitoraggio della libertà dei media hanno segnalato nel nostro Paese aggressioni, intimidazioni, pressioni giudiziarie e politiche, problemi relativi alla sicurezza dei giornalisti e una persistente fragilità dell’indipendenza del servizio pubblico radiotelevisivo. Il fenomeno, è bene precisarlo, non nasce con l’attuale governo. La storia della Rai è attraversata da decenni dal tentativo delle maggioranze politiche di trasformare l’azienda pubblica in un territorio da occupare e distribuire secondo gli equilibri di potere. Proprio questa continuità storica rende però il problema ancora più grave: dimostra che non siamo davanti a una semplice degenerazione contingente, ma a una patologia strutturale del rapporto tra politica e informazione. In Italia invochiamo continuamente la libertà di stampa. Molto più raramente ci interroghiamo sulla nostra disponibilità ad accettare le conseguenze prodotte da chi decide di esercitarla fino in fondo. Eppure, è proprio questa la misura reale della libertà. Quella che non disturba nessuno non necessita di particolare protezione. È quando comincia a disturbare il potere, a compromettere interessi, a rendere visibili connessioni e responsabilità e a sottrarsi alle regole non scritte della convenienza che diventa necessario stabilire se vogliamo davvero difenderla. Una democrazia non si riconosce dal numero di volte in cui proclama di amare la libertà di stampa, ma dalla capacità di sopportare il giornalismo quando quella libertà viene esercitata contro le sue stesse zone di potere.

In un periodo per molti versi sciagurato come quello che stiamo vivendo c’è un concetto che dovrebbe essere chiaro. Il giornalismo, nella sua accezione autentica, è un corpo che per certi versi è avulso e non ha eguali poiché è un contro-potere. Questo suo tratto di alterità non viene solo dimenticato da molti, ma viene addirittura osteggiato quando i diretti interessati, giornalisti compresi, si trovano, per qualche motivo, costretti, ad affrontare la discussione. Il dizionario Treccani non lascia scampo quando definisce il contropotere come una «forma di opposizione al potere costituito, organizzata da gruppi ristretti, o semplicemente di minoranza o comunque privi di un potere ufficialmente riconosciuto per contrastarlo ed eventualmente neutralizzarne il prepotere». Attenzione, questo tipo di accezione vale in termini politici per esempio, ma vale anzitutto nei confronti di chi si organizza per fare il controcanto, con una lettura autonoma e il più possibilmente oggettivamente fondata, rispetto alla narrazione dominante o ufficiale se vogliamo.

Ora quanto sta accadendo in queste settimane sta disvelando per l’ennesima volta come è usa comportarsi la parte più corriva dell’informazione del Belpaese. Si spendono fiumi di parole sulla discussione ai vari organi interni della Rai, che di riffa o di raffa rispondono quanto meno al potere politico, ma zero o poco più di zero si scrive sulle ragioni occulte che potrebbero essere alla base non solo dell’attentato patito dalla famiglia Ranucci, ma pure della strategia della tensione che potrebbe sottesa ad un piano eventualmente concepito in questo senso.

Questa china contraddistingue anche testate blasonate. E la cosa per certi versi ricorda come una concerto di poteri più o meno occulti si mosse per inertizzare le inchieste giornalistiche scomode sul caso giudiziario noto come«Why not»: quando la magistratura si stava avvicinando ad alcune delle centrali più occulte del potere massonico, economico e politico dell’Italia dei primi anni Duemila. Quella dal cui cilindro erano uscite, tra le tante le ombre sul G8 di Genova e l’ok al raddoppio della base Usa di Vicenza. Per avere contezza del clima sociale e culturale nel quale il Paese in queste ore si sta inabissando, basterà ricordare la recente condanna in sede civile inflitta a Monica Guerzoni e Fiorenza Sarzanini per la vicenda della fantomatica «rete dei putiniani d’Italia». Il punto non è giudiziario in questo caso, ma antropologico. Il silenzio per certi versi omertoso calato su quella vicenda è inversamente proporzionale al clamore indotto da certa stampa sulla figura di Ranucci: non come vittima ma come bersaglio.

Il rovesciamento dei termini di una questione è una delle specialità dell’addestramento degli apparati che si occupano di «psyop» ovvero di propaganda per fini terzi più o meno occultata o imbellettata. La questione grave, e ridicola allo stesso tempo, è che piano piano in controluce, appare una matrice sempre più nitida: quella della strategia della tensione. La quale però sembra essere riproposta sempre con gli stessi, ormai desueti metodi. Segno che chi la applica ormai o è davvero troppo avanti con l’età o che i suoi epigoni sono vecchi dentro. Motivo per cui ormai più che di strategia della tensione, per lorsignori, bisognerebbe parlare di strategia della pensione.

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